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Com'è davvero lavorare per Expo

Sono una dei giovani che dopo aver tentato diversi colloqui e provato l'esperienza ha lasciato il lavoro per Expo, e dopo la bufera sui posti da 1300 euro rifiutati dai candidati ho deciso di raccontare come è andata.

di Marta Bertoni
23 aprile 2015, 5:30am

Expo Gate. Foto di Stefano Santangelo, via.

Ieri mattina, sul Corriere della Sera, è uscito un articolo che denunciava le difficoltà dei selezionatori del personale di Expo nel reperire giovani disposti ad accettare gli incarichi per le posizioni disponibili in vista dell'apertura dell'evento.

Nel frattempo ci sono state precisazioni e sono emersi maggiori dettagli, ma è bastato un attimo perché venissero nuovamente tirati in ballo tutti i classici capisaldi del tema giovani/lavoro: crisi, Fornero, essere troppo choosy e bamboccioni ecc ecc.

Devo dire che avevo sempre guardato a questo genere di dibattito con un certo distacco, perché fondamentalmente, o almeno così credevo, non mi aveva mai riguardato da vicino. Questo appunto fino a ieri: perché tra i giovani italiani selezionati per lavorare a Expo che hanno rinunciato all'incarico ci sono anche io.

Manpower, l'agenzia interinale incaricata di trovare gli addetti finita al centro dell'articolo di ieri, ha successivamente dichiarato che il 46 percento di rinunce—molte delle quali "pervenute all'ultimo istante"—non riguarda le posizioni per i Padiglioni di Expo per le quali mi ero candidata. Eppure, leggendo le testimonianze di vari candidati che raccontavano la loro versione dei fatti, ho trovato molte somiglianze con la mia situazione.

Va precisato che le varie selezioni per i posti di lavoro si sono svolte con dinamiche e condizioni comprensibilmente diverse fra loro, sia per quanto riguarda i vari tipi di incarico che per i vari padiglioni. Per quanto mi riguarda, posso limitarmi a raccontare quella che è stata la mia esperienza, e spiegare per quale motivo, alla fine di tutto l'iter di colloqui e corsi di formazione, ho deciso di rinunciare al mio posto.

Dopo essermi laureata in Storia dell'Arte, ho quasi sempre lavorato per gallerie d'arte e simili, ottenendo perlopiù contratti a tempo determinato di breve durata.
Dopo la fine del mio ultimo contratto, però, mi sono ritrovata senza lavoro e senza la prospettiva di poter trovare qualcosa di simile a breve. Era all'incirca la fine dell'anno scorso.

Quindi ho cominciato a mandare curriculum e richieste un po' ovunque. Avendo esperienza come guida, e sapendo che in quei mesi stavano iniziando i colloqui per il personale di Expo, ho pensato che, fra le altre, sarebbe stata una buona idea mandare richieste e curriculum anche alle agenzie interinali che si stavano occupando delle selezioni.

Inizialmente le mie aspettative non erano delle migliori: vista la presumibile mole di richieste che sarebbe arrivata, il pericolo, pensavo, era che le condizioni economiche e i posti disponibili sarebbero stati abbastanza deludenti.
Ma dopo avere passato diverso tempo in rete sui vari annunci, ho deciso comunque di appoggiarmi a tre di queste agenzie offrendo la mia candidatura come guida o come addetta all'organizzazione. Era il mese di febbraio 2015, ma la prima chiamata per iniziare i colloqui è arrivata solo tre settimane fa.

In realtà, per la precisione, il primo colloquio che ho sostenuto, per un posto al padiglione del Cile, l'ho ottenuto tramite un'amica. Mi sono presentata in via Raspini, dove si trova il megapalazzone di Manpower in cui vengono svolte le selezioni del personale per Expo, e ho avuto un primo incontro con un ragazza simpatica che mi ha illustrato quale sarebbe stata la mia posizione e mi ha chiesto le mie esperienze. È stato tutto molto rapido, il classico colloquio preliminare, quindi non mi sono allarmata per il fatto che non fosse stato fatto alcun tipo di accenno all'ammontare del possibile compenso.

