Come le velleità hanno fregato la nostra generazione

Abbiamo intervistato l'autore di "Teoria della Classe Disagiata" e gli abbiamo chiesto se siamo destinati alla depressione.

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27 settembre 2017, 1:17pm

Illustrazione via Flickr.

Non c'è bisogno di condurre lunghe inchieste sociali per capire che viviamo in un periodo storico in cui i nostri 'sogni di gloria', le nostre velleità, la nostra competizione intellettuale non porteranno mai a una completa realizzazione personale. È come se fossimo "troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni, troppo poveri per realizzarle," dovendo imparare a convivere con questa consapevolezza e col relativo sentimento di "disagio" per ciò che non abbiamo realizzato.

Nelle ultime settimane c'è un libro di cui si sta parlando parecchio e che affronta questo tema: è Teoria della classe disagiata, che malgrado sembri il titolo di un saggio sull'Ottocento industriale è stato scritto nel 2017 da un italiano che vive a Parigi, e che su Facebook si fa chiamare Eschaton.

Raffaele Alberto Ventura, questo è il suo nome, parla proprio di tutti quei precari della cultura dei nostri anni, quei lavoratori senza posizione fissa che generano contenuti che nessuno legge veramente, e che finiscono per campare sulle spalle di un capitale che non hanno accumulato—seppur sfruttando le nuove tecnologie per dare da mangiare alla bestia dell'ego.

In buona sostanza, Ventura parla di noi e delle nostre ambizioni più o meno inespresse—artistiche, letterarie, esistenziali. La Teoria della Classe Disagiata è una specie di analisi sul presente che cerca di mettere insieme vari riferimenti (culturali, internettiani, sociologici) per arrivare a una "teoria sociale" che possa finalmente includere questa categoria di persone e trovargli una nicchia nella società.

Si può essere d'accordo o meno, leggere il libro come il frutto di un lavoro da dandy che guarda dalla sua terrazza la fine del mondo, o come il lamento di un ragazzo che è dovuto andare all'estero per trovare il suo posto nel mondo. E di critiche, in questi giorni, non ne sono mancate.

Il libro, comunque, cerca di capire come siamo arrivati a questo punto: c'è dentro l'economia e la teoria dei giochi, la letteratura romantica—per capire come la borghesia abbia rinunciato alla missione storica di agire sulla società ponendosi come mediazione tra proletariato e classe dominante—così come la critica al sistema dei consumi, come simulacro di un agire politico che si è spostato dalla lotta alla testimonianza.

Non è un caso che la frase più politica del libro sia quella che lo chiude: "La classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare." Per questo ho pensato di parlarne con l'autore.

VICE: Come ci hanno fregato? Di chi è la colpa? Secondo te siamo vittime e basta, o siamo anche un po' corresponsabili?
Raffaele Alberto Ventura: Le velleità, per definizione, implicano un rischio. E il rischio è tale perché o la va (raramente) o la spacca (più spesso). Se fossi un guru motivazionale ti direi che l'importante è partecipare, che fallire non è un problema—se provandoci hai imparato della cose e vissuto delle esperienze. Magari non ce la fai a diventare quello che volevi essere, un grande cuoco o uno startupper di successo, una rockstar, il miglior piastrellista, ma intanto ti porti nel cuore un bel ricordo.

Certo, dipende quanto hai sacrificato, le occasioni che hai perso, come ti trovi adesso. La mia impressione però è che oggi 'l'industria delle velleità' produca piccole gratificazioni che però non sono all'altezza del disagio che a medio o lungo termine produrranno.

Di chi è colpa?
Be', la colpa è un concetto morale, alla fine non credo che sia un modo interessante di porre la questione. Ci sono delle catene di cause.

Tra queste, nel libro, identifichi cose come la congiuntura economica, la crisi, da cui poi si genera l'erosione del potere d'acquisto del ceto medio, ma anche—appunto—questa tensione velleitaria che diventa poi 'fabbrica' del quotidiano (e che poi è il concetto del prosumer: diventiamo noi la merce.)

Un guru motivazionale ti direbbe di imparare dall'esperienza: ma cosa succede se alla fine a quarant'anni non solo non hai usufruito del cosiddetto "ascensore sociale", ma sei anche passato da un lavoretto all'altro con la consapevolezza che il grande romanzo che hai nel cassetto magari riuscirai a pubblicarlo, ma non ti permetterà di cambiare davvero la vita? Insomma: dove ci porta tutto questo capitale esperienziale? Alla depressione?
Sì appunto, tu lo chiami capitale esperienziale, ma di fatto è una zavorra di fallimenti. È una bomba di risentimento pronta a esplodere: basta leggere i classici della sociologia—penso a Durkheim e Merton quando parlano dell' anomia—per capire che lo sfasamento tra realtà e aspettative è la principale causa di disagio e depressione, di comportamenti devianti, di suicidio.

Durkheim collega questa anomia proprio all'ascensore sociale, che alimenta delle aspettative e spesso le tradisce. Negli anni del boom economico sembrava che sarebbe stato possibile per tutti garantire a se stessi e ai propri figli il benessere e l'autorealizzazione. Ma l'esaurimento della spinta propulsiva del capitalismo euro-americano ci lascia con poche opportunità nelle quali investire le nostre risorse sovrabbondanti.

