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Il rap metal esiste, ma in Italia non l'abbiamo mai fatto

Basta guardare la storia del genere in America per capire che non basta urlare indossando una maglia degli Iron Maiden per poter dire di fare "rap metal".

di Andrea Bosetti
08 ottobre 2019, 12:03pm

Post Malone, Noyz Narcos; fotografie promozionali

Nel nuovo album di Post Malone c'è una canzone con Ozzy Osbourne. Parto dal presupposto che Ozzy è bollito da almeno vent’anni e che l’ultima volta che mi è capitato di averlo davanti sopra un palco, al netto dell’amore per lui e i Black Sabbath, mi sono chiesto come fosse possibile che un relitto nelle sue condizioni non fosse ancora crollato sotto il peso delle droghe sintetiche—e la risposta probabilmente è: proprio grazie alle droghe sintetiche. Eppure ancora nel 2019 riesce ad essere inimitabile, anche in una canzone lontana anni luce dai miei soliti ascolti, anche mescolandosi all’autotune e una chitarra di una banalità disarmante.

Certo, se mi fermo a pensare che questo è lo stesso essere umano che cantava delle ferite mentali che gli urlavano nel cervello mi rendo conto che Randy Rhoads probabilmente si sta rivoltando nella tomba, ma non è questo il punto. Il punto è che Post Malone che chiama forse il più grande esponente vivente della cultura heavy per un featuring apre un vaso di Pandora che in tanti, me per primo, avrebbero preferito tenere chiuso e sigillato sul fondo della Fossa delle Marianne. Come, quando e perché rap e metal sono entrati in contatto?

post malone hollywoods bleeding
La copertina di Hollywood's Bleeding di Post Malone, con una spada e uno scheletro e molto nero. Se ci clicchi sopra puoi ascoltare il suo pezzo con Travis Scott e Ozzy Osbourne su YouTube.

È palese che oggi la comunità rap voglia inglobare l’immaginario metal. Compaiono chitarre qua e là, nascono definizioni come trap metal del tutto scollegate dalla realtà (perlomeno finché il risultato è scarlxrd, che di metal non ha assolutamente nulla), ci sono rapper di primo piano che indossano magliette dei Cradle Of Filth. Eppure trent’anni fa era l’esatto opposto. I cotonatissimi metallari degli anni Ottanta, infatti, si sforzarono di capire cosa fosse il rap, quella roba nuova che da qualche anno stava spaccando il mondo in due. O quantomeno il mondo dall’altro lato dell’Atlantico, dato che in Europa eravamo alle prese con la wave ed eventualmente il black metal.

Qui si delinea il primo, grande aspetto che tutti gli artisti che seguiranno hanno in comune: sono tutti americani. Tutti i pazzi che hanno pensato che sei corde e un distorsore potessero fare qualcosa di buono sotto il flow di un MC sono sempre stati a stelle e strisce. E dico "pazzi" perché, a mio soggettivissimo giudizio, a parte alcuni rarissimi casi, qualsiasi prodotto "rap metal" non ha portato altro che tragedie.

È palese che oggi la comunità rap voglia inglobare l’immaginario metal.

I primi a battere questa strada e a ottenere una sorta di risonanza anche a livello commerciale furono gli Anthrax, considerati a livello globale uno dei mostri sacri del thrash metal—il genere di Metallica, Megadeth e Slayer, che assieme agli Anthrax formano i cosiddetti “big four". A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta erano all’apice del successo e potevano permettersi più o meno qualunque cosa, e quindi la volta che il loro cantante Joey Belladonna si ritrovò in studio Chuck D e Flavor Flav dei Public Enemy senza saperlo successe una cosa particolare.

