Mi sono perso nel tour virtuale di Expo

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Mi sono perso nel tour virtuale di Expo

Expo ha inaugurato il suo tour virtuale, noi ci abbiamo fatto un giro.

​Mancano 48 giorni all'inizio di Expo e i lavori non sembrano proprio al top della forma. Secondo ​il sito di Open Expo il 74% delle strutture è in costruzione, il 9% è concluso mentre il restante è in un qualche stato di misterioso standby. Ma tutto questo non importa granché, perché ​Expo ha inaugurato un tour virtuale della fiera universale, così da poterla girare anche se i lavori non fossero ultimati."

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Dopo un click e pochi secondi di caricamento vengo catapultato nella Expo experience," e insomma—wow. Il tour virtuale di Expo ha dell'incredibile. Sotto le mentite spoglie di incompetenza e dozzinalità si cela un esercizio di stile avanguardista, e per chi ha l'occhio attento e uno spirito affine, il suo valore non può sfuggire.

Il Cardo

Il punto di partenza del tour virtuale di Expo è Il Cardo, quello che a prima vista sembrerebbe essere essere il grand boulevard dell'esposizione.

Ma guardiamoci attorno: l'imponenza de Il Cardo viene fatta risaltare dalla luce vermiglia di un tramonto—o forse di un'alba. La summa dei render d'altri tempi e della sperimentazione low fi di questo tour virtuale, ​così simile ad una partita a Doom, mi fa provare una strana nostalgia. L'assenza di qualsivoglia tipo di prospettiva, la staticità dei panorami e i modelli fluttuanti per i paesaggi mi incuriosiscono.

In primo piano, sulla destra una strana struttura reticolare, appena il mouse ci passa sopra si visualizza un indizio: "Un organismo sostenibile." Quasi un haiku. Il modello è visibilmente più vivido e lucido rispetto al resto del panorama, ma non capisco come interagirci. Il tour virtuale di Expo ​sembra una partita a Syberia. "Un organismo sostenibile; essenziale e chiaro come un'opera di land art. Palazzo Italia è un organismo spettacolare ed energicamente sostenibile."

Il tutto è spento, immobile, congelato. L'estetica di Expo, ​come abbiamo già dimostrato in precedenza, ha un contenuto inconscio che entra in sinergia con modelli archetipici profondi, che ne rivelano una natura parallela, mentre i più li scambiano per un comico malinteso. Nella sua estemporanea decadenza Expo riesce a intrattenere, e anziché contestare le numerose azioni discutibili del progetto, questo lato oscuro mi attrae e incita a comprare uno dei milioni di biglietti venduti ai broker, ma per ora ignorati dall'utente finale.

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Piazza Italia

Proseguendo da Il Cardo arriviamo a Piazza Italia, la grande piazza centrale di Expo. I render sgranati dei fondali mettono in risalto i primi piani luccicanti popolati da strane strutture apparentemente di metallo. Il cielo continua a porsi a metà tra un blu notte crepuscolare e uno splendente giallo ocra alba: in tutto ciò la saturazione generale dei colori è nostalgicamente bassa. In quest'area in particolare regna la più completa delle desolazioni. Piazza Italia è malinconica, sembra rappresentare un passato glorioso quando invece deve ancora essere inaugurata. Vorrei visitarla così, com'è presentata, quando aprirà, plastica e deserta.

Da Piazza Italia possiamo accedere all'Open Air Theater, e con soltanto un click vengo catapultato ​in un'arena di Unreal Tournament. Un gigantesco maniero verde alla mia destra, un trampolino da tuffo olimpionico davanti a me e un quattro strani menhir falliformi alla mia sinistra. Non c'è nessuno.

Palazzo Italia

Si torna agli antichi fasti. Palazzo Italia è un luogo luminoso e apparentemente costruito con stucchi rampicanti, visto il serpeggiare verso l'alto delle volute della muratura. Palazzo Italia è pensato per essere un "palazzo vivente," ma l'aspetto è irrimediabilmente plastico. Una gigantesca roccaforte giocattolo.

Da qui possiamo accedere alla Lake Arena, una sconfinata distesa luccicante interrotta da una gigantesco monolite che si apre a fiore, il ​tanto contestato "Albero della Vita." Oltre, il render di una foresta. La Lake Arena dovrebbe trarre ispirazione dai grandi paesaggi lacustri italiani, di cui tre piccole cartoline pixelate fanno le veci nella didascalia. La sensazione è quella di un parco acquatico senz'acqua; qualche sparuto gruppo di turisti provenienti da Il Cardo. Più procedo per le aree di questo tour virtuale, più penso di trovarmi davanti a una gigantesca opera d'arte.

