Stuff

15mila euro al metro quadro e Ballard: dietro il mito del Bosco Verticale

Prima di City Life e di Fedez, a Milano per mesi la gente si è interessata al Bosco Verticale e ai suoi residenti. Ma come è nato questo mito, e cosa lo alimenta? Ne abbiamo ripercorso la storia.
05 agosto 2016, 9:34am

In questi giorni, grazie all'attenzione mediatica e soprattutto grazie all'ennesimo editoriale di Gramellini, in tanti si stanno chiedendo quanto sia meritata la casa di Fedez, quanto grande, quanto bella, quanto costosa e che tipo di Jacuzzi abbia. Ma non è certo la prima volta che succede, e i precedenti sono ben più celebri: ogni grande capitolo della storia milanese ha avuto i suoi progetti architettonici di riferimento, dal Castello degli Sforza alla Torre Velasca durante il mandato del sindaco Virgilio Ferrari ai panettoni di cemento dell'epoca Pillitteri. Come dimostra quest'ultima vicenda, comunque, al mondo di internet e alla stampa sembrano interessare più gli edifici alla moda. E prima di City Life e Fedez, è stato il Bosco Verticale a tenere banco.

Il complesso fa parte della serie di svettanti edifici di Porta Nuova (area un tempo occupata dalla stecca degli artisti) che hanno riscritto lo skyline e creato quel make-up che, secondo i più, ha facilitato il rilancio di Milano sulla scena internazionale. Ma se questo piccolo scorcio di Dubai nel cuore della pianura padana continua a dividere l'opinione dei cittadini, su una cosa tutti sembrano invece d'accordo: Il Bosco Verticale è una figata.

Il progetto, realizzato dallo Studio Boeri nel centro dell'area, è composto da due parallelepipedi di 27 e 19 piani con terrazze aggettanti sulle quali sono stati alloggiati alberi, arbusti e cespugli. L'idea insomma era quella di distribuire il verde di un parco su una lunga superficie verticale. Iniziato nel 2005, il Bosco Verticale ha battuto una serie di record tra cui "cantiere più grande d'Europa". Ma non essendo questo un articolo per Architectural Digest non mi addentrerò nella valutazione critica del progetto, limitandomi a prendere atto che proprio l'anno scorso ha vinto il premio di grattacielo più bello del mondo (Council on Tall Buildings and Urban Habitat) dal board dell'Illinois Institute of Technology.

Ma come è nato il "mito" del Bosco Verticale? L'assegnazione di questo e altri premi ha consacrato immediatamente il complesso come quel vero e proprio status-symbol che è oggi. Il progetto era stato subito salutato come esempio d'innovazione sul piano tecnologico e naturalistico, essendo la sua descrizione sempre accompagnata da termini quali "ecosistema", "biodiversità", "microclima" e così via.

Con le sue dichiarazioni progressiste e senz'altro in buona fede Stefano Boeri (che oltre che architetto è anche una figura di spicco della sinistra engagé milanese) ambiva a riqualificare il sito di Porta Nuova con un esempio senza precedenti di architettura-ecosistema ammantata dall'aura della "sostenibilità" che rappresenta oggi uno dei termini passepartout che più di ogni altro incarnano il desiderio della metropoli utopica, di tutte quei cittadini che, sempre in buona fede, preferiscono fare la loro spesa nei supermercati "bio" dove una mela marcia costa quattro euro.

Tuttavia il successo del Bosco Verticale non è da ricondursi solamente alle dichiarazioni di Boeri e dei suoi simpatizzanti, o ai paludati premi conferitigli. La stampa italiana e soprattutto le edizioni locali dei vari quotidiani e tv hanno aiutato massicciamente ad alimentarne il sogno. Pescando a caso tra le dozzine di articoli-elogio dedicati al grattacielo leggo ad esempio questo passaggio comparso su Il Giornale: "Se utilizzo di fotovoltaico ed energia eolica, così come le soluzioni adottate per lo sfruttamento dell'acqua di falda ai fini dell'irrigazione, fanno del Bosco Verticale un edificio ad altissimo contenuto di tecnologia, è però il lato umano, consistente nella capacità di mettere in gioco idee e professionalità non convenzionali, a fare della creazione del Boeri Studio l'incarnazione della nuova fioritura di Milano: un'icona così affascinante da riuscire a svincolare per una volta il nostro Paese dall'immagine—quella sì poco sostenibile—di una bellezza sempre e solo proiettata al passato."