Da anni gli Anthrax non facevano mistero della loro passione per i ritmi rap, e nel video di "I’m The Man"—brano pubblicato nel 1987 che sperimentava con sonorità hip-hop—il chitarrista e fondatore del gruppo Scott Ian sfoggiava una maglietta proprio dei Public Enemy. Morale, il 25 giugno del ‘91 il mondo si ritrovò per le mani la versione sotto steroidi di “Bring The Noise”. Il resto è storia, nel senso che dopo il 1991 gli Anthrax non hanno mai più imbroccato un disco o quasi, i Public Enemy nemmeno e il pezzo in sé è una delle cafonate più inconcludenti e insensate mai partorite da mente umana.

anthrax bring the noise
La copertina del singolo "Bring The Noise" degli Anthrax con Chuck D dei Public Enemy, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Se gli Anthrax sono stati tra i primi a tentare questa commistione nell’87 e sicuramente i primissimi ad accompagnare dei rapper con dei riffoni di chitarra nel ‘91, in quel lasso di tempo qualcun altro stava cercando un sentiero simile. Mentre nella Baia di San Francisco Megadeth, Slayer e Metallica se le davano di santa ragione a suon di capolavori, i metallari dell’East Coast probabilmente avevano capito di non poter competere con i primi della classe e tentavano di fare altro. Da sotto le foglie dei selciati di Brooklyn spuntarono i Biohazard, quattro ragazzi che ancor prima dei vent’anni buttarono fuori un demo e subito dopo un album piuttosto assurdi.

Acerbi e malprodotti, i pezzi di Evan Seinfeld, Billy Graziadei e soci erano un compendio di thrash metal e hardcore newyorkese… Rappato. E se dirlo oggi sembra una cosa normale, nel 1990 era un po’ diverso, visto che appunto, l’unico tentativo fatto fino ad allora era un ep (piuttosto ironico) degli Anthrax. I Biohazard invece facevano le cose sul serio: iniziarono a produrre dischi in serie e nel 1994 pubblicarono Urban Discipline, probabilmente il loro lavoro più rappresentativo, in cui zittivano ogni critica a loro e alla loro musica: “Non c’è bianco, non c’è nero, c’è solo una scala di grigi”.

Se qualcuno si è davvero letto 7000 caratteri di articolo sul rap e sul metal senza aver mai sentito “Killing In The Name” significa che abbiamo un problema serio.

Era solo questione di tempo prima che il messaggio si diffondesse anche sulla Costa Ovest, ma soprattutto prima che questa massa pulsante di suoni nuovi trovasse una declinazione e uno sbocco commerciali. Nel 1991 a Los Angeles quattro ragazzi riscrissero tutto quello che stava succedendo a est nel modo più personale e imprevedibile di sempre: col funk. Se Larry LaLonde era riuscito dai Possessed a diventare il braccio destro di Les Claypool nei Primus, per quale motivo un ragazzo fresco di laurea ad Harvard non avrebbe potuto unire metal e funk? Quel ragazzo era Tom Morello, passato alla storia insieme a Zack De La Rocha, Brad Wilk e Tim Commerford come Rage Against The Machine. E se qualcuno si è davvero letto settemila caratteri di articolo sul rap e sul metal senza aver mai sentito “Killing In The Name” significa che abbiamo un problema serio.

Dello stesso anno è anche il debutto dei Body Count di Ice T, ossia l’unica metal band famosa, dove per "famosa" si intende conosciuta dai metallari e che ancora oggi ha un contratto con un’etichetta grossa del giro metal, con un rapper di professione a capo della baracca. Il gruppo balzò agli onori della cronaca per “Cop Killer”, in cui T dice espressamente di voler ammazzare dei poliziotti, in risposta e ribellione agli abusi delle forze dell’ordine losangeline; il pezzo, si dice, venne scritto subito dopo la faccenda di Rodney King. L’intero Body Count è un album piuttosto intenso, con riferimenti a South Central e alla situazione del ghetto nero e latino, come ogni album rap di LA che si rispetti. Con l’unica differenza che questo è in tutto e per tutto un album metal, con quel sound groovy 101% a stelle e strisce che iniziava a formarsi nelle chitarre di Dimebag Darrell dei Pantera e Max Cavalera dei Sepultura.

