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Ho lavorato con un apicoltore e ho capito che la crisi delle api è un gran casino per tutti

Ogni anno la situazione peggiora. Ma in pochi realizzano che senza le api potremmo mangiare quasi solo cereali.

di Diletta Sereni
23 luglio 2019, 6:48am

Tutte le immagini di Federico Fallabeni

"Metto i pesticidi come prima causa del declino delle api. Serve un cambio di mentalità: bisogna far capire che le api sono importanti come l’acqua.”

Scordiamoci la frutta. Le cipolle, l’insalata, le zucchine, i meloni, i cetrioli, le angurie. In generale, niente più legumi. Rimarrebbero il mais, il riso, il grano. Ma la carne… sarebbe difficile. Quanto agli alberi: fine delle querce, dei tigli. Però forse avremmo ancora i pini, le palme, le felci. Massimo Carpinteri non è uno che esagera con frasi drammatiche, per cui mi elenca puntualmente quello che non potremmo più mangiare o osservare nel paesaggio in un ipotetico futuro senza api.

Massimo-Carpinteri

Per immaginare questo futuro mi faccio aiutare proprio dal signor Carpinteri perché, oltre a somigliare a un’ipotetica crasi fisiognomica tra Babbo Natale e Socrate, è una specie di decano dell’apicoltura italiana. “Pasticcio con le api dal ‘73” mi ha detto, e da allora ha fondato varie associazioni che oggi fanno da spina dorsale del settore. È vice presidente dell’Osservatorio Nazionale del Miele, ha creato con Aspromiele una rivista specializzata (che oggi si chiama l’apis), ha insegnato apicoltura in Italia e altrove (cita Marocco, Libano, Algeria, Albania, Romania…). Ha partecipato a lotte politiche importanti: vincendole (una causa di Unaapi e Legambiente contro Monsanto-Bayer-Syngenta e l’uso di un concimante per i semi di mais, letale per le api e vietato dal 2008); e perdendole (un disciplinare mai approvato per il “miele vergine integrale”). Oggi ha quasi settant’anni, una folta barba bianca e si stringe nelle spalle: “Di lottare, credo, non smetterò mai.”

Arnie
Diletta-e-apicoltore

La sua azienda, Albero della vita, si trova in Monferrato, e produce miele, pappa reale e api regine. Vado a trovarlo con la promessa (sua) che potrò affiancarlo per qualche ora nel lavoro alle arnie e farmi spiegare perché questo 2019 viene descritto come la peggiore annata di sempre per la produzione di miele e per le api in generale.

Tuta-da-apicoltore
Apicoltura
Massimo Carpinteri ci mostra l’interno di un’arnia

“Le api per stare bene vogliono inverni freddi e primavere tiepide, mentre stiamo vivendo un’inversione. Questo non solo sballa o annulla le fioriture ma è molto stressante per le api”

Io e Federico il fotografo ci bardiamo per bene dalla testa ai piedi: dopotutto le arnie ospitano dalle 30 alle 50 mila api ciascuna. Salvo sentirci di colpo molto ridicoli una volta realizzato che il signor Carpinteri apre le arnie a mani e faccia nude e pacato mi insegna a leggere quel che vedo.

Api
La “famiglia” di api intorno alla covata
Favo
Celle reali complete per la produzione di api regine

L’arnia è un alveare razionalizzato e ospita una famiglia di api, composta da ape regina, api femmine lavoratrici, che nell’arco della loro vita attraversano varie mansioni, e api maschio (fuchi) la cui ragione di vita è drammaticamente circoscritta alla fecondazione delle regine. Nell’arnia sono infilati in verticale i favi, cioè dei telai dove le api organizzano vita e lavoro: al centro, coperta da un manto color bronzo, si trova generalmente la covata, cioè le larve depositate dalla regina. Da qui sbucheranno via via le nuove api.

Arnia
Favo di una mini arnia per allevamento di api regine


Ai margini del favo si vedono le provviste, cioè miele e polline, raccolti dalle api sulle fioriture circostanti. Queste provviste servono da nutrimento della famiglia. Il miele che viene raccolto dall’apicoltore è invece quello accumulato nei melari: scatole che si applicano sopra all’arnia, separate da una griglia fitta abbastanza da far passare le api ma non la regina. In questo modo la regina non può salire a fare covate nel melario, che diventa una sorta di dispensa dove si accumulano solo provviste in più, cioè miele. In un giorno buono un’arnia può produrre 2-3 kg di miele. In una stagione intera, mettiamo quella dell’acacia, si possono raccogliere 40 kg di miele, o molti di più se si spostano le arnie per seguire le fioriture.

Carpinteri-Apicoltore
Massimo Carpinteri toglie dal favo la cera con cui le api coprono il miele

Almeno questo è ciò che avviene normalmente, in una situazione che Carpinteri definisce “di equilibrio”. “Ma quest’anno è saltato tutto” mi dice. È saltata quasi ovunque la fioritura dell’acacia, che per gli apicoltori del nord rappresenta circa il 60% del reddito. Prima dell’acacia erano saltate le fioriture di ciliegio ed eucalipto e sono andate malissimo, alle altezze di bassa collina, anche le fioriture di nocciolo, tiglio, castagno. Quello che si raccoglie adesso (siamo a luglio, siamo in Monferrato) è melata di metcalfa (una cosa un po’ diversa dal miele, chi è curioso legga qui), ma a causa della siccità anche su questa si fa fatica.

