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Il problema di Vittorio Feltri e di chi ancora lo invita in tv

"Milano è un vivaio di fin*cchi" è solo l'ultima squallidissima uscita di Feltri, ma pare che nessuno abbia ancora deciso che bisogna smettere di invitarlo in tv.
Vincenzo Ligresti
Milan, IT
Grab via La7.

Nel computo degli ospiti da invitare nei programmi televisivi, si è ormai consolidata l'abitudine a inserire opinionisti che possano dire qualcosa di forte e/o sconveniente—e che magari possa essere ripreso, tagliato e buttato lì dalle varie testate nazionali. Tra questi vari personaggi, campeggia il nome dell’editorialista di Libero ed ex direttore del Giornale Vittorio Feltri e di cui, per l’appunto, da ieri continuano a girare in formato video le ultime dichiarazioni all’Aria che Tira Estate.

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Ricapitolando: siamo nello studio di La7, gli ospiti sono chiamati a parlare di esecutivo, Salvini, ruolo delle ‘opposizioni’—tra cui quella della MILANO DEL GAY PRIDE CONTRO IL GOVERNO, come recita la strap sullo schermo.

A tal proposito, dopo aver definito il PD “una brutta copia del Partito Radicale,” Feltri afferma che “peraltro” non riesce a capire “da chi e in quale modo siano minacciati i diritti degli omosessuali," aggiungendo che “Milano è un vivaio di finocchi” e non può “chiamarli gay” perché gay è una parola inglese e non gli piace “parlare in televisione in inglese,” e non può nemmeno chiamarli omosessuali “perché non è neanche infermiere,” che il “pride è ridicolo”, e che lui chiama i gay “ricchioni o froci, come fa la gente normale.” A più riprese—come da copione in questi casi—il conduttore Francesco Magnani dice a Feltri che deve prendere assolutamente le distanze e annuncia la pubblicità per togliersi dall’impiccio.

Ora: per quanto il video possa essere grottesco visto di per sé, in realtà rientra in un filone molto più esteso, surreale e lungo di dichiarazioni di Feltri a proposito dei diritti della comunità LGBTQ.

Per esempio, un episodio televisivo simile era già successo il 10 giugno scorso, quando a Vittorio Feltri era stato chiesto di commentare un servizio molto imparziale sul Gay Pride a Roma a Stasera Italiail talk show che ha sostituito i vecchi programmi di Rete4 nella forma, ma non nella sostanza.

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Alla domanda del conduttore “Tu stai col ministro Fontana o il Gay Pride?” Feltri ha risposto che “il ministro Fontana sbaglia,” perché “quella dei froci è una realtà e bisogna prenderne atto”. Aggiungendo di nuovo, e di nuovo richiamato da un altro conduttore, che lui può chiamarli solo "froci," "busoni," "ricchioni."

In un suo editoriale su Libero, sempre il 10 giugno, Feltri ha poi scritto che “sebbene non sia ricchione,” “i busoni” gli piacciono e che ha molti amici gay. I suoi problemi sono piuttosto: quello che liquida come il politicamente corretto; il fatto che nel 2006 la Corte di Cassazione ha ravvisato in “‘froci’ ‘un chiaro intento denigratorio e di scherno, espresso in forma graffiante”; e che a questo punto “è lecito chiamare un individuo 'omofobo', ma è illecito dire 'frocio'."

Tornando ancora più indietro, nel 2014, intervistato all’Aria che Tira a proposito delle unioni civili, l’editorialista aveva affermato: “Sono favorevole ai matrimoni gay, ormai non si sposa più nessuno, non vedo perché negare a loro la possibilità di commettere gli errori che abbiamo fatto noi.” Confermando ciò che aveva scritto due anni prima nel suo editoriale “Amore e fame valgono pure per gli omosessuali,” dove sosteneva che “spesso la gente si rifiuta di comprendere non per cattiveria: per pigrizia.”

Adesso, non so a voi, ma a me scoppia la testa davvero tanto. Perché non so neanche se sia il caso di puntualizzare certe cose, soprattutto con una persona di cultura come Feltri—ma purtroppo altrettanto contraddittoria. Feltri sa meglio di me che in Italia non c’è nemmeno una legge sull’omofobia. Sa meglio di me che la scusa dell’inglese o del politicamente corretto non regge. Sa bene che il Gay Pride di Milano non è solo il Gay Pride di Milano ma—insieme ai più importanti Gay Pride d’Italia —rappresenta un po’ tutta l’Italia.

E soprattutto sa bene che il modo in cui si dicono le cose è altrettanto importante alle cose che si vogliono esprimere. A maggior ragione se non vengono solo scritte in un editoriale che arriva al pubblico del tuo giornale, ma a milioni di persone davanti a uno schermo—ovvero alla Milano reale e al resto di un Paese reale in cui tutta “la gente normale” di cui parla, reputa i vari appellativi che lui considera neutri quello che sono: insulti. Insulti e basta.

Ma se vogliamo dirla tutta, la verità è che il problema non è nemmeno Vittorio Feltri—o almeno solo in parte. Perché, del resto, tutta questa carrellata qua sopra è stata resa possibile grazie anche alla solita tendenza di alcuni talk show di scegliere qualcuno che potenzialmente faccia audience, che diventi un caso. E fa un po' sorridere che, poi, gli stessi conduttori facciano gli scandalizzati subito dopo.

Fa sorridere, ma non fa per niente ridere.

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