body count
La copertina dell'album d'esordio dei Body Count, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

A questo punto siamo a una biforcazione. Da una parte il “rap metal” figlio dell’hardcore e del thrash, dei Biohazard e dei Body Count, fu incanalato dai downset. in una forma da strada, con testi “consapevoli”, attenta alle tematiche sociali e vicina alla cultura underground. Dall’altra, affondando a piene mani nei suddetti Pantera e Sepultura, ma guardando anche alla pulizia e alle linee di basso obese dei RATM, arrivarono i Korn e nacque il nu metal vero e proprio. Solo uno dei due filoni ce l’ha fatta, e manco a dirlo, oggi i downset. se li ricordano in pochi, i Korn qualcuno in più. Il nu metal è diventato la cosa grossa della seconda metà degli anni ‘90 e primi ‘00, le chitarrone con un cantato pulito e quel vago puzzo di vita da strada hanno riempito le classifiche per più o meno una decina d’anni e il mondo ha addirittura scoperto dell’esistenza dell’Iowa e dell’Armenia, ma questo lo rimandiamo al prossimo articolo.

Quello che conta è che il rap nel metal era diventato una cosa talmente grossa che persino degli insospettabili death metallers della prima ora come gli Obituary si erano lanciati in esperimenti di dubbissimo gusto come “Bullituary”. Pochi mesi dopo questa cagata si sciolsero per quasi dieci anni, e io continuo a credere che non si sia trattato di una coincidenza. Tutti, davvero tutti, ormai avevano capito che il rap fosse arrivato per restare e quindi tentavano di infilarlo in ogni buco. Ed erano ancora gli anni ‘90.

Tutti, davvero tutti, ormai avevano capito che il rap fosse arrivato per restare e quindi tentavano di infilarlo in ogni buco. Ed erano ancora gli anni ‘90.

A cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio era praticamente impossibile non incappare in qualche band con le chitarre e le strofe rappate, il nu metal era l’unica opzione del momento e questo comportò le solite reazioni di ghettizzazione da parte delle sottoculture. I rapper non vedevano di buon occhio i gruppi che diventavano famosi con le chitarre, e i metallari non vedevano di buon occhio i gruppi che diventavano famosi con un mc, e più in generale non vedevano di buon occhio i gruppi che diventavano famosi punto.

Il mondo però non si fece troppi scrupoli e anzi, prese a definire (nu) metal praticamente qualsiasi cosa avesse una chitarra distorta, e vent’anni dopo devo almeno menzionare “Butterfly” dei Crazy Town perché i giovani d'oggi magari sono convinti che quella roba sia "metal". E invece no, e non è questione di bello o brutto: basta ascoltare i Biohazard ed è piuttosto evidente come i Crazy Town semplicemente facessero qualcosa di profondamente diverso e di estrazione pop/rock. Il fatto che quel pezzo sia diventato generazionale è tutta un’altra questione.

E di album e pezzi generazionali, tra il ‘99 e il 2001, ne è uscita una caterva, e alcuni di quelli avevano anche quasi a che fare con il metal. Al netto di Korn, Slipknot, System Of A Down e un milione di altri più o meno rilevanti, vale la pena di ricordare almeno i P.O.D. di Satellite, che se da un lato sono sempre stati una band mediocre e molto cristiana (bleah), dall’altro hanno raggiunto il cuore di tutta l’America con “Youth Of The Nation”. La strage della Columbine fu uno degli eventi più scioccanti della fine del secolo, che venne oscurato solamente dall’11 settembre, e la band di San Diego girò un video molto toccante che si impresse a fondo su noi ragazzini dell’epoca, ancora innocenti e non abituati ai massacri scolastici.

