Mangiare platani è economico finché non sei tu a raccoglierli

Nonostante la loro bontà e notorietà guadagnata grazie alla cucina latinoamericana, è praticamente impossibile trovare platani organici ed equo-solidali nei negozi. E le motivazioni sono, per metterla giù semplice, alquanto sospette.
26.9.17
Foto via Flickr, user Jim

Nonostante la loro bontà e notorietà guadagnata grazie alla cucina latinoamericana, è praticamente impossibile trovare platani organici ed equo-solidali nei negozi. E le motivazioni sono, per metterla giù semplice, alquanto sospette.

Mia nonna è portoricana, per l'esattezza di Rincón, e ha tramandato a mia madre, nata a Long Island, la nobile arte del friggere i platani. Io sono così cresciuta mangiando platani, bramandoli, trangugiandoli anche quando erano ancora caldi. Mentre mia madre li friggeva nell'olio vegetale e li ricopriva di sale da cucina, io li lancio semplicemente nell'olio per friggere e poi li cospargo di sale marino. Con il tempo, in realtà, mi sono molto interessata alle origini culinarie della mia famiglia, senza soffermarmi però mai sulla coltura dei platani (non volevo forse accettarne le inevitabili conseguenze). Nel supermarket vicino al mio appartamento, a Bushwick, puoi portarti a casa 15 platani per $1, in quello che sembra sì un affare per un quartiere prevalentemente portoricano, ma sicuramente anche una perdita per chi li raccoglie.

A Porto Rico, così come ovunque risiedano i portoricani della diaspora, i platani (o banane da cottura o banane verdi), sono diventati sia un simbolo, sia l'alimento base di ogni dieta. Vengono consumati in tutta l'America Latina, sebbene la loro popolarità rimanga comunque più alta nelle isole caraibiche di lingua spagnola.

Quello che li differenzia delle comunissime banane Cavendish è la presenza di amido, che porta il loro sapore ad avvicinarsi a quello delle patate. Il sapore dei platani è dolce, quasi avvolgente, e solamente a tratti vicino a quello delle banane. Quando sono ancora verdi e duri possono essere tagliati a fette e fritti come patatine, o utilizzati per preparare piatti tipici portoricani e latinoamericani come il Mofongo e i Tostones. Mentre il primo consiste in una purea di platani fritti con olio d'oliva, brodo, aglio, e spesso aggiunte di maiale, i secondi vengono realizzati friggendo, appiattendo e friggendo nuovamente grossi pezzi di platano. Ai Tostones di solito sono anche riservate aggiunte di mojo de ajo e salsa d'aglio, che ovviamente li rendono ancora più deliziosi. In Venezuela, invece, i Tostones diventano la base del patacóns, una sorta di sandwich in cui i platani fungono da pane. Quando i platani sono gialli e morbidi, sulla via dell'annerimento (che poi è anche l'unico momento in cui possono essere consumati crudi), friggerli equivale a raggiungere la perfezione caramellata.

I platani fritti e dolci vengono spesso serviti prima della frutta e sono anche estremamente popolari in Messico dove, nei migliori ristoranti, li potete trovare immersi nel formaggio fresco.

Nonostante siano così deliziosi e richiesti nei piatti delle diverse cucine dell'America Latina, è praticamente impossibile trovare platani di colture equo-solidali o comunque organici nei negozi, che voi siate soliti fare acquisti nelle cooperative, nei supermarket locali o nelle grandi catene.

Che le banane, platani inclusi, siano di denominazione equo-solidale è estremamente importante. Verso la fine del Diciannovesimo secolo le compagnie Dole e Chiquita avevano dato il via alle loro operazioni di esportazione e importazione delle banane dall'America Latina agli Stati Uniti, abbassandone i prezzi ed egemonizzando i rapporti nei confronti degli agricoltori e dei lavoratori, spesso entrando in combutta con governi corrotti. I paesi da loro sfruttati, in cambio, si ritrovarono rivestiti del titolo di "Repubbliche delle Banane", proprio in virtù di questo sistema di sfruttamento basato sul guadagno di pochi a discapito di molti.
Secondo quanto riportato da cronache e racconti locali, nella Colombia del 1928 la United Fruit Co. (che poi è stata assorbita dalla Chiquita), aveva ordinato l'assassinio di un numero indefinito di lavoratori riunitisi in sciopero nella piazza di una chiesa per manifestare, in quello che è poi diventato noto come "il massacro delle bananiere". Ma non finisce qui. Circa un'ottantina di anni dopo, nel 2003, la Chiquita ha ammesso di aver versato 1,7 milioni di dollari alle forze paramilitari di estrema destra della Colombia, le famigerate Autodefensas Unidas de Colombia (Autodifese Unite della Colombia), per proteggere le proprie operazioni.

Stando all'associazione no-profit Banana Link, nel 2011 le società per azioni non basate sul commercio equo-solidale controllavano il 75% delle attività d'import/export internazionale delle banane. Soggetti a condizioni lavorative precarie, fra caldo insostenibile e agenti chimici, i lavoratori delle piantagioni di banane si ritrovano a dover sostenere turni lavorativi di 12 ore per 6 giorni la settimana, con paghe decisamente irrisorie (fosse loro garantito il salario minimo, i prezzi di platani e banane salirebbero). Sebbene le banane attraversino interi continenti per giungere a destinazione, il loro costo continua a essere inferiore rispetto a quello delle mele coltivate e vendute localmente.

