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Oggi sono 10 anni dalla fine degli Oasis, speriamo non tornino più insieme

Se il tuo sogno è vedere Liam e Noel di nuovo insieme sul palco, abbiamo una domanda per te: sei sicuro che sia una buona idea?

di Patrizio Ruviglioni
27 agosto 2019, 7:33am

Oasis, fotografia promozionale d'epoca; le altre fotografie sono embed dal profilo ufficiale Instagram degli Oasis

Manca poco all'inizio del concerto degli Oasis a Parigi, terzultima data del tour del 2009 per l'album Dig Out Your Soul. Dopo l'ennesima litigata col fratello-collega Noel, Liam Gallagher tira una prugna in camerino in segno di stizza. Poi se ne va. "Se fosse finita lì, sarebbe stata una grande uscita di scena", racconterà l'altro anni dopo. E invece no: Liam rientra, prende in mano una chitarra "a mo' di ascia" e la distrugge. Sembra fuori controllo, ed è la goccia che fa traboccare il vaso dei rapporti già tesissimi fra i due. Cinque minuti dopo gli Oasis non esistono più: Noel ha lasciato la band decretandone lo scioglimento, "con un po' di tristezza e grande sollievo". Ma non avrebbe “potuto lavorare con Liam un solo giorno in più".

Tutto questo avveniva dieci anni fa, il 28 agosto 2009. Il concerto di Parigi fu annullato insieme alle date rimanenti, tra cui quella di Milano prevista per il 30. Una rosicata bella e buona per l'Italia, che non ha potuto dir loro l'addio—e anzi si è vista strappare dalle mani un concerto attesissimo, oltre che un'ultima possibilità di gridare in coro "SOOOOO SEEELLI CHEEEN UEEEIT". Scherzi a parte, la nostra è una delle comunità di fan più grandi del mondo, quindi: solidarietà.

Non era la prima volta che Noel rompeva con Liam (era già successo nel 1994, capitò anche nel 2000), ma si capì presto che fosse quella definitiva: a ottobre il secondo spiegò che gli Oasis erano un capitolo chiuso e i fan avrebbero dovuto farsene una ragione. Eppure, nonostante il muro contro muro dei due sulla questione (che fra una litigata sulla Brexit e provocazioni varie giocano a scaricarsi le colpe della fine senza parlarsi di persona), e nonostante anche un parere negativo diffuso fra addetti ai lavori vicinissimi e lontani, da anni aleggia un fantasma nel mondo dello spettacolo: la reunion degli Oasis. Giusto ieri, in aria dell'anniversario per cui sto scrivendo, i Foo Fighters sono rimasti coinvolti in un tentativo di petizione per farla succedere.

In realtà, lo stesso Liam avrebbe riaperto recentemente alla possibilità, mentre pare sia Noel a opporsi a un eventuale ritorno. Ma l'ipotesi, al di là delle smentite, rimane verosimile perché converrebbe: la band ha folgorato l'immaginario della generazione X, affascina i millennial e, dati una bella dose di nostalgia e due percorsi solisti non proprio eclatanti, farebbe un sacco di soldi. Infine, farebbe tornare nel dibattito i fratelli Gallagher dopo anni passati in chiaroscuro a livello di critica, fra il percorso coi Beady Eye di Liam e quello con gli High Flying Birds di Noel. Il punto, però, è che esistono tanti motivi per cui una reunion non sarebbe un evento auspicabile.

Primo, perché gli Oasis incisivi nella storia della musica si sono estinti col vecchio millennio, e questa sarebbe probabilmente solo una coda posticcia alla loro carriera. Liam e Noel sono stati i conservatori del britpop, quelli che hanno inventato meno. Non sono i Blur, che con 13 hanno dato uno scossone all'alternative, e nemmeno i Radiohead della rivoluzione rock-elettronica di Ok Computer. E non sono neanche i Coldplay, nati al limite del movimento, di marca spiccatamente pop e con un ascendente sulla cultura popolare ben maggiore di quello dei loro colleghi. Insomma, non sono stati né innovatori né un paradigma per il futuro, ma piuttosto un coro da stadio: vicino ai Beatles come nessuno, cool britannico. Un po’ autoreferenziale ma popolare, e legittimato proprio dalla capacità di riunire 250mila persone in delirio a Knebworth nel 1996. Intorno a quel live ruota l'epoca d'oro dei Gallagher, racchiusa nei primi tre album: i loro dischi di cui conosciamo a memoria i singoli, le melodie, i bridge e gli SHIIIINE di Liam.