Già; è proprio bella la sensazione di liberarsi dal passato e inaugurare la svolta green di Milano. Ma siamo sicuri che tutte queste premesse simboliche che aleggiavano ben prima della realizzazione dei due edifici e che continuano a vivere sulla stampa e nell'immaginario si siano poi inverate, nella prassi e nelle attitudini dei fortunati condomini che vi abitano? Oppure, quando il sogno di Boeri si è fatto "mattone" incontrando i milanesi, ha creato una realtà ben diversa da queste ispirazioni altissime?

Ammetto che anche io, prima di trasferirmi da Isola a un'altra zona della città, sono cascato nel passatempo piccolo-borghese del "chi ci abiterà?" Sognavo di vedere affacciati a quei terrazzi piantumati chessò, Naomi Klein, Julia Butterfly Hill o Enya. Ma la verità è che era chiaro fin dal principio che lì avrebbero invece albergato dei Ligresti, delle Nicole Minetti e i calciatori.

Al di là di ciò, però, è interessante notare che non ero solo io a chiedermelo: dall'inaugurazione a oggi i media si sono spasmodicamente interessati all'edificio e ai suoi abitanti, alimentando nei lettori la curiosità e soprattutto svilendoli per non far parte di un ecosistema così esclusivo, dove (dato ripetuto come un mantra) un metro quadro costa 15.000 euro. Così ecco su tutte le testate l'immancabile name-dropping, a partire ovviamente dai calciatori come Ivan Perisic e Felipe Melo, seguiti da alcuni stilisti e dirigenti di grandi banche, e tanti altri nomi che ai più non diranno molto ma fanno parte della classe dirigente.

Un'altra informazione snocciolata frequentemente riguarda il senso di impenetrabilità dell'edificio green: "La vigilanza 24 ore su 24 e guardie armate davanti a diversi appartamenti," un po' come accade in Brasile o in altri paesi del sud del mondo dove i compound destinati ai ricchi sono sorvegliati da piccoli eserciti privati.

Ma anche la NATURA è un elemento ricorrente della narrativa sul Bosco Verticale. In un'intervista al Corriere della Sera, per esempio, la signora Pinin Barbieri Ripamonti dichiara: "È l'impagabile rapporto diretto con la natura e gli animali" che fa la differenza. "Sull'albero, in terrazzo, gli uccellini hanno persino fatto un nido." Del resto i fenomeni naturali non sono cose per tutti: come testimonia un incredibile video per il sito di Repubblica, al Bosco Verticale anche il maltempo diventa un fatto tutto nuovo che desta meraviglia, se a riprenderlo è uno degli inquilini, il giovane manager Pierpaolo Zampini. Spoiler: nel video grandina.

A questo punto, però, il lato più sognatore di me non ha potuto che cominciare a pensare a James Ballard che nel 1975 in Il Condominio descriveva un futuristico grattacielo nel centro di Londra, un grattacielo dotato di ogni comfort, lusso e tecnologia e i cui inquilini erano disposti dal piano terra all'attico in base a ricchezza e stato sociale. Un po' come accade nel Bosco Verticale. Come sa chi ha letto il romanzo o ne ha visto la recente versione cinematografica ( High Rise di Ben Wheatley), improvvisamente—a causa di una serie di minuscoli disservizi cui faranno seguito screzi e liti—questa comunità "perfetta" degenera e regredisce all'animalesco.

Certo, la mia è una semplice suggestione distopica. Ma fa ben sperare leggere le dichiarazioni di altri abitanti del Bosco Verticale che in filigrana iniziano a lamentare piccoli nei. La signora Miriam Quitter—originaria di Amburgo e moglie di un dirigente di Allianz—ad esempio dichiara alla stampa: "I lavori per la Biblioteca degli alberi devono ancora partire [...] Tra gli stranieri che salgono in ascensore si vedono cinesi, russi e qualche arabo." La newyorkese Susy Scott, che lavora nella moda, esprime il suo desiderio: "Dovrebbero aprire in piazza Gae Aulenti locali adatti a noi [...] vorremmo un po' di stile."