Dan Koeppel, autore di Banana: Il destino della frutta che ha cambiato il mondo, ha esplorato a lungo la storia di questo frutto, arrivando a sostenere che la mancanza di un commercio organico ed equo di questo frutto sia dovuto alla sua richiesta.
"Non si trovano prodotti organici perché la domanda è altissima, si tratta di una categoria commerciale immensa" soprattutto qui negli Stati Uniti. E sebbene i platani siano ben conosciuti lungo tutta la Costa Orientale degli USA, nel resto del paese sono considerati un prodotto di nicchia.

Stando sempre a quando dichiarato da Koeppel, se per le banane la Dole e la Chiquita hanno investito tempo e denaro per ottenere la denominazione di "organico" del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti d'America (USDA), per i platani la storia ha preso un'altra piega. "Alle persone non interessa che i platani siano organici, basta rimangano economici." Quando abbiamo chiesto a un rappresentante della Dole quali fossero i piani dell'azienda nei confronti dell'import di platani organici, la sua risposta si è ridotta a un semplice "alle nostre orecchie giungono solo i piani che sono già stati messi in moto. E per ora ci sono solo banane organiche." Nessun rappresentante Chiquita, invece, ha rilasciato dichiarazioni.

Ormai è diventato piuttosto semplice trovare una banana Cavendish munita di bollino equo-solidale, sia che il cesto in cui è stata riposta si trovi negli spazi di società alimentari come la Whole Foods, sia esso di una cooperativa come la Equal Exchange. Come spiega Koeppel, è tutta una questione di rapporto fra domanda e offerta. Dato che a mangiare il platano non è la fetta più influente della popolazione (leggasi: i bianchi), allora non ci si aspetta nemmeno che questa stessa parte di consumatori senta l'esigenza di pagare un sovrapprezzo su di uno specifico alimento solo per appianare eventuali sensi di colpa. Questa penuria è abbastanza indicativa e figura perfettamente l'angolo buio in cui il movimento per il commercio equo-solidale, che proprio non riesce ad annullare gli effetti devastanti provocati dalle grandi aziende e le loro colture intensive di banana, continua a sbattere.

Alla cooperativa Food Co-op di Bushwick, non molto lontano da quello stesso supermarket in cui posso portare a casa 15 platani per $1, è possibile acquistare banane equo-solidali a marchio Equal Exchange ma non platani, se non raramente, nonostante la demografia del vicinato. Non che non ci abbiano mai provato, però. Amanda Pitts, manager di questa cooperativa, ci ha riferito che sono riusciti ogni tanto a fornire platani organici grazie al loro distributore di prodotti alimentari, che a sua volta li ottiene dall'organizzazione californiana Organics Unlimited. Al momento, però, non sono disponibili. "Ogni volta che ne siamo stati riforniti ci abbiamo messo due settimane per vendere un'intera cassa," mi ha rivelato Amanda, confermandomi ancora una volta che sia sempre la domanda del prodotto a garantire l'offerta organica dello stesso.

Jessica Jones-Hughes di Equal Exchange (il cui sito, beyondthepeel.com, dedica ampio spazio a come le banana siano coltivate e vendute), ci informa anche del fatto che loro non vendano platani perché per farlo si deve "comprare un container di 12 metri con all'interno 18 chili di banane e sperare di venderle in una settimana, a un mercato che già è abbastanza piccolo."
Circa il 10% delle banane importate negli Stati Uniti è organico e di queste solo il 2 o 3% può considerarsi equo-solidale. Jessica Jones-Hughes e una rappresentante di Fairtrade America, Ann Brown, ci hanno poi informati della condizione europea, in cui sebbene la domanda di materie equo-solidali sia maggiore, quella dei platani vede la propria realizzazione solo nelle patatine di platano ecuadoriane vendute nel Regno Unito e in Francia. "Se cerchi su Google le parole chiave 'platani organici equo-solidali,'" continua Jessica Jones-Hughes "scopri che puoi farteli spedire dal Sud Africa ma solo acquistando quello stesso container di 12 metri."

È anche vero che fino a non molto tempo fa le uniche banane disponibili erano quelle raccolte da lavoratori sottopagati e sfruttati. Un po' come per tutti quegli alimenti diventati ormai d'uso comune impossibili da reperire localmente (tipo il cioccolato, il caffè o l'avocado), anche per i platani possiamo quietare le nostre coscienze solo attraverso l'etichettatura della produzione per conto di terzi committenti. Rendere disponibile frutta organica ed equo-solidale vicino a quella di origini diverse è un passaggio fondamentale per quella che sono le nostre domande riguardo all'origine del cibo che consumiamo, persino quando le differenze di prezzo (o l'indifferenza) hanno poi la meglio sull'acquisto effettivo.

Sebbene io non compri banane distribuite da grandi aziende, spesso mi ritrovo in mano un platano con appiccicato sulla buccia un bollino che ne denota l'origine guatemalteca. Quando succede, sento un po' un sussulto dentro di me, perché mi chiedo cosa significhi a conti fatti per la persona che quel platano lo ha raccolto. Poi però proseguo per la mia strada, che mi porta a friggerlo come faceva mia madre, a cui lo aveva insegnato mia nonna.

Questo articolo è originariamente apparso su MUNCHIES US.