iper-produttivita
Illustrazione di AdobeStock/GoodStudio.
Salute

Come l'iper-produttività si è mangiata prima il nostro lavoro, poi anche la nostra vita

Oggi, con un confine tra lavoro e vita privata sempre più sottile anche a causa della pandemia, ci obblighiamo a essere la versione migliore di noi stessi persino quando dovremmo staccare.
23.2.21
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A un anno dai primi cenni di lockdown, parliamo di com'è stare 'dentro': dentro le nostre case, ma anche dentro noi stessi

In questi mesi, per via della pandemia, abbiamo passato molto più tempo ‘dentro’: dentro le nostre case, ma anche dentro noi stessi—probabilmente cambiando un po’ il rapporto che abbiamo con entrambi gli aspetti. In questa serie a un anno dai primi cenni di lockdown, vogliamo analizzare il come e il perché. Possibilmente in una luce positiva, perché sul resto abbiamo scritto abbastanza.

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Tim Ferriss è diventato ricco convincendo milioni di persone che la soluzione definitiva ai loro problemi fosse l’iper-produttività. Lavorate quattro ore al giorno, diceva, ma lavorate così intensamente da fare in mezza giornata tutto ciò che normalmente fareste dalle 9 alle 18. Pubblicato nel 2007, il suo libro The 4-Hour Work Week promette di insegnare tre cose a chiunque sia abbastanza motivato da mettere in pratica i suoi insegnamenti: fuggire dall’orario da ufficio, vivere dovunque si voglia ed entrare a far parte del gruppo dei nuovi ricchi. 

Come tanti altri guru dell’iper-produttività, Ferriss vende un sogno irrealizzabile. Dalla carriera alla forma fisica, passando per gli obiettivi personali e la pianificazione finanziaria, per lui non c’è aspetto della nostra vita che non possa essere migliorato, pompato e ottimizzato. Tutti abbiamo ben presenti le forme che assume l’iper-produttività quando viene performata, e richiesta, alla scrivania. Il prodotto del lavoro che generiamo deve essere tracciabile e costante, ogni momento morto eliminato e le distrazioni soppresse sul nascere. Per farlo abbiamo provato ogni variante della tecnica del pomodoro, ci siamo ascoltati ore di orrenda musica per concentrarsi e abbiamo scaricato decine di app che silenziano le notifiche non urgenti e bloccano temporaneamente l’accesso a Instagram. E così, i trucchi per essere più produttivi sono diventati parte integrante della nostra quotidianità.

Ma se tutti sappiamo com'è vivere con questo approccio sul lavoro, con l’arrivo della pandemia è successo qualcosa di imprevisto: dopo essersi appropriata della nostra vita professionale, l’iper-produttività ha divorato anche le nostre vite private. Se prima dovevamo massimizzare le attività e i compiti portati avanti nell’arco di tempo che va dalle 9 alle 18, durante il primo lockdown abbiamo iniziato a spingerci oltre i nostri limiti personali 24 ore su 24, sette giorni su sette. 

Con la pandemia il tempo, libero e non, ha cambiato aspetto ed è diventato tutto ciò che avevamo. Di conseguenza, ben presto abbiamo iniziato a sentire il bisogno di riempirlo e ottimizzarlo. Privati di quei momenti che facevano da cuscinetto alle diverse parti della giornata, ci siamo dati da fare per trasformare il tempo libero in una sequela di attività diverse, tutte facili da misurare e condividere sui social media. L’iper-produttività è così arrivata a cannibalizzare anche il nostro tempo libero, che tutto d’un tratto si è espanso, dilatato, perdendo i suoi confini e arrivando infine a confondersi con il lavoro stesso. 

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Ma se i progressi sono di semplice misurazione, lo stesso vale per i fallimenti. Anzi: a saltare all’occhio è sempre ciò che non abbiamo fatto. Pensiamo a un habit tracker debitamente compilato: noteremo prima i giorni vuoti rispetto a quelli in cui abbiamo “fatto il nostro dovere”, perché quelle caselline immacolate ci ricordano che non siamo perfetti come vorremmo essere, ed è il senso di colpa dietro questi micro fallimenti a motivarci nell’insensata corsa all’iper-produttività costante.

E poi c’è la pressione sociale, amplificata e portata all’estremo a ogni apertura di Instagram, dove tramite le stories abbiamo l’impressione che tutti stiano impegnando al meglio il loro tempo libero. Che si tratti di scaricare la tensione facendo jogging o inventarsi un contenuto di cui si può essere esperti per una room su Clubhouse, non c’è spazio per l'autoindulgenza nel tardo capitalismo.

Ma come è successo? Dopo la rivoluzione industriale abbiamo scoperto i vantaggi dell’ottimizzazione della linea produttiva. Con l’avvento di Internet ci siamo resi conto che tali dinamiche potevamo essere applicate anche al lavoro da scrivania, ottenendo gli stessi vantaggi. La pandemia, infine, ci ha portato a monetizzare anche il nostro tempo libero, perché abbiamo introiettato il sistema capitalista a un livello così profondo da non riuscire più a distinguerlo dai nostri desideri. 

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La prima cosa da fare quando vogliamo intraprendere un nuovo hobby? Comprare l’attrezzatura giusta. Una volta comprato tutto quello che potevamo comprare, poi, perché non iniziare a vendere il prodotto del nostro tempo libero? E se proprio non riusciamo a diventare dei professionisti, c’è sempre l’esperto di turno pronto a darci tutti i consigli di cui abbiamo bisogno per non abbandonarlo, e continuare a generare profitto. Come scrive Ann Helene Petersen nella sua newsletter Culture Study, “il capitalismo è dipendente dal nostro costante sentire che ci manchi qualcosa, non importa quanta abbondanza abbiamo generato o ricevuto. C’è sempre qualcosa in più da fare, più modi per migliorare, livelli di produttività da innalzare.”

È per questo che, lo scorso marzo, avrei voluto chiedere a me stessa (e non solo): sogni di aprire una panetteria, oppure anche se non impari a fare la pizza con il lievito madre va bene lo stesso? O ancora: dicevi di fare yoga come valvola di sfogo per ricordare a te stessa di avere due gambe e due braccia, ma com’è che Adriene è diventata la tua religione? Se siamo arrivati a riempire internet di articoli in difesa di chi ha guardato Emily in Paris e Bridgerton, forse è il momento di rivedere il nostro rapporto con il tempo libero. Perché sentiamo il bisogno di giustificare qualche ora di ambient TV?

Anche la percezione della consequenzialità del miglioramento di sé, ovviamente, ha un suo ruolo—e questo nonostante l’idea che migliorare significhi darsi da fare per un adeguato numero di ore sia, semplicemente, sbagliata. Si migliora, si peggiora, si fanno progressi e poi si regredisce, un po’ come in questo grafico. Pensare di poter passare da A a B grazie alla propria dedizione è semplificare a tal punto il concetto di miglioramento da snaturarlo. 

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Ma diventare la versione migliore di sé stessi sempre non è l’unica strada percorribile. Possiamo scegliere la mediocrità, per esempio. Per tanto tempo abbiamo associato l’essere ordinari alla pigrizia—una caratteristica tipica dei perdenti, di chi nella vita non avrà mai successo. A forza di pensarla così, però, abbiamo perso di vista l’importanza della mediocrità: “Dovunque si guardi, qualunque cosa si faccia, le performance sono portate all’estremo, spesso sorvegliate da app di tracciamento e compagni con cui siamo in competizione,” scrive Avivah Wittenberg-Cox su Harvard Business Review nella sua ode alla moderazione. “L’essere moderati, in qualunque cosa o forma, viene percepito come un’espressione di dilettantismo, l’abitudine di un fannullone che non ha la forza di volontà di allenarsi per 10.000 ore in qualcosa e diventare bravissimo in ciò che fa.”

Anche il nostro guru dell’iper-produttività Tim Ferriss ha dovuto cedere all’evidenza, iniziando a chiedersi quale fosse lo scopo della sua inarrestabile iper-produttività. Oggi, le sue attività imprenditoriali vogliono aiutare gli altri a “sentirsi bene con se stessi.” Niente più soldi, niente più tempo, niente più carriera: l’unica cosa che conta davvero è stare bene, anche se modalità e strumenti per raggiungere l’obiettivo rimangono gli stessi. Perché per Ferris, ogni attività deve essere portata alla perfetta realizzazione attraverso un processo standardizzato. 

Da lui possiamo però imparare cosa non fare, provando a coltivare un po’ di più la mediocrità come risposta conscia alla monetizzazione del tempo libero. Se proprio non possiamo fare a meno di impegnarci, concentriamo le nostre energie nell’eliminare la pressione sociale che esercitiamo sul miglioramento di noi stessi, facendo spazio a una maggiore consapevolezza dei nostri limiti e smettendo di sentirci in colpa se oggi abbiamo corso più lentamente di ieri—o se a correre proprio non ci siamo andati.

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