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C'è un altro modo in cui stiamo 'fottendo' il pianeta: con il nostro consumo di internet

Instagram, Netflix, Amazon, Spotify e tutte le altre app che usiamo: da quali fonti di energia sono alimentate? E il telefono con cui le usiamo, che impatto ha sull'ambiente nel suo ciclo vitale?

di Antonella Di Biase
20 settembre 2019, 8:40am

Illustrazione di Davide Bart. Salvemini

Questo articolo fa parte di Covering Climate Now, una collaborazione globale tra oltre 250 testate per rafforzare la copertura mediatica riguardo la crisi climatica e le sue storie. Vai qui per leggere tutti gli articoli a tema Covering Climate Now su VICE.

Viviamo in un periodo storico tragico ed elettrizzante. Da quando i media hanno iniziato a parlare della gravità della situazione ambientale non c’è giorno in cui non veniamo a conoscenza di una catastrofe ecologica o di un’abitudine sbagliata che ci portiamo dietro dall’infanzia. E anche se adottiamo stili di vita che ci fanno sentire pionieri nella lotta alle plastiche e al cambiamento climatico, la verità è che più ci informiamo più abbiamo la profonda consapevolezza di essere molto lontani dall’obiettivo.

Uno dei motivi è che gran parte dei cambiamenti necessari dipendono da noi ma anche da fattori macroscopici su cui è difficile influire. Uno degli esempi è l’impatto ambientale dell’utilizzo di internet, un problema di cui in certi ambienti si parla da oltre dieci anni, ma che non è ancora tra i più mainstream. Eppure il settore ICT nel suo complesso—dove ICT sta per tecnologie dell’informazione e della comunicazione—ha la stessa portata in termini di emissioni dell’odiatissimo traffico aereo, ovvero oltre il 2 percento sul totale dei gas serra.

E se il dibattito pubblico e la coscienza ecologica ci stanno lentamente imponendo di non volare se non necessario, continuiamo a usare Instagram, Netflix e Spotify con la stessa ingenuità con cui un tempo usavamo cannucce e bottigliette di plastica. Dev’essere perché siamo cresciuti con un computer davanti e non sappiamo come occupare il tempo altrimenti. Ma forse uno dei motivi principali è che non se n’è parlato abbastanza. Quindi meglio fare chiarezza.

A livello scientifico ci sono molti modi per calcolare l’impatto ambientale di un intero settore. Ci sono fattori complessi che in alcuni studi vengono considerati e in altri no—le TV le includiamo? Le conseguenze dell’estrazione congolese del coltan, componente fondamentale dei microchip, dove le mettiamo? Ma per avere una panoramica del problema e capire come poter agire di conseguenza, non c’è bisogno di tecnicismi metodologici: possiamo partire semplicemente dall’oggetto che abbiamo ora in mano.

“Smartphone e altri device hanno un impatto significativo per tutto il loro ciclo vitale. E c’è oltre l’80 percento di possibilità che il nostro vecchio device vada a nutrire il massiccio flusso di e-waste creato ogni anno,” mi ha scritto via email Gary Cook, un portavoce di Greenpeace di base a San Francisco, a capo degli studi sul settore IT. Se da un lato possiamo evitare di buttare via lo smartphone perché c’è un modello nuovo o perché ripararlo costa più che comprarne uno cheap, dall’altro dovremmo trovare anche il modo di “chiedere alle aziende di riconvertire la catena produttiva e progettare device riparabili e duraturi, per cui valga la pena usare così tante risorse,” ha aggiunto Cook.

Oltre agli apparecchi elettronici, un altro fattore molto inquinante sono i data center che rendono possibile l’esistenza di cloud, piattaforme social e motori di ricerca. In questo caso l’impatto ambientale è legato a doppio filo con le fonti da cui viene ricavata l’energia elettrica per sostenere e raffreddare i server. Per ovviare a questo problema, Facebook ha spostato alcuni dei suoi a latitudini polari, mentre Microsoft li ha fatti sprofondare negli abissi della Scozia. Apple ha raggiunto invece il traguardo di energia 100 percento rinnovabile costruendo, tra le altre cose, un impero di pannelli solari a Cupertino.

Nel febbraio di quest’anno, un team di Greenpeace guidato da Gary Cook ha pubblicato un report sulla Data Center Alley, l’area più estesa al mondo per concentrazione di data center, che si trova nel Nord della Virginia. Soprannominata anche la Silicon Valley dell’East Coast, questa zona consuma un quantitativo di energia mostruoso, ricavato per il 95 percento da combustibili fossili. Data Center Alley è la sede del 70 percento degli indirizzi IP del colosso del cloud computing Amazon Web Service (AWS), a cui si appoggia un gran numero di aziende e piattaforme che usiamo tutti i giorni.

“In generale l’accesso alle energie rinnovabili dei data center dipende molto da dove sono collocati e dalla compagnia che li rifornisce. Ma per quanto riguarda AWS, che è il motore dei profitti dell’intera compagnia, non è una questione di mancanza di risorse o geografica. L’idea dei vertici dell’azienda è crescere il più possibile e non spendere un dollaro in più se non è necessario,” ha aggiunto il portavoce di Greenpeace. E anche se negli ultimi giorni Bezos ha annunciato una conversione totale alle rinnovabili, lo aveva già fatto in passato, senza grossi risultati. “Nel 2014, infatti, dopo alcune pressioni, Amazon aveva dichiarato di volersi convertire all’energia verde. Ma dopo poco è tornata sui suoi passi, continuando a espandersi nella Data Center Alley semplicemente perché era conveniente.”

Gary Cook è anche uno dei ricercatori dietro Clickclean, un sito in cui vengono valutati alcuni colossi di internet in base all’uso di fonti energetiche rinnovabili—tenendo conto anche di fattori come la trasparenza, l’efficienza e l’advocacy. Stando ai dati aggiornati al 2017, le app collegate ad Apple, Facebook e Google sono tutte tra le prime della classe. Amazon, Netflix, Twitter e Soundcloud, invece, utilizzano ancora per lo più energia ricavata da combustibili fossili. Ma hanno anche un serio problema di trasparenza.

Se Google ha reso pubblici i dati sulla sua carbon footprint già nel 2011, non è lo stesso per tutte le aziende. Spesso è difficile fare delle stime attendibili. “Le compagnie dovrebbero fornire dati chiari ai loro utenti, ma non lo fanno. Noi ricercatori dobbiamo lavorare molto duramente per ottenerli. Per quanto riguarda Netflix, ad esempio, al momento non abbiamo dati certi e aggiornati. Ma sappiamo che si appoggia ad Amazon Web Service—è per quello che la sua valutazione è fortemente negativa.”

Eppure lo streaming video rappresenta una parte consistente del traffico dati, e andrebbe regolato con molta più attenzione. Netflix, in particolare, occupa il 15 percento del traffico globale, superando YouTube di quattro punti. Per questo Greenpeace ha avviato la petizione “Tell Netflix to go green” per far sì che, dopo aver migliorato il concetto di televisione, migliori anche il mondo convertendosi alle rinnovabili. Firmatela!

Quindi quando siamo a casa davanti al computer contribuiamo a un grande quantitativo di emissioni—sì, anche se non spostiamo più la macchina e abbiamo smesso di mangiare la carne. Potremmo spegnere tutto e andare a correre al parco, se solo l’aria non fosse irrespirabile. Sicuramente possiamo evitare di abusare di internet e iniziare a vivere nel mondo. Magari possiamo usare app che ci disiscrivono dalle newsletter inutili—anche quelle inquinano—e motori di ricerca pianta-alberi come Ecosia. Possiamo firmare petizioni dal basso e sostenere agli attivisti per il diritto alla riparazione. Ma la vera spinta universale che potrebbe cambiare davvero le cose è una sola: incazzarsi. Tutti insieme, fortissimo.