In 'Impronte Digitali', Franco Califano faceva la trap prima della trap

C'è un buon motivo se il Califfo è diventato l'idolo di Franco, Ketama e di mezza scena romana: anche la sua musica era fatta di sesso, droga e amore.
26.9.19
franco califano 1981 sigaretta
Franco Califano nel 1981 (Foto di Rino Petrosino\Mondadori via Getty Images)

"Giovani lo si è sempre, se lo si vuole”
- Franco Califano

Ecco, in tempi di grossa critica rispetto ai valori e ai contenuti musicali delle nuove leve che salpano il mare del mercato discografico—e parlano di figa, e parlano di soldi, e parlano di droga, e parlano di apatia, e parlano di disagio… o signur!—una frase come quella del Califfo vale oro. Perché non è affatto vero che i ragazzi si siano scordati cosa significhi seguire l'esempio chi è più anziano di loro: la condizione è però, giustamente, che costui sia giovane dentro. E Franco Califano ci ha dimostrato che la sua connessione con i giovani artisti di oggi continua inossidabile anche dopo la sua morte. Perché in realtà, andando a scavare sotto le sovrastrutture, i giovani di oggi cantano principalmente… l’amore.

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Un esempio è sotto gli occhi di tutti: il nuovo singolo di Don Joe, Ketama e Franco126 si chiama "Cos'è l'amore" e contiene un campionamento di un brano inedito del Califfo, che sarebbe dovuto uscire nel suo ultimo album ufficiale, quel C'è bisogno di amore che in un certo senso è il suo testamento. La strofa recuperata vede la voce di Califano passata attraverso le maglie robotiche dell'autotune, ma la melodia—opera del collaboratore storico Alberto Laurenti—è talmente commovente e sublime nell’ aderire allo struggente e amarissimo testo da riuscire in quello che prima non era possibile: ovvero svelare ai “matusa” che tale espediente effettistico serve ad esprimere un sentimento dirompente il quale, per quanto è grande, fa fatica ad uscire allo scoperto.

"Adesso cantano l’amore, adesso scrivono l’amore. Non c’è argomento oltre l’amore, non c’è nient’altro da cantare. Ma pochi sanno il suo valore! Qualcuno accenna il suo dolore, tanto fa rima con il cuore, ma pochi sanno che cos’è."

Allo stesso tempo il Califfo è riuscito a trainare le rime dei ragazzi qui implicati, che improvvisamente gettano la maschera e si svelano a cuore aperto senza tanti codici di maniera: sono tanto ispirati che, sebbene io non sia praticamente fan di nessuno dei nomi citati, mi hanno convinto. È un passaggio di testimone dall'aldilà, un transfert di sensazioni che tutti in vita proviamo e proveremo dalla culla alla bara. E Califano questo l’aveva sempre detto, fatto, sperimentato: a differenza di altri, non abbandonava mai i suoi figli (per citare una frase che, velenoso, lanciò alla destra italiana).

Sì, perché Califano è stato un personaggio oltraggioso, ma nello stesso tempo visceralmente autentico. Nelle sue canzoni era attento ai problemi sociali reali, quelli legati al sottoproletariato delle borgate. A quelli che non gliela facevano a campare sia materialmente che psicologicamente, a quelli che l’amore non sapevano cos’era e si impelagavano in situazioni borghesi loro malgrado, schiacciati dalla macchina del consumo di massa. A quelli che per vivere conoscevano solo un modo: rubare, spacciare, anche assassinare. A quelli che per smettere di farsi le pere occupavano le palestre a Primavalle, e che lui esortava a ripulirsi senza paternalismi, come uno zio farebbe ai suoi nipoti.

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