Melata
Carpinteri-con-favi
Un favo ancora opercolato (a destra) cioè coperto di cera e un favo già “scoperto” col miele in vista


Quest’annata particolarmente nefasta, inoltre, arriva a coronamento di sei anni difficili per gli apicoltori in tutta Italia, in cui, mi spiega Carpinteri, sembra essersi rotta l’alternanza climatica delle stagioni. “Le api per stare bene vogliono inverni freddi e primavere tiepide, mentre stiamo vivendo un’inversione: inverni caldi, primavere fredde e poi estati siccitose. Questo non solo sballa o annulla le fioriture ma è molto stressante per le api, che arrivano alla primavera già stanche e poi non trovano di che nutrirsi.”

In sintesi: le api stanno vivendo in anteprima gli effetti del cambiamento climatico. Il problema come sappiamo è grosso e ci riguarda da vicino. Carpinteri me lo illustra con due dati. Il 70% delle specie vegetali ha bisogno degli impollinatori per riprodursi, e dagli anni Cinquanta a oggi abbiamo perso, solo in Europa, il 50% delle specie di impollinatori: farfalle, bombi eccetera.

Apicultura


"L’errore che facciamo – prosegue – è pensare gli effetti dell’estinzione delle api in funzione delle poche specie vegetali che coltiviamo, che arrivano forse al 2% del totale. Senza pensare agli effetti a catena: se muoiono gli insetti, spariscono le piante che hanno bisogno di quegli insetti per riprodursi, poi gli animali che si nutrono di quelle piante o di quegli insetti… Sì, è vero che ora ci sono delle varietà di frutta autofertili, e si stanno progettando dei droni impollinatori, ma sono delle piccole toppe rispetto all’enormità del problema.”

Api-che-volano


Più ancora del clima però, sostiene Carpinteri, la principale minaccia all’estinzione delle api sono i pesticidi. In generale, i pesticidi colpiscono anche le specie “non target” cioè gli insetti che non fanno alcun danno alle colture, anzi. E le cose, prosegue, si sono aggravate con la messa a punto dei neonicotinoidi: finché si usavano i pesticidi di vecchia generazione (a base di esteri fosforici) morivano soprattutto le api bottinatrici inviate a fare rifornimento sulle piante, ma spesso riuscivi a salvare la famiglia, perché l’ape moriva prima di portare il veleno all’alveare.

Coi neonicotinoidi sistemici invece il pesticida entra nella linfa delle piante e fa ammalare l’ape lentamente a partire dal suo sistema nervoso. Gli effetti sono simili a quelli di un bug, un errore di sistema: le api perdono l’orientamento, sbagliano a formare i nuovi bozzoli, in pratica impazziscono e infine muoiono. Se la contaminazione passa dal nettare (cioè il cibo per l’ape stessa) l’ape può morire prima di tornare a casa, ma se passa dal polline (cioè il cibo per le nuove larve) fa in tempo a tornare all’alveare e diffondere il veleno come nutrimento per tutta la covata. Così a morire è l’intera famiglia. "Metto i pesticidi come prima causa del declino delle api – dice Carpinteri – perché su questo fronte si può agire in fretta, anzi dovrebbe essere un dovere. Ma serve un cambio di mentalità: bisogna far capire che le api sono importanti come l’acqua.

Spray
Affumicatore usato dagli apicoltori quando si apre l’arnia, ha l’effetto di rendere le api meno aggressive



Un segnale di attenzione è arrivato dall’Unione Europea, che nell’ultima legge comunitaria ha ridotto i fondi all’agricoltura e aumentato quelli all’apicoltura. E qui c’è un altro nodo. “Il problema è che gli agricoltori spesso non hanno cultura sull’importanza delle api anche per il loro stesso lavoro, e impiegano i prodotti come se gli impollinatori non esistessero. Di conseguenza noi apicoltori siamo costretti al cosiddetto “nomadismo da fuga” cioè spostare le arnie per scappare da zone coltivate intensamente e intensamente irrorate di pesticidi, per evitare la contaminazione. Un tempo almeno i noccioleti e le vigne erano aree sicure, oggi sono zone a rischio.”

Ape
Un fuco, il maschio dell'ape

Guardo da vicino le api brulicare sui favi che Carpinteri sfila dalle arnie. Cerchiamo la regina, imparo a riconoscerla, non è difficile: è un po’ più grossa e arancione delle altre. Imparo a vedere la differenza tra una regina vergine e una fecondata. Imparo che la fecondazione avviene in volo, con l’ape regina fecondata da tanti maschi diversi (il momento di gloria dei fuchi, prima di morire). È proprio la poliandria (accoppiamento tra una femmina e tanti maschi) della regina che assicura la variabilità genetica e rende le api una specie forte (il contrario della degenerazione genetica a cui porta l’accoppiamento tra consanguinei, per capirci), tanto che in linea di principio potremmo avere dei ceppi che si riproducono da diecimila anni.

Apicoltori

Famiglie di api che hanno vissuto e continuato a riprodursi mentre la scimmia diventava uomo, e poi mentre l’uomo costruiva imperi, inventava religioni, combatteva guerre. Ed è tragicamente buffo che la più seria minaccia per la loro estinzione venga dal cibo, dal modo in cui abbiamo deciso di produrlo. Dal sistema agro-alimentare, che più di ogni altro ha bisogno degli impollinatori per esistere. Un bug, si direbbe.

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