L'agente di commercio Simona Pizzi ribatte invece al Corriere: "Chi trova da lamentarsi forse viene da Buckingham Palace. È tutto organizzatissimo. Se hai un problema in casa, di qualunque tipo, chiami il call center e arriva subito chi lo risolve." E meno male, perché nel Condominio di Ballard bastò un blackout di pochi minuti a trasformare quell'Arcadia in un incubo.

Ad ogni modo, c'è un video che più di ogni altro ci permette di saggiare "la realtà" del Bosco Verticale in tutto il suo imprevedibile splendore, e dare la parola definitiva sull'entusiasmo che circonda il palazzo. È stato pubblicato qualche tempo fa da CorriereTv e sinceramente mi auguro di rivederlo l'estate prossima alla Biennale di Venezia, perché promette di varcare la soglia tra il mondo dei comuni mortali e quello dei pochi eletti nel grattacielo più bello del mondo, entrando nelle ambite dimore.

La promessa è ampiamente mantenuta. A spalancare le porte del sogno è il giovane rapper brasiliano Lorenzo Carvalho, che oltre ai suoi meriti discografici è noto per aver ospitato nel suo precedente domicilio in Portogallo l'ex latitante e amico Fabrizio Corona.

Occhiali da sole, tatuatissimo, con la sua risata contagiosa, subito dopo aver mostrato l'ingresso ("Ovviamente l'entrata... dove gli ospiti entrano") Carvalho descrive come primissima stanza il "piccolo bagnettino di servizio," al quale evidentemente il rapper tiene parecchio. È poi la volta di spazi più ampi, come le camere da letto, la "palestrina" e il grande soggiorno. Tutt'attorno, tra le varie suppellettili non possiamo non notare una selva di bottiglioni vuoti di Moët e Belvedere—poiché quando Lorenzo è IN DA HOUSE, gli piace brindare.

Incalzato dalla giornalista sul prezzo del suo appartamento, Lorenzo si fa serio e ammette che obiettivamente sì, è un po' alto "ma con tutta questa fama..." E continua, "l'opportunità di vivere in una città del business, una città molto concreta... insomma, in mezzo al centro città hai un bosco che vivi in verticale." Come dargli torto?

Se nelle precedenti interviste l'orgoglio delle signore residenti era venato da cripto-lamentele sullo stato di non assoluta perfezione cosmica del Bosco Verticale, attraverso gli occhi di Carvalho la realtà è un trip meraviglioso. Quando la giornalista lo interroga a proposito della manutenzione degli alberi sulle terrazze il rapper s'illumina e spiega entusiasta: "Praticamente ci sono dei ninja che scendono dall'alto [ _pausa risata_] che ogni tanto scendono e ti riparano le piante [...] comunque grandi persone." Questi "ninja" sono gli ormai famosi giardinieri che calandosi dall'alto con funi e imbracature mantengono il verde del palazzo, e ai quali è già stato dedicato—oltre a un trilione di articoli—un documentario presentato in vari festival in giro per il mondo.

Il finale del video, poi, non poteva essere migliore: il cantante rivela di uscire solo saltuariamente dal Bosco Verticale, se è strettamente necessario. Con la complicità della giornalista, gli viene strappato un invito a tutto il pubblico a raggiungerlo per un party. Ma non so se alla fine a qualcuno interessi davvero andare a citofonare a Carvalho: per i milanesi, per internet, per tutti quelli che 15.000 euro al metro quadro non li possono spendere, è sufficiente avere qualcosa di esclusivo di cui continuare a discutere. E che questo grattacielo sia davvero il più bello del mondo, che finisca come in Ballard, che ci sia qualcosa da lamentarsi o meno e che sia anche solo legittimo farlo quando, se ti si brucia una lampadina alle due del mattino, qualcuno arriverà in una manciata di minuti a cambiarla, non è alla fine così importante per nessuno—l'importante è che se ne parli.

Segui Riccardo su Twitter

Segui la nuova pagina Facebook di VICE Italia: