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Polo G ha vent’anni e parla già di fare testamento

La vita per le strade di Chicago è breve e dura—e Polo G la racconta benissimo.

di Simone Zagari
24 giugno 2019, 1:38pm

Foto promozionale via Twitter

Quanto può durare la carriera di un rapper? E la sua vita? Ma soprattutto, la sua fama? XXXTentacion, Nipsey Hussle, Lil Peep, Mac Miller: sono questi i principali necrologi rimbalzati sui siti di mezzo mondo negli ultimi due anni, poi scolpiti a caratteri cubitali sui mausolei della hall of fame. E chi dice che di fronte alla morte siamo tutti uguali, mente. Alla loro ombra, infatti, riposano moltissimi altri ragazzi venuti a mancare prima della consacrazione, caduti nell’anonimo baratro di un mero trafiletto commemorativo su qualche webzine specializzata. In un contesto del genere non stupisce il titolo scelto da Polo G per il suo mixtape d’esordio, in pratica un testamento precoce: Die a Legend.

“Pensavo all’eredità che voglio lasciare […] ad essere ricordato come un grande di questa cosa qui della musica, quindi… voglio morire come una leggenda”, afferma tranquillamente Taurus Tremani Bartlett, classe 1999; come se riflettere sulla propria morte a vent’anni fosse la cosa più naturale e scontata di questo mondo. Forse è difficile da concepire per noi qui in Italia, abituati come siamo ad una spettacolarizzazione televisiva e cartoonesca del rap, ma dall’altra parte dell’Oceano ci sono ancora pischelli che si sparano, per davvero, che sono finiti in carcere, per davvero, e che queste cose le cantano su un beat.

polo g die a legend cover artwork
La copertina di Die A Legend, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Taurus cresce nelle case popolari di Chicago Nord, quella un po’ più “borghese” ma non immune ai grilletti facili, dove vede morire il suo migliore amico a quindici anni per colpi d'arma da fuoco, e dove commette i primi reati che lo portano in galera. Dietro le sbarre, però, scatta qualcosa.

“In quella cella avevo la sensazione che il mio talento andasse sprecato”, canta Polo G, e ancora “Non dare attenzioni a quegli hater, puoi essere ciò che vuoi / Sto provando a lasciare tutto questo nel passato, a lottare per una nuova vita”. Ed è proprio in quella cella che i primi testi si imprimono nero su bianco, iniziando il processo che trasformerà “questa cosa qui della musica” in un'ancora di salvezza. Così, in maniera totalmente naturale, Die a Legend rappresenta il romanzo urbano di un antieroe in fuga dalla morte, dai traumi della gentrificazione, da un’esistenza perennemente in bilico tra spleen e depressione.

Melodico ed emozionale, Polo G rappa con un flow curato e imprevedibile su pianoforti, arpeggi di chitarra e beat delicati, in una commistione malinconica di drill, trap e pop offerta dai molti produttori che hanno firmato le basi (tra gli altri: DJ Ayo, JTK, JD On Tha Track, The Superioris, Detrakz, Priority Beats). Il disco risulta coeso e al contempo vario, e grazie a ciò l’attenzione rimane sempre alta durante l’ascolto, tra singoli memorabili (“Pop Out”, “Finer Things”, “Battle Cry”) e pezzi più posati che, insospettabilmente, diventano inni (“Through The Storm”, “Deep Wounds”, “Chosen One”). In generale vale il detto all killer no filler: skippare una canzone è praticamente impossibile.

La forza di Polo G è quella di far incontrare easy-listening e complesse dinamiche di strada, ma senza mai scadere in stereotipi né banali esagerazioni, bensì raccontando il tutto in maniera onesta e consapevole, con una sofferenza lancinante e una realness tangibile (“Guardo gli occhi di mio fratello, vedo il dolore in essi / Non scherzo, andrò in guerra con la mia gang”, “Veniamo dalla povertà, uomo, non abbiamo nulla”). Dalla vita nei project alla criminalità che non lascia via di scampo, dalle fame per il successo alla lealtà verso gli amici, le tematiche sono oggettivamente conosciute; a fare la differenza, però, sono la consapevolezza di non aver mollato (“Quel dolore era così insopportabile che mi sono quasi arreso”) e la fiducia nel futuro, sano motore di questa voglia di rivalsa tanto artistica quanto sociale: “Vengo da un posto buio, non ci tornerò mai più”.

A rischio di scivolare nella favola stucchevole del ragazzo-che-ce-l’ha-fatta, fa sempre un certo effetto constatare come il sacro fuoco della musica possa diventare talvolta una concreta via di fuga dalle difficoltà. Die a Legend è la prima colata di catrame su quella via, è un testamento, sì, ma di speranza. Lunga vita a Polo G!

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