Il giorno di IOSONOUNCANE

Abbiamo parlato con IOSONOUNCANE dei quattro anni di lavoro per DIE, del Sulcis e di Cesare Pavese.

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23 marzo 2015, 9:18am


Tutte le foto - Credits: Silvia Cesari

Ho conosciuto Jacopo Incani, in arte IOSONOUNCANE, durante il tour del suo album d’esordio, La Macarena su Roma. Dopo un concerto in un paese del centro Italia, raccontava storie di fantasmi del Sulcis, la terra da cui viene. Pochi mesi dopo, quella terra l’ho visitata: la provincia più povera d’Europa, con spiagge da paradiso incastrate tra rocce e miniere abbandonate. Quando, circa un mese fa, sono andata al preascolto di DIE, il suo secondo album, ci ho ritrovato la suggestione di quei luoghi elevata da sintetizzatori e chitarre, canti tenores e cori anni Sessanta.


DIE significa "giorno" in sardo, ma è frutto di ben quattro anni di raccolta, scrittura, limatura e riscrittura. Per la cura e la storia che trasuda da ogni pezzo, questo lavoro traccia una definitiva distanza dalla cosiddetta scena cantautorale a cui a torto o a ragione IOSONOUNCANE era stato avvicinato. DIE è una miniera di idee, intuizioni di scrittura e un gusto maniacale per la produzione. La voce si scandisce per poi affogare nella musica, in un ritorno ipnotico e violento di suoni che attingono da generi disparati: elettronica, pop, progressive, psichedelia, musica popolare. A pochi giorni dall’uscita di DIE (il 30 marzo per la famosa etichetta Trovarobato), Jacopo mi ha raccontato così questo lavoro, singolare e potentissimo.

NOISEY: Ciao Jacopo, DIE ha un sound assurdo, ci parli di come l'hai impostato?
IOSONOUNCANE:
Ho avuto fin dal principio un'idea estremamente chiara del suono che volevo per DIE. Per circa due anni ho registrato tanto materiale, in Sardegna, coinvolgendo diversi amici. Ho lasciato che improvvisassero per poi trarre campioni e sequenze intere dal materiale inciso. Ho usato questi frammenti per completare la scrittura e gli arrangiamenti.

Avrai avuto un sacco di materiale...
Sì, sono arrivato ad avere una quantità immensa di materiale e non ero pienamente soddisfatto del suono. Volevo un vero organo, un vero pianoforte, una sezione fiati. Volevo dei bassi dub e un suono profondo, ampio. Volevo inoltre che tutta la parte sintetica acquisisse tridimensionalità analogica. Nel gennaio 2014 sono quindi entrato al Vacuum Studio di Bologna dove Bruno Germano ha tradotto in realtà, e alla perfezione, tutte le mie intuizioni.

E invece mentre scrivevi cosa hai ascoltato?
Ho ascoltato tantissimi dischi nelle fase precedente, quella della raccolta. Mentre scrivevo, invece, ho ascoltato poca musica, direi unicamente quella da cui attingevo campionature, ovvero musica tradizionale sarda e musica classica.

Si nota, infatti. Anche nel dettaglio che, rispetto al tuo primo album, questo disco è meno verboso. Quale rapporto hai sviluppato nel frattempo con la parola?
Per La Macarena su Roma son partito da quel che volevo dire, e passando attraverso l'individuazione di episodi e trame, sono arrivato alla parola cantata nell'ultimo stadio della lavorazione dei brani. Per DIE è avvenuto il contrario: sono arrivate subito le melodie e con le melodie alcune parole ricorrenti. Le ho assecondate e indagate. Ho raccolto appunti per circa due anni e quotidianamente, lavorando su testi in prosa e testi poetici. Arrivato in cima a questo lavoro di accumulo, ho iniziato a scavare lasciando che riemergessero le parole originarie e con esse la trama portante del disco.

In che modo Buggerru, il paese in cui sei cresciuto, ha inciso sulla scrittura di questo album?
I luoghi in cui sono cresciuto hanno formato profondamente il mio rapporto istintivo con l'esistente, con la scansione del tempo, con la vita e la morte, col concetto di confine. Per questa ragione hanno sempre inciso e sempre incideranno sul quel che scrivo. In DIE è probabilmente più evidente poiché ho adottato un linguaggio essenziale e che utilizza archetipicamente il lessico visivo di quel paesaggio.

Tipo?
Rive, sale, sole, campi, terra, pietra. Ogni paesaggio ha una sua grammatica e questa è indubbiamente quella che caratterizza i luoghi da cui vengo. La prima esperienza della realtà si compie nello sguardo, attraverso il quale sedimenta quello che potremmo ritenere una sorta di lessico intimo, inconscio. Quando ho scritto La Macarena su Roma lavoravo in un call-center, vivevo in una periferia e lontano da casa. In quel momento ho voluto raccontare a partire da quell’esperienza e da una visione politica ben precisa.