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La copertina di Satellite dei P.O.D., cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Ma ancor più dell’album dei P.O.D., in quegli anni arrivarono due dischi in particolare che ribaltarono tutte le classifiche della musica pop. Il primo fu Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water, che tra “Rollin’” e “Take A Look Around” fece impazzire il mondo tanto che John Woo utilizzò pure la seconda in Mission Impossible 2, e da sempre mi chiedo se il cineasta di Hong Kong sapesse quanto simpatico fosse Fred Durst. Il secondo fu Hybrid Theory dei Linkin Park. “In The End” su YouTube ha quasi novecento milioni di visualizzazioni, che per un brano del genere, sì facile, ma 101% nu metal e figlio del proprio momento storico, sono uno sproposito.

I numeri che i Linkin Park riuscirono a macinare con il proprio esordio e con la sua semi-fotocopia Meteora un paio d’anni dopo rimangono ad oggi mostruosi. La band californiana era costruita apposta per sbancare: un cantante con dei problemi e figlio della scena grunge, amico personale di Chris Cornell, un altro che rappava e suonava il piano, nel mezzo un DJ che piazzava le basi e basso, chitarra e batteria come la più classica rock band. Nel 2000 una roba del genere non poteva non esplodere, ed esplosione fu.

Tanto rapida l’ascesa, tanto verticale il crollo artistico, e i Linkin Park non ressero più di due album, poi si inventarono cose improbabilissime per restare a galla, tipo un EP di mashup con Jay Z., tentativo maldestro e piuttosto grottesco di allungare l’onda di Meteora. Nonostante musicalmente fosse assolutamente insalvabile, quindici anni dopo Collision Course è ancora una delle istantanee più trash, zarre e senza senso degli anni zero.

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La copertina di Collision Course di Jay Z con i Linkin Park, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Se nel 2004 dall’altra parte dell’Atlantico i gruppi nu metal o presunti tali iniziavano già a tirare le cuoia, nel Bel Paese vivevamo ancora l’onda lunga del rap con chitarrone. Dalle nostre parti come sempre ci è voluto qualche decennio in più perché si cominciasse anche solo vagamente a scoprire tutta ‘sta roba qua, figuriamoci a farla. Tra una pizza e un mandolino la verità è che in Italia qualcosa che suonasse come l’unione tra metal e rap non l’abbiamo mai fatta, o quasi. Qualcuno ha provato a fare nu metal, ma nel migliore dei casi si è trattato di epigoni delle controparti americane. Nel peggiore band durate un paio di album con qualche spunto interessante e niente più tipo i Lineaviola.

Dicevo quasi, tuttavia, perché probabilmente l’unico gruppo che ha davvero messo insieme i riffoni e il flow sono stati gli Skasico, il primo gruppo di Salmo: anche se partiti come voce, basso e batteria, quindi ben lontani dalla formazione metal standard, presto aggiunsero due chitarre e arrivarono a pubblicare il loro album d’esordio, Terapia, nel 2004. Esattamente quattordici anni dopo i Biohazard, anche l’Italia—anzi, la Sardegna—ha cacciato un album rap metal, con una band che originariamente non aveva nemmeno un chitarrista.

È abbastanza sorprendente vedere come gli unici due esponenti del nu metal e del rap metal siano poi finiti a collaborare facendo cose totalmente diverse dai loro esordi: i Linea 77 oggi stanno per pubblicare Server Sirena, su cui si ritrovano a fare una cosa dubbosa proprio con Salmo e DJ Slait, ed è evidentissimo che coi loro esordi purtroppo o per fortuna “AK77” non c’entra nulla. Però c’è un nome grosso, c’è un video che cita Full Metal Jacket, c’è una base EDM che manco Feed Me all’Ultra Music Festival e sbam, due milioni di visualizzazioni e due milioni e mezzo di ascolti in stream sono serviti in pochi mesi, probabilmente più di tutto quello che Too Much Happiness Makes Kids Paranoid e Ketchup Suicide hanno mai totalizzato insieme in vent’anni. Certo, se lo chiedete a me, io continuerò a urlare THAT’S LIFE MAN, OUI C’EST LA VIE.

