Alla luce del giorno

Marco Pietracupa fa sembrare le prostitute meglio delle modelle.

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ott 23 2012, 1:14pm

Come saprete, se ci sono due argomenti di cui ci piace parlare con una certa regolarità, sono la fotografia e le prostitute. Per questo, quando ho sentito che Marco Pietracupa, uno dei nostri fotografi preferiti, stava per inaugurare una mostra sul tema, l'ho contattato per farmi raccontare il tutto direttamente da lui. 

Marco è uno di quei fotografi capaci di unire un senso di reale spontaneità all'attenzione estrema per i dettagli—combinazione a mio parere sempre più rara al giorno d'oggi—e il fatto che abbia deciso di applicare questo stile a scatti di prostitute, ritratte di giorno, sul loro "posto di lavoro", mi incuriosiva non poco. 

Sono andato a trovarlo a casa sua, dove mi ha offerto un ottimo vino ultra-genuino della sua terra (Alto Adige), preso da un contadino locale, di quelli che prima ancora di accorgertene te ne sei bevuto un'intera bottiglia per poi ritrovarti di colpo ubriaco. E in effetti è proprio così che è andata. Ma vi assicuro che mentre parlavamo eravamo ancora sobri; la botta è arrivata proprio a fine intervista. Ad ogni modo, ecco cosa mi ha raccontato a proposito di Flying Carpet, la mostra che inaugurerà questo giovedì alla galleria Le Dictateur di Milano.

VICE: Allora Marco, spiega un attimo il progetto.
Marco Pietracupa: Seccamente si tratta di prostitute, ho fotografato prostitute.

OK. Prima di chiederti il perché e il come, erano tutte nell'area di Milano?
Sì, Milano e dintorni, tutte fotografate di giorno, senza nessun tipo di accordo. L'atto che io ho fatto è lo stesso di uno che va a prostitute per davvero: sono arrivato in macchina, tiravo giù il finestrino, chiedevo, ciao quanto vuoi, cinquanta euro, ah ok.

E ovviamente le hai pagate davvero, anche una volta che scoprivano che volevi fotografarle e non fare sesso. 
Certo. Il mio intento era proprio di ricreare tutto il procedimento. Per cui sono state abbordate come quando vai a scopare e fotografate nello stesso posto in cui fanno sesso di solito. Ci tenevo o pagarle esattamente quanto prendevano di solito, proprio per dare una certa spontaneità al tutto. Pagarle di più sarebbe stata una cosa non "naturale", e in un certo senso troppo facile da parte mia, perché tutte avrebbero accettato di farlo, mentre molte in realtà si sono rifiutate. 

Quindi, in sostanza hai sostituito il sesso con la fotografia. Come ti è venuta l'idea? 

Diciamo che già dieci anni fa avevo cominciato a fotografare i luoghi vuoti dove le prostitute lavorano (foto che non faranno parte della mostra, ma solo del catalogo ndr). E diversi anni fa mi è capitato di fare un'esperienza del genere e sono rimasto colpito, incuriosito soprattutto, dalla situazione quasi surreale, che avviene anche in pieno pomeriggio, in questi luoghi super trash, assurdi. Infatti tutte le foto sono state fatte di giorno, proprio per mettere in luce un mondo del genere che di solito è collegato alla notte. 

Come mai le ragazze hanno tutte la faccia coperta?
Il progetto è già nato così, sapendo che non si sarebbero fatte fotografare in volto. Ma forse mi piace anche di più, perché trasmette il fatto che loro vendono il corpo e il cliente stesso vuole il corpo. 

Hai seguito particolari canoni estetici nella scelta? 
No, anzi. Avrei voluto fotografare ogni tipologia di donna. Ma alla fine solo quelle più carine si sono fatte fotografare, come nella vita normale! Tra l'altro, a parte questo, molte erano quasi impaurite dal fatto che volessi fotografarle e non scoparle. Diciamo che per dieci che ne ho fotografate, 100 si sono rifiutate. 

Come mai, secondo te?
Io pensavo di fare cosa gradita, pagando per fotografarle invece che per il sesso, invece no. Anzi, per convincerle in molti casi ho dovuto scattare delle polaroid, per fargli vedere il genere di foto che volevo fare. Perché loro altrimenti, quasi in automatico, allargavano le gambe, o si mettevano a pecorina, o con un dito nella figa. Invece poi chiacchierando un po' veniva fuori la loro timidezza, e in generale il fatto che fossero ragazze normalissime, che parlano della prostituzione quasi dall'esterno, come se loro stesse non fossero prostitute.

Quindi non c'è in nessun caso, da parte loro, la consapevolezza di far parte di un progetto artistico.
Assolutamente. La sensazione che davano era quella di aver davanti un pervertito. Quando dici che non vuoi vedere la figa nella foto, in quel momento diventi strano, ovvero sei strano quando sei normale. Sembri perverso, ti guardano con occhi sospetti e pensano "ma questo qui perché vuole fare una foto?" E io rispondevo semplicemente che mi piaceva il loro corpo e volevo fare la foto di una donna. 

Hai percepito un certo disagio da parte loro? Te lo chiedo perché magari con alcune hai avuto modo di scambiare due chiacchiere e avere un minimo rapporto.
Io non credo siano tutte costrette, soprattutto quelle che lavorano su internet e stanno in strada solo per arrotondare. Sono quelle che le prenoti, vai a cena, 500 euro, si organizzano da sole. È un tema difficile, ma dato che non avevano paura di farsi fotografare sembra che potessero decidere da sé e che non avessero un protettore a cazziarle. Ma queste sono esclusivamente sensazioni mie. 

Perché Flying Carpet?
Quando ero lì facevo scegliere loro un tessuto sul quale poi si sdraiavano, una sorta di tappeto. Era un modo per aggiungere un elemento esterno al contesto, anche per sottolineare il fatto che erano lì proprio come modelle e non come prostitute. Volevo estrapolarle momentaneamente dalla loro quotidianità e professione e farle diventare modelle e donne normali. E poi, quando sceglievo le foto, che ovviamente erano moltissime, me le sono attaccate tutte al muro e una sera guardandole mi sono detto "cazzo ma volano, volano tutte queste donne," per l'inquadratura, e vedendole tutte insieme una vicino all'altra c'è un movimento, volano. Il concetto di partenza non era quello, poi appunto ho avuto questo flash,  e mi ha fatto pensare che loro, per due o tre secondi, fanno volare anche te.  

FLYING CARPET - un progetto speciale di Marco Pietracupa curato da Gianluca Cantaro. Giovedì 25 ottobre alle 19.00 presso Le Dictateur

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