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Il Cluster Biomediterraneo

Dalla Lake Arena possiamo giungere al Cluster Biomediterraneo, un palazzo blu piuttosto anomalo rispetto a ciò che ho visto fin'ora. La direzione artistica doveva essersi presa una pausa caffè, perché qui non c'è coerenza: da sinistra, un rullino fotografico munito di immagini a colori come testimonianza di "arte, letteratura e cinema." A fianco, a destra, una galea fenicia con a carico una gigantesca anfora, è il "crogiuolo di civiltà." Ancora, una piramide alimentare da studio pediatrico, per la "dieta mediterranea." Infine una didascalia importante: "Olio, pane e vino." È un collage, uno studio preparatorio cubista.

Un pulsante fucsia mi intima di scegliere "la piazza mediterranea." Dopo un click l'asetticitià di questo Cluster indaco viene stravolta dall'apparizione di un frontone di casa tipicamente italiano. Poi il colpo di genio: il render di queste case, tra buchi nell'intonaco e finestre storte presenta un delizioso addendum: un ponteggio. Voglio credere che le critiche a Expo siano tali per una semplice incapacità di comprendere, perché per una giusta presentazione dell'Italia mediterranea non c'è nulla di meglio di un ponteggio.

È qui che mi rendo conto che, da quando sono partito per questo viaggio, la musica non è mai cambiata. Una colonna sonora atipica, che richiama all'avventura ma non perde per un momento di solennità. Sono pochi secondi, un timido synth, tanto basso da non impedire alle notifiche Facebook e Skype di ritornare alla realtà, condizione con cui altrimenti avrei perso volentieri ogni legame. Una melodia ripetuta in loop infinito, simile al rondò veneziano dei risponditori automatici, dispositivo finemente studiato per indurre il visitatore nello stato di trance necessario per questa esperienza.

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Il Cluster Riso

Come se la macchina virtuale fosse ormai in simbiosi con la mia mente, qui la musica cambia. Un ritmo elettro-frenetico, che più avanti, in zona Cacao, assumera contorni più latineggianti. Al Cluster Riso la saturazione è sempre bassa e le gigantesche strutture cilindriche che dovrebbero rappresentare dei container per il riso sono coadiuvate da enormi piscine. Il tramonto (o l'alba) in lontananza dà al tutto uno strano tocco, quasi da villaggio vacanze a fine stagione: attrezzato ma ormai vuoto.

Una delle piscine presenta una strana boa galleggiante; su di essa delle stockphoto di sushi, riso e piatti di riso. Poco distante, all'interno di uno dei container, altre stockphoto di riso. Il contrasto tra plasticità dei render e dettaglio delle foto è surreale. Infine un'enorme parete titolata "pareti irrigate," lo scopo è quello di regalare al visitatore maggiore "immersione paesaggistica."

La Valle delle Civiltà

Ammetto che il tour sia molto ampio: le aree evidenziate dai menù sono degli hub di interesse collegati da altrettante "aree" di passaggio, ma sembra che la più importante di tutte sia "la valle delle civiltà", apparentemente collocata nei pressi dell'ingresso di Expo,

È proprio qui che si erge la chiave di volta di questo tour, e non lo dico con ironia. La Valle delle Civiltà è un'enorme zona interamente di legno, interrotta da delle imponenti alture. Al centro un tavolo "a forma di Pangea", a sinistra l'ingresso al Padiglione Zero, rappresentanto da un'altra altura di legno chiamata "albero della Vita"; infine a destra, a completare la triade, "I Colli Euganei." Avvicinare agli elementi fondanti del nostro pianeta, pangea e albero della vita, i nostri bei colli euganei, è un asso pigliatutto.

A spezzare questa trinità uno degli interni più allucinanti e allucinati (nel vero senso della parola) del tour e probabilmente di tutti gli ambienti virtuali in cui mi sia mai imbattuto, dalle ​lande angoscianti di Pathologic, passando per ​l'assurdità allegorica di Postal, fino ai ​trip lisergici di Osamu Sato: l'edificio "Animali addomesticati." Andate, esploratelo, ogni commento scritto sarebbe superfluo.

Dentro l'antro degli animali addomesticati mi sono seduto in contemplazione. La mia avventura finisce qui. Mentre siedo tra il cavallo e il canguro, sotto un cielo di pesci volanti, vorrei fare le domande importanti della vita agli ambassador di Expo, che per tutto il tempo mi hanno guardato benevolmente dall'angolo in basso a destra dello schermo. Ermanno Olmi, Ornella Muti, Hernanes, Fabio Novembre, Amartya Sen che nonostante Coca-cola e Mc Donald's siano diventati i principali sponsor della kermesse, è rimasta impassibile. E Patrizio Roversi, che sul turismo per caso o a caso ha costruito una carriera. Voi potreste davvero illuminarmi, e il vostro avatar merita di vagare libero per questo ambiente virtuale, in attesa che un'anima persa come la mia trovi rifugio nelle vostre parole.