skasico terapia
La copertina di Terapia degli Skasico, cliccaci sopra per ascoltarlo su YouTube

Ci sono però altri modi non-musicali in cui rap e metal sono entrati in contatto. Sempre dalla Sardegna viene BLSSND, il designer che da loghi e copertine metal è poi passato a collaborare con rapper e artisti di primo piano della scena nazionale e non: con lui avevo parlato di come non ci fosse alcuna necessità di autolimitarsi, e di come sia normale che a una persona possano piacere tanto la cultura metal quanto quella hip-hop. E infatti è da lì che arriva Metal Carter, che da pischello suonava la batteria nei gruppi death e a un certo punto si è preso bene per l’hip-hop. Nel 2005 esce “Pagliaccio Di Ghiaccio” e quello “stupro mia nonna dentro un bosco” suona un po’ come John Gacy che scrive un testo a Centocelle dopo una serata finita male. Metal Carter poi è cresciuto ed è diventato una figura di culto della scena rap nazionale, anche grazie alla sua estetica e al suo immaginario molto estremo e splatter.

A lasciarmi perplesso è Noyz Narcos che lo definisce “death rap” e la spiegazione data dal Sergente stesso, che vuole il death rap come un sottogenere influenzato dal death metal. Suppongo per le immagini forti, per l’estetica, per una serie di cose accessorie alla musica, ma che con la musica hanno poco, spesso niente a che fare. Perché se basta scrivere una barra che parla male della nonna per essere i nuovi Cannibal Corpse, boh, allora anche il basket è influenzato dal calcio, tanto sono entrambi sport e in entrambi c’è il pallone. E questo non è un giudizio su Metal Carter, è semplicemente un’analisi oggettiva: faceva il batterista death metal, gli piace il death metal, fa musica che col death metal non c’entra un cazzo. Però il fatto di aver suonato la batteria nei Corpsegod e nei Corpsefucking Art sicuramente me lo rende molto simpatico.

Forse quello che ci si è avvicinato più di tutti, tra i rapper italiani, a mettere qualcosa di metal nella sua musica, è il sempreverde Noyz.

Allo stesso modo non c’entrano una beata mazza col metal praticamente tutti i rapper che ne parlano. C’era Parix, che prima di chiamarsi Parix Hilton e produrre delle hit di Ernia ha inciso Rap Metal, un album che non solo è brutto, ma soprattutto non è neanche metal. Poi sì, è vero, si fa i video con le magliette degli Iron Maiden, e magari i Maiden sono il suo gruppo preferito, ma anche io ho la maglietta di Darth Vader, eppure non sono un signore dei Sith. Va menzionata l'esistenza di "Metal Rap" di Jamil, un esperimento che può benissimo rimanere nella categoria "esperimenti". Scavando nell'underground ci sono un sacco di cose davvero dimenticabili: album che si chiamano Trap'n'Metal che non hanno assolutamente nulla di metal, copie italiane di scarlxrd che si definiscono "trap metal sperimentale" fatti da gente che con tutta probabilità non ha la minima idea di cosa sia il metal, né soprattutto di cosa sia la musica sperimentale. Però hey: gira la croce della tua scuola.

Forse quello che ci si è avvicinato più di tutti, tra i rapper italiani, a mettere qualcosa di metal nella sua musica, è il sempreverde Noyz. Un album con delle chitarre, almeno, lui lo ha fatto. Il resto è tutta estetica, e va benissimo, perché se i rapper ascoltano metal e se i metallari ascoltano rap a guadagnarci sono quasi sicuramente entrambi. Però non bastano i testi violenti, non basta urlare indossando la canotta dei Darkthrone, per poter parlare di metal.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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