Insomma era un’esigenza cerebrale…
C'era una volontà intellettuale a monte. Ovviamente questo non è sufficiente e nel momento in cui inizia la vera e propria fase di scrittura emerge quello che sei, il tuo sguardo sulle cose. Per DIE è stato il contrario. Dal primo istante ho avuto in mano parole ricorrenti, immagini sanguigne e allo stesso tempo astratte, frasi compiute. Ho assecondato la riemersione di questa sedimentazione profonda e ho lavorato da buon artigiano su struttura, incastri, ritmo, equilibri. Scrive esaustivamente Pavese: «Avevo scoperto il valore dell'immagine, e quest'immagine […] non la intendevo più retoricamente come traslato, come decorazione più o meno arbitraria sovrapposta all'oggettività narrativa. Quest'immagine era, oscuramente, il racconto stesso.". E ancora: «[…] rendere come un tutto sufficiente un complesso di rapporti fantastici nei quali consista la propria percezione di una realtà.».

Di cosa parla DIE?
Un uomo in mezzo al mare teme di morire. Una donna intanto dalla spiaggia gli ultimi scoppi di burrasca temendo di non rivederlo mai più. Il racconto, una immagine in realtà, è strutturato in sei parti: due brani corali ad aprire e chiudere il disco e quattro brani centrali in prima persona, due per ognuno dei protagonisti.

Un concept album, in pratica. Dato tutto il lavoro materiale e concettuale che c'è sotto, dev'essere stato complesso ritenere "finito" il disco. Quando l'hai capito?
Il mio perfezionismo rischia di sconfinare nell'ossessività. Ho capito che il disco era pronto quando mi hanno impedito di aggiungere nuove idee o lavorare ancora quelle già fissate. In questo il ruolo di Bruno Germano, coproduttore artistico del disco, è stato salvifico.

Possiamo parlare di una poetica di fondo per DIE?
Ogni buon artista ce l'ha ma non la sa spiegare, però ho tentato di raccontarti il mio metodo.

Che poi è una ricerca continua...
Un uomo che smette di cercare è un uomo che sceglie di aspettare la morte. Ricercare equivale a vivere. Direi perciò una funzione - più che un valore -fisiologica.

Tornando alla politica. La Macarena su Roma spiccava anche per il modo di raccontarla. Cosa è per te la politica e perché hai deciso di non parlarne più o di parlarne in un modo del tutto diverso?
La politica è il tentativo di amministrare la realtà e gli uomini nel loro stare insieme ad altri uomini. Il modo in cui lo si fa viene dettato anche dalla visione che si ha del vivente e del suo rapporto esistenziale con ciò che lo circonda. Le canzoni non risolvono alcun problema di natura economica o burocratica e tanto meno dicono la verità. L'arte in ogni sua forma e la verità non hanno alcuna parentela. Le canzoni, i quadri, i romanzi, i film, possono tuttalpiù contribuire ad allontanare l'orizzonte esistenziale di qualche individuo o di una collettività, creando uno spazio nuovo sul quale avanzare. DIE mette in scena una visione del rapporto che lega gli esseri umani fra loro, che li lega al tempo, che li spinge oltre se stessi, oltre la propria carnalità, oltre le maglie della paura. Per tutte queste ragioni DIE è un disco più profondamente e radicalmente politico de La Macarena su Roma.

Quali reazioni ti aspetti all’uscita di DIE? E quanto è importante per te il giudizio del pubblico?
Non riesco a immaginare le reazioni che accompagneranno l'uscita del disco poiché si tratta di un lavoro isolato che non chiama a raccolta un target di ascoltatori consolidato. Spero venga riconosciuto per quel che è, ovvero ambizioso, curato, coraggioso, ricco di idee, eretico, dall'identità fortissima. Il giudizio degli altri è importante per chiunque miri a dar vita a qualcosa che possa esistere e rimane al di fuori di sé. Quello di pubblico è un concetto di derivazione economica che ha a che fare con la vendita del prodotto. Per questa ragione, e poiché nutro profondo rispetto per le persone che fanno parte di questa entità collettiva, cerco di non curarmene affatto se non a posteriori. Se lo facessi in fase di scrittura il mio lavoro ne risentirebbe e finirei inevitabilmente per essere disonesto nei miei confronti, e quindi, come conseguenza, nei confronti del pubblico. Ho un unico dovere ontologico, ed è quello di assecondare le mie intuizioni e spingerle sempre più avanti.

Ci saranno cambiamenti nell'assetto live?
Sicuramente. Ci sarà un grandissimo lavoro sul suono - che curerò con Bruno Germano - e sulla struttura stessa del live.

E tu come sei cambiato rispetto a cinque anni fa, prima di questo disco?
Stessa gola, stessi occhi, ma voce più forte e sguardo più ampio.

Valentina è una corrispondente di VICE in situazioni ai limiti dell'assurdo, seguila su Twitter.