L'artista italiano che ha creato un database di volti di poliziotti e ci ha tappezzato Parigi

"Con Capture Police il mio obiettivo è dimostrare che il riconoscimento facciale è così pericoloso che può essere utilizzato anche contro la polizia stessa."
11.11.20
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I volti dei poliziotti nel database Capture Police affissi per le strade di Parigi. Foto: Paolo Cirio

Dalla fine del 2018 e poi per alcuni mesi del 2019, Parigi è stata palcoscenico di scontri e di proteste—a tratti molto violente—scaturite dalle richieste del movimento dei gilet gialli. Con il viso coperto o semicoperto e quasi impossibili da identificare, i poliziotti francesi sono ritratti in migliaia di fotografie online e pubbliche di quei mesi. 

Potenzialmente, chiunque può creare un database di immagini come queste e, perché no, darlo in pasto ad un’intelligenza artificiale per identificarne i volti e così sapere chi sono precisamente gli agenti ritratti. Per esempio, un mese fa Andrew Maximov, tecnologo bielorusso residente negli Stati Uniti, ha pubblicato su YouTube un video in cui spiega e rende visibile chiaramente come il software che sta sviluppando permetta il riconoscimento dei poliziotti che da mesi usano violenza contro i manifestanti anti-Lukashenko. Questo caso è però un’eccezione poiché, sia in Italia che all’estero, le tecnologie di riconoscimento facciale ad oggi vengono utilizzate solo dalla polizia per identificare biometricamente i cittadini e sostenere le politiche di sicurezza e “decoro” dei governanti locali, mai viceversa.

Residente a Parigi da molti anni, Paolo Cirio è un artista e attivista italiano che lavora soprattutto sulle implicazioni della società dell’informazione. Nel settembre del 2019, mentre insegnava in un’università francese ha deciso di proporre agli studenti anche un progetto sul tema della sorveglianza e del riconoscimento facciale. In Francia, al tempo, si stava infatti discutendo sull’utilizzo di questa tecnologia come mezzo sostitutivo alla carta d’identità

Da questo progetto è nata poi l’installazione Capture Police, una collezione di immagini raffiguranti volti di poliziotti francesi per cui il ministro dell’interno francese ha storto il naso e richiesto la censura e la rimozione dagli spazi dell’università. 

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VICE ha contattato via telefono Cirio per parlare con lui dell’episodio e delle implicazioni del riconoscimento facciale nella società.

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Una selezione della foto in Capture Police. Installazione a Le Fresnoy, Tourcoing, Francia 2020. Immagine per gentile concessione di Paolo Cirio

VICE: Ciao Paolo. Mi racconti cos’è ‘Capture Police’ e che impatto ha avuto sul governo questa azione di attivismo artistico avvenuta di recente a Parigi? 
Paolo Cirio: All’inizio di quest’anno in Europa si è discusso della moratoria o del divieto dell’utilizzo di tecnologie di riconoscimento facciale negli stati membri, ma c’è stata una grande attività di lobbying da parte dei ministeri dell’interno di molti paesi. Lo scorso anno gli scontri a Parigi sono stati molto intensi e, lo sappiamo, la polizia francese è ben nota per la sua violenza. Ho cominciato a raccogliere materiale fotografico online che ritraeva i poliziotti e ne ho creato un database di 4000 immagini raffiguranti 1000 volti che ho poi pubblicato su un sito

Non ho utilizzato un algoritmo che potesse identificare i volti e vi associasse un nome e cognome, poiché non era il mio scopo: ho lasciato che fosse l’utente a poter inserire le generalità dell’agente e a capire che è proprio attraverso la correlazione dei dati [volti e nomi di poliziotti, nda] che questa tecnologia diventa pericolosa. 