Dopo poco sono stata chiamata per un secondo incontro, questa volta alla presenza dei responsabili cileni del padiglione. Mi è stato chiesto di dimostrare la mia capacità di esprimermi in inglese e spagnolo, e poi mi hanno salutato dicendomi che mi avrebbero fatto sapere. Neanche in quell'occasione è stato fatto alcun riferimento a stipendio o possibilità di essere assunti per part time o full time. Alle mie timide domande a riguardo ho ricevuto risposte piuttosto vaghe. Qualche giorno più tardi, sono venuta a sapere che la posizione era stata chiusa.

Nel frattempo, però, arrivavano a raffica le chiamate per altre posizioni. La prima che mi ha contattato è stata un'altra delle agenzie interinali a cui mi ero rivolta, chiedendomi di sostenere un colloquio come guida per un padiglione che cercava personale il prima possibile: mi è stato detto che, data l'imminenza dell'apertura, mi avrebbero fatto sapere il prima possibile, e di tenermi pronta. La mail che mi comunicava che ero stata accettata e che dovevo presentarmi per discutere il contratto mi è arrivata ieri l'altro, di sera.

Il terzo colloquio l'ho fatto per un'agenzia che cercava personale per il padiglione della Corea. Mi hanno offerto un posto come receptionist per uno dei ristoranti che sarebbero stati allestiti all'interno. Questa volta ho incontrato direttamente i responsabili coreani, di cui due non parlavano inglese e quindi sono stati tutto il tempo ad ascoltare quello che dicevo senza capire, aspettando che l'interprete traducesse per loro. Mi hanno chiesto la disponibilità sia per il full time che per il part time. E mi hanno detto che nel caso fossi stata presa per un full, lo stipendio mensile sarebbe stato all'incirca di 1200 euro netti.

I coreani, però, sono stati gli unici che si sono fatti vivi dopo pochi giorni, e mi hanno convocato per l'inizio del corso di formazione preliminare: tre giorni in cui avrei dovuto seguire le lezioni di routine su sicurezza e norme igieniche, e in cui mi sarebbe stato presentato il progetto completo dell'azienda per cui avrei lavorato. Non avendo saputo niente riguardo alle altre posizioni per cui mi ero candidata, nonostante fosse l'incarico che mi interessava di meno, ho accettato subito la proposta.

Un video di Psy come quelli che abbiamo visto durante la formazione per il padiglione coreano.

Il corso è iniziato il mercoledì dopo Pasqua, e si è svolto nella zona dei Navigli, in una specie di scuola di omeopatia e naturopatia che era stata affittata per l'occasione. Era pieno di altri ragazzi come me, e tutti ci facevamo fra noi le stesse domande: cercavamo di capire se a qualcuno fosse stato detto qualcosa di più preciso riguardo alla tipologia di assunzione e agli stipendi. Erano tutti piuttosto dubbiosi, spaesati, e preoccupati: gravitavamo nel limbo delle mezze informazioni, ed eravamo tutti lì per sostenere una tre giorni di corso formativo non retribuito senza aver avuto nessuna rassicurazione su un possibile contratto.

Molti ragazzi si lamentavano per aver fatto tutta la selezione, ed essersi poi sentiti dire che il loro possibile stipendio si sarebbe aggirato intorno ai 700/800 euro. Senza alcun tipo di rimborso spese.

La classe a cui sono stata assegnata era composta dal personale del ristorante per cui ero stata selezionata: camerieri, pasticceri, cuochi. Il primo giorno lo abbiamo passato guardando video di operai rimasti incastrati nei macchinari industriali, e seguendo lezioni di sicurezza sul lavoro dalle nove di mattina fino alle 18.

Durante il secondo giorno, dopo una mattinata di indicazioni sulle regole igieniche e la conservazione degli alimenti necessarie per un ristorante, avrei dovuto seguire un corso pomeridiano con un responsabile sindacale che ci avrebbe spiegato i diritti e i doveri derivanti dai contratti di somministrazione che avremmo stipulato con le agenzie interinali. A questo corso, però, non ho preso parte: perché nel pomeriggio avevo fissato un altro colloquio con una fondazione a cui avevo mandato il curriculum.

L'ultimo giorno di corso mi sono ripresentata alla scuola di naturopatia, dove i responsabili coreani del padiglione hanno tenuto una presentazione del progetto. È stata una specie di propaganda aziendale mista a video di K-Pop. Il testimonial della catena multinazionale di ristoranti per cui avrei lavorato, la BBGO, è PSY, quello di "Gangnam Style", e quindi ci siamo visti una maratona dei suoi video mentre i responsabili si mostravano orgogliosi ed entusiasti.
Dopodiché i cuochi del ristorante ci hanno presentato l'infinità dei piatti che avrebbero offerto nei menù. Non ce li hanno fatti provare però, perché l'assaggio e le altre indicazioni necessarie per iniziare il nostro lavoro si sarebbero dovute tenere la settimana successiva, una volta firmato il contratto.

Solo il lunedì successivo, quindi, davanti alla copia fisica del modulo di assunzione, sarei stata in grado di ottenere quelle informazioni che mi avrebbero permesso di valutare se accettare o meno.

La domenica mattina, però, sono stata di nuovo contattata dalla Manpower, che cercava urgentemente del personale disponibile per il padiglione degli Emirati Arabi.

A quanto pare, infatti, i responsabili dell'organizzazione si erano attivati in ritardo, e avevano incaricato i selezionatori dell'agenzia di reperire tutti i dipendenti necessari all'attività del padiglione. Visto che la posizione che mi offrivano era di addetta alla logistica, e che lo stipendio che mi proponevano era lo stesso del padiglione coreano (1200 netti per 36 ore di lavoro settimanali), ho deciso di accettare.
Quindi il lunedì, dopo aver avvisato i responsabili del ristorante coreano, mi sono presentata in sede per firmare il contratto.

Al momento della discussione, però, è venuto fuori che l'accordo prevedeva 1200 euro per 40 ore di lavoro, che sarebbero dovuti essere ridimensionati alle 36 ore concordate. Ok, 150 euro in meno potranno non essere una gran somma, ma su uno stipendio di 1200 fanno un po' di differenza. Gli accordi preliminari poi erano stati altri, e per di più avevo dovuto rinunciare a un altro posto per accettare quello.
Comunque sia, anche se abbastanza infastidita, ho firmato.

Subito dopo, io e le altre due colleghe assunte siamo state prelevate dal project manager italiano del padiglione e siamo state portate negli uffici provvisori allestiti nell'Expo Village di Molino Dorino. Visto che anche il project manager aveva firmato il contratto appena il giorno precedente, nessuno di noi quattro aveva idea di dove fosse effettivamente l'Expo Village, quindi abbiamo girato a vuoto per un bel po' prima di arrivare a destinazione.

Foto dell'autrice.

Gli uffici erano situati in una delle enormi e brutte torri del complesso, in una zona deserta occupata solamente da alcuni militari armati di mitra che sorvegliavano gli edifici. Arrivati in ufficio siamo stati accolti dall'unico rappresentante degli Emirati Arabi presente a Milano: un signore in carne e gioviale che ci ha spiegato quello che avremmo dovuto fare e mostrato il progetto del padiglione.

"Vedrete che sarà il più bello di tutti, vinciamo sempre la medaglia d'oro ai vari Expo. Ci saranno due o tre piani di uffici, che ovviamente vanno arredati, e quindi ci saranno da comprare non so... 30 o 40 scrivanie." In realtà, sembrava anche molto ansioso. Ci ha detto che si occupava di questo genere di eventi dal '92, e che era la prima volta che gli capitava di avere a che fare con una tale disorganizzazione.

Io e le altre due colleghe ci saremmo dovute occupare della logistica, dell'organizzazione, e dell'accreditamento degli ospiti speciali e degli addetti ai lavori, ma gli uffici erano quasi completamente vuoti—fatta eccezione per un paio di scrivanie e tre computer.

Il responsabile, dopo le spiegazioni, ci ha detto che lo stavano aspettando al consolato: quindi ci ha consegnato le chiavi, ci ha offerto dei datteri e un po' di tè, e dopo qualche breve raccomandazione ha salutato dicendo di chiudere l'ufficio una volta finito di lavorare.

Rimaste sole, e con poche indicazioni, abbiamo tentato di iniziare il nostro lavoro, ma ci siamo subito dovute scontrare con un impedimento tecnico.
Due dei computer che avevamo in dotazione, infatti, erano in arabo; e il terzo addirittura—e senza alcun apparente motivazione logica—in coreano.
Abbiamo passato quasi tutto il pomeriggio tentando di capire come impostarli in un'altra lingua, ma anche quando siamo riusciti a settarli in inglese, continuavano a scrivere da destra verso sinistra.

La prima cosa che il responsabile ha fatto la mattina seguente, quindi, è stato prelevare una delle mie colleghe e portarla a un ingrosso per comprare altri computer, stampanti, e attrezzature da ufficio. Mentre noi cercavamo di organizzare l'arredamento del padiglione e rispondevamo alle chiamate da Abu Dhabi.

Solo la settimana successiva sarebbero arrivati gli altri responsabili arabi, mentre l'agenzia continuava ininterrottamente ad assumere personale. Quindi, probabilmente per tutta la settimana del Salone del Mobile, saremmo stati solo noi cinque a mandare avanti la gestione dell'ufficio.

Dalla finestra che dava sul sito di Expo potevo vedere le strutture ancora in lavorazione. Sembrava un cantiere in piena attività.

Foto dell'autrice.

Era un po' surreale: dopo essere stata contattata all'ultimo minuto da tutte le agenzie, aver sostenuto una serie schizofrenica di colloqui per mansioni una diversa dall'altra e aver frequentato un corso di formazione, mi ritrovavo—con preavviso quasi nullo e pochissime indicazioni—a dove gestire la logistica di un intero padiglione in un ufficio in cui a poche settimane dall'inizio dell'evento mancavano ancora i computer.

È stato a questo punto, il terzo giorno di lavoro in ufficio, che mi è arrivata una chiamata dalle responsabili che mi avevano fatto il colloquio per il posto alla fondazione. Mi avevano preso.

Devo essere sincera: se non mi fosse stata offerta quest'altra opportunità avrei sicuramente continuato a lavorare per il padiglione degli Emirati Arabi, malgrado la situazione in cui mi trovavo e il fatto che l'organizzazione, l'iter formativo, e la discussione dei contratti fossero stati molto vaghi, e che al momento di firmare il contratto la proposta reale fosse stata diversa da quanto anticipato.

Semplicemente, però, il lavoro che mi era stato offerto aveva più a che fare con il mio percorso di studi, era una cosa che mi interessa di più, e soprattutto avrei avuto delle prospettive.

Con questo non voglio sentenziare che tutte le persone che hanno rinunciato al loro posto lo abbiano fatto per le mie stesse motivazioni: come ho detto il percorso delle selezioni e delle proposte è stato diverso per molti di quelli che hanno fatto richiesta, anche se proprio in un articolo di stamattina sulla vicenda, sempre del Corriere, si chiariva che alcuni avrebbero rinunciato alla posizione proprio perché avevano trovato altro.

È comprensibile: un giovane che cerca lavoro difficilmente può permettersi di vagliare esclusivamente l'offerta lavorativa di un evento che contatta i candidati a ridosso dell'inizio del lavoro. E che non è chiaro sulle condizioni di assunzione e retribuzione se non davanti al contratto da firmare.

Detto ciò, volendo vedere i lati positivi, queste ultime settimane sono state una specie di viaggio allucinato fra video di Kpop, complessi di edifici deserti e computer settati in arabo, in totale alternanza fra disorientamento ed esaltazione. E datteri, un sacco di datteri.