Dal Duemila in poi, infatti, i due hanno vissuto un sacco di momenti no. Il principale è il tremendo Standing on the Shoulder of Giants, un disco con un livello di ispirazione ai minimi storici e pezzi copia-sbiadita degli esordi come "Go Let It Out") insieme ad altri decisamente migliori, ma segnati da una psichedelia un po' calligrafica—come nell'ultimo Dig Out Your Soul. E per quanto i concerti continuassero ad andare benone, l'impressione era che la band sperimentasse soluzioni mature ma mai davvero coraggiose o accattivanti. Un ibrido non vincente: non abbastanza facile e immediato da essere popolare come nel '96, non abbastanza difficile da far credere a una crescita che mettesse la band nel gotha della critica. Tant'è che le ultime generazioni continuano a innamorarsi di loro in chiave nostalgica, là dove in Italia Francesca Michielin coverizza "Wonderwall" e Gazzelle ha fatto dei primi Oasis un modello. Intanto nel rap Rkomi ha dedicato un pezzo alla mitologia spaccona di Liam, e Gallagher... bé, a questo punto sapete perché si chiama così.

Un altro motivo per cui una reunion proprio no: le litigate fra i due. Ci sono sempre state, sin dai primi giorni, ma pur concedendo loro la teatralità che lo stile impone nuove tensioni interne minerebbero come sempre la continuità della band. E se i rapporti tesi sono una condizione imprescindibile del rapporto fra i Gallagher (e lo sono), non è il caso di ripartire con l’ennesima serie di tira e molla che niente aggiunge alle canzoni, ma al massimo le riempie di gossip. Conviene continuare a scornare su Twitter, senza strascichi "artistici". O meglio: conviene fare pace da buoni fratelli, ma senza riunire gli Oasis.

Anche perché un'eventuale reunion, oggi come oggi, non avrebbe prospettive rosee a livello di idee originali. Se i due seguissero la direzione del 2009 il rischio è di ritrovarci lavori eleganti, sì, ma senza la verve purissima di un (What's the Story) Morning Glory?. Probabilmente ai live si tornerebbe sui classici dei primi album, con il pericolo di un'operazione nostalgia. E sarebbe, dicevamo, una coda un po' così a una carriera in cui già si fronteggiano un quinquennio d'oro e una decina d'anni più sottotono. Una carriera che fra polemiche e discese probabilmente nel 2009 ha davvero esaurito il suo decorso, per quanto si voglia far finta che non sia così.

Se invece l’eventuale reunion prendesse a modello quanto successo nel frattempo nelle carriere soliste dei due, i punti di domanda si moltiplicherebbero. Inizialmente Liam con i Beady Eye ha raccolto le briciole del banchetto, mentre Noel, dopo due dischi un po’ incerti, solo con Who Built the Moon? (2017) è riuscito a mettersi a distanza di sicurezza dal rock calligrafico degli anni zero. Certo, lui come autore ha esperienza e gusto melodico da vendere, al contrario di Liam che rimane un frontman in cerca di una quadra definitiva nella scrittura, però insomma: non sono stati percorsi esaltanti, specie di fronte ai fasti degli Oasis.

Proprio dal 2017 però i due sono tornati ad avere un'identità nuova e, a loro modo, attuale. Con l'esordio solista As You Were, Liam è sembrato finalmente in crescita come autore, risultando credibile per quanto anacronistico. Ciò valorizza manate in faccia come "Wall of Glass" o la nuova "Shockwave", primo singolo tratto dal del suo nuovo disco. Noel ha invece deciso di sperimentare per la prima volta, e nell’ultimo EP Black Star Dancing ha sposato una space-disco andata di traverso ai fan storici ma che gli ha comunque permesso di dedicarsi a sonorità davvero inedite nella sua esperienza.

Insomma, oggi i Gallagher sono finalmente agli antipodi—anche musicalmente. La loro faida è diventata strettamente artistica quando non lo era mai stata, e anzi i due erano fin troppo simili. Tanto vale goderseli così, ora che paiono aver trovate la propria dimensione: Liam, il protettore del rock vecchia scuola, "Rock'n'roll star" come cantava agli esordi, sempre con le braccia dietro la schiena, il parka e il tamburello. Noel, malinconico e silenzioso, che prova nuove soluzioni col rischio di farsi male per non rimanere intrappolato in uno stereotipo. L'uno che insiste, l'altro che cambia. L'uno che modifica gli stereotipi del rock in base a sé stesso, l'altro che li evita a prescindere. Entrambi in un testa a testa di modo di intendere la musica. Ciascuno, comunque, ancora legato all'altro.

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