Con alcune delle foto ho creato l’installazione che ho esposto all’interno dell’università. Inoltre, ho attivato una petizione online rivolta ai cittadini per spiegare le motivazioni al divieto del riconoscimento facciale che porto avanti insieme ad associazioni che si occupano di privacy e diritti digitali in Francia, Italia ed Europa. Ho anche svolto una performance per le strade di Parigi, incollando alcune foto dei poliziotti che ho collezionato nel database. Gli agenti di polizia sono persone come le altre ma hanno la possibilità di utilizzare la violenza ed esercitare un potere unico. Volevo dimostrare che sono osservati e che devono essere responsabilizzati per le loro azioni.

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Screenshot del database di Paolo Cirio, https://capture-police.com/index.php

Qual è stata la risposta alla tua installazione artistica e alla street art da parte della polizia e del Ministero dell’Interno francesi?
Tappezzare le strade di fotografie di poliziotti è stata un’azione puramente provocatoria e artistica, perché da una parte è proprio la polizia a voler mantenere l’utilizzo di queste tecnologie, e dall’altra si copre sempre di più il volto durante le manifestazioni per non essere riconosciuta. La provocazione ha funzionato perfettamente, la reazione della polizia è infatti stata molto forte e aggressiva, però non c’è stata nessuna consapevolezza sul fatto che un artista abbia sollevato il problema dell’invasività di queste intelligenze artificiali nelle mani di Stati e polizia. 

Si è invece pensato fosse più importante fermare me e la mia installazione, di fatto censurandola. Lo scopo dell’arte si racchiude però proprio lì, ovvero nel creare una realtà ora non presente ma pur sempre possibile. Attraverso Capture Police il mio obiettivo è dimostrare che il riconoscimento facciale è così pericoloso che può essere utilizzato anche contro la polizia stessa.

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I volti dei poliziotti contenuti nel database Capture Police, opera di Paolo Cirio, affissi per le strade di Parigi. Foto di Florian Daussin, per sua gentile concessione

Ho immaginato per un attimo una nuova puntata di Black Mirror. Perché secondo te è necessario vietare questa tecnologia in Europa?
Questa tecnologia, nonostante non sia l’unica a trattare con i nostri dati biometrici, è particolarmente pericolosa perché coinvolge il nostro volto. Questa è per me la parte più importante dell’essere umano per comunicare, per riconoscerci e fidarci. La prima cosa che facciamo con un estraneo, infatti, è guardarci in faccia, decidendo se fidarci o giudicarlo. Inoltre la faccia è, diversamente dalla voce, difficile da nascondere o quasi impossibile. 

Se quindi applichiamo uno strumento di tecnologia ai nostri volti, il nostro modo di comunicare attraverso di essi verrà distrutto. Per questo, nella mia campagna e nella petizione propongo che questa tecnologia venga del tutto vietata. Ormai è diventata così comune che effettivamente chiunque può avere il proprio software di riconoscimento facciale, rendendola una vera e propria arma a livello non solo europeo ma globale. Altrimenti, ad un certo punto nella Storia, anche se non so quando, probabilmente questa tecnologia verrà utilizzata per commettere gravi crimini.

Credi che il mix fra attivismo e arte possa essere il giusto mezzo per veicolare questo messaggio ai cittadini, ovvero chi è colpito da questa tecnologia?
In questo caso credo che l’arte sia stata essenziale. Vedere tutti quei volti uno di fianco all’altro o sui muri è notevole. L’installazione e le foto incollate per le strade di Parigi sono una provocazione artistica quasi glamour, ma che allo stesso tempo mi ha dato la possibilità di trasmettere anche il vuoto legislativo europeo in merito al divieto di utilizzare il riconoscimento facciale così come altre tecnologie che necessitano dati biometrici, come l’iride o la voce. 

In Francia infatti il dibattito sul tema è pressoché inesistente, ma esistono collettivi e associazioni di attivismo digitale che si occupano del tema, una su tutti La Quadrature du Net. Credo sia un problema generazionale, ma mi sento ottimista e penso che l’approccio alla questione cambierà. Mi fa piacere sentirti dire che anche in Italia c’è una comunità e un network di attivisti e ricercatori che si occupa del tema [Hermes Center, nda].