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Cannabis

La sentenza della Cassazione sulla cannabis light non risolve nulla e fa solo confusione

Davvero è la fine della cannabis light in Italia? Che ne sarà dei negozi? Chiuderanno tutti? Niente panico.

di Leonardo Bianchi
31 maggio 2019, 9:00am

Foto via Unsplash.

Da circa un mese a questa parte, una parte della politica italiana—indovinate quale—ha deciso che la cannabis light è IL MALE e devia la gioventù, perché è una droga letale come tutte le altre e va messa fuori legge.

Nel pomeriggio di ieri, per un momento, sembrava essere arrivata una conferma a questo assunto. Le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno infatti deciso che è illecito “commercializzare i prodotti derivanti dalla cannabis light,” ponendo fine a un contrasto giurisprudenziale sorto sull’interpretazione della legge 242 del 2016. Il procuratore generale della Cassazione aveva invece chiesto di trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale, perché la norma non è affatto chiara e “non vi è la prevedibilità, da parte del cittadino e del commerciante, sulle condizioni suscettibili di essere sanzionate.”

Stando alla massima provvisoria rilasciata dalla Suprema Corte, la commercializzazione di "cannabis ‘sativa L’ e in particolare di foglie, infiorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione” della suddetta legge. Quest’ultima, continuano i giudici, “qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricola.” Le condotte di cessione e vendita rientrano dunque nel testo unico sulle droghe, “salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante.”

A una lettura preliminare, dunque, il portato naturale di questa sentenza dovrebbe essere la chiusura immediata di tutti i negozi sparsi per l’Italia e la fine di un settore in espansione, su cui molti imprenditori hanno investito parecchio. Sui social, almeno, in molti hanno reagito così; e anche Riccardo Ricci, presidente dell’Aical (Associazione italiana cannabis light) ha detto all’Agi che una simile decisione “per noi è una tragedia, di fatto la pietra tombale di un’intera filiera industriale” che “avrà un impatto su almeno 10mila persone.”

La politica, dal canto suo, ha esultato a tempo record. Matteo Salvini ha detto che “siamo contro qualsiasi tipo di droga, senza se e senza ma, e a favore del divertimento sano.” Il ministro della famiglia Lorenzo Fontana ha dichiarato che “questa decisione conferma le preoccupazioni che abbiamo sempre manifestato in relazione alla vendita di questo tipo di prodotti.” Pure Stefano Pedica del Partito Democratico ha espresso soddisfazione: “Non ci sono droghe di serie A e B. Sono tutte pericolose. Dietro il proibizionismo non c’è nessuna ipocrisia.”

L’avvocato Carlo Alberto Zaina, legale dell’imprenditore da cui è partito il caso arrivato a sentenza, è stato invece molto più cauto. “È la solita scappatoia all’italiana: se la canapa non ha un principio attivo drogante, la questione non esiste,” ha spiegato a DolceVita. “Ora bisognerà stabilire cosa si intende per principio drogante.” In altre parole, sostiene l’avvocato, “la montagna ha partorito il topolino, in un’ottica che lascia comunque incertezza. Perché se un commerciante riesce a dimostrare che la sostanza che vende non ha effetto drogante, non c’è niente di illecito.”

Di parere simile sono anche gli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti di "Tutela Legale Stupefacenti," che su Facebook hanno scritto così: "La massima provvisoria della Suprema Corte, infatti, non esclude a priori il commercio finora sviluppatosi in quanto i Giudici sembrano punire soltanto quelle condotte che riguardano prodotti 'in concreto' aventi efficacia drogante. Ebbene, tale massima, alla luce del consolidato diritto vivente, dovrebbe far salvi tutti quei derivati della Cannabis Sativa c.d. light con principio attivo (THC) fino allo 0,5%."

Al netto della propaganda trionfante e dei comunicati del Moige, le domande sollevate dalla sentenza sono diverse: davvero è la fine della cannabis light in Italia? Che ne sarà dei negozi? Le forze dell’ordine avranno mano libera per chiuderli?

Le ho girate a Luca Marola, uno dei fondatori di Easyjoint. “Noi nascemmo due anni fa ponendo proprio questa domanda: perché il fiore di canapa non dovrebbe essere venduto?” mi dice al telefono. “In due anni, in questa incertezza normativa, abbiamo chiesto alle istituzioni di intervenire, facendo vedere come un mercato del genere era possibile, fiorente e positivo. L’unica cosa che ci si aspettava era un elemento di chiarezza: si può fare? Non si può fare? E a che condizione?”

Il dispositivo delle sezioni unite, che di certo non è così “favorevole,” non fa nulla di tutto ciò; anzi, “aggiunge confusione alla confusione.” Secondo Marola, l’ultima riga riapre la questione: “è tutto vietato, a meno che non contenga nessun principio drogante. Ma noi stiamo parlando di canapa industriale, che per definizione legale non ha principi droganti—perché il THC è ben inferiore al limite drogante. E quindi, per questa canapa che non ha principio drogante, qual è la risposta? Pare che non ci sia.”

Il problema rimane dunque una legge scritta male, e che ognuno interpreta come vuole. “Pensavamo che la Cassazione ci desse elementi di chiarezza,” continua Marola, “che non vuol dire ‘fate il cazzo che volete’, ma parole chiare. Ma anche qui, non è successo: la sentenza lascia parecchi spiragli aperti.”

Il fondatore di Easyjoint mi dice poi che “nessun negozio chiuderà, questo è poco ma sicuro,” e che le forze dell’ordine non hanno di certo bisogno delle Sezioni Unite per chiudere le attività, se vogliono: il questore di Macerata, il più ostile alla cannabis light in Italia, già lo fa tranquillamente da mesi.

Insomma: non è il momento di lasciarsi prendere dal panico. Piuttosto, dice Marola, bisogna avere come obiettivo “la regolamentazione e l’istituzionalizzane del fenomeno della cannabis light”; e soprattutto, “la politica dovrebbe tornare a fare la politica e a occuparsi delle leggi”—invece di lanciare slogan faciloni e lasciare le patate bollenti in mano alla magistratura, che naturalmente può arrivare fino a un certo punto.

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