Per questo le mobilitiamo per combatterci a vicenda, a colpi di consumi posizionali e anni di formazione, per accaparrarci i pochi posti rimasti. Dovremmo cooperare per negoziare delle soluzioni—ad esempio, frenare la corsa al ribasso dei salari—ma il risentimento ci acceca.

Infatti secondo me quello che manca alla "Classe" contemporanea è proprio essere "Classe". Per questo mi chiedo se il centro del discorso sia la "Teoria", la "Classe" o il "Disagio".
Penso che questa classe sia strutturalmente eccedente: non m'importa salvarla. Fin dalla premessa spiego quanto sia necessario "farci da parte" per lasciare che una nuova classe emerga al posto nostro. Non è che io sia disfattista, è molto peggio. Il nostro compito è testimoniare, ma anche trasmettere.

Trasmettere cosa? La consapevolezza di non fare i nostri errori di cui non siamo responsabili perché siamo stati programmati così?
In un certo senso. Anche se credo che questi errori siano inevitabili. Non sono colpe morali, ma reazioni quasi meccaniche. L'escalation dei consumi posizionali è una conseguenza logica del mix tra sovraccumulazione e scarsità di opportunità. Quello che vorrei che fosse trasmesso a chi verrà dopo di noi è quel patrimonio, quel complesso di tecnologie politiche che ha insegnato all'Occidente come si governano delle società complesse. Come quando i medievali riscoprivano Aristotele e il diritto romano.

Però non è che stiamo lasciando l'Occidente proprio in buono stato. Cioè, noi lo abbiamo ereditato senza sapere bene cosa farcene—se non riderci su.
Vero. Perché la cinghia di trasmissione si è già rotta. La scuola, l'università, non sono già più in grado di trasmettere questi saperi.

Tu nel libro ti concentri molto sul tema dell'istruzione e della formazione. È chiaro che la partita per il futuro si gioca lì, ma senza una chiara riforma futuribile degli enti siamo punto e capo—e questo è un punto anche politico.
Nel libro cito Ibn Khaldun (storico marocchino nato nel 1332 e considerato uno dei primi economisti della storia, nda) e di quella che lui chiama asabiyya: cioè la cooperazione, che poi è l'anima dei corpi sociali. Tra l'altro si tratta anche di un concetto della teoria dei giochi: le soluzioni cooperative sono la sola alternativa alla mutua distruzione assicurata. Il problema è che la classe disagiata non ha questa asabiyya, che potremmo anche tradurre marxianamente con "coscienza di classe".

E perché non ce l'ha e non può avercela?
Perché i posti sono troppi pochi, e se anche una parte della classe disagiata riuscisse a cooperare—ad esempio, per frenare la corsa al ribasso dei salari—ci sarebbe comunque un esercito di outsider, esclusi e quindi non-cooperativi. Non è lo straniero che ci "ruba il lavoro": è il nostro simile, nostro fratello.

Insomma, siamo fregati e in questo contesto anche la cooperazione deve essere ripensata. Penso per esempio alla sharing economy ...
Non c'è nulla di realmente cooperativo nella sharing economy, per come è stata recuperata dalle grandi piattaforme che ne hanno preso il monopolio. D'altronde non era cooperativo neanche il loro modello antropologico, il potlatch, il "dono onorifico" di cui scriveva Marcel Mauss è di cui si sono appropriati i teorici della sharing economy.

Il potlatch era un dono terribile, un vero e proprio ricatto, un circuito di doni e controdoni sempre più improduttivi e imbarazzanti, che di fatto aveva la funzione di costruire il prestigio e quindi fissare delle gerarchie sociali. Oggi è lo stesso: è un meccanismo che serve a produrre "differenza".

Quella stessa "differenza" che diventa "aspirazione" e che si sviluppa in un "disagio" per lo stesso fatto che diventa un nodo apparentemente non scioglibile.
Il disagio è il residuo lasciato dalle promesse di mobilità sociale, come notava—appunto—Durkheim.

Anche perché alla fine c'era pure Margaret Thatcher che ti diceva che la società non esiste, quindi dove vuoi andare?
È paradossale che a dire che la società non esiste sia una che voleva abolire lo Stato. Al contrario io credo che, se volessimo arginare l'onda della "burocratizzazione del mondo" di cui lo Stato oggi è lo strumento sempre più totalitario, è proprio la società civile che dobbiamo ricostruire e far funzionare, restituendole la sua asabiyya, la sua capacità autoregolativa.

Alla fine lo Stato, per come lo abbiamo sempre inteso, sembra non stare molto bene—a un livello superficiale: basta guardare solo a quante spinte indipendentiste ci sono in questi mesi. Lo stesso individuo, poi, rischia di scomparire tra algoritmi, automazione, logica tribale e depressione per la quantità di aspirazioni irrisolte che ha generato. Alla lunga, al netto dei like su Facebook, del capitale reputazionale quando arriva la bolletta del gas non sappiamo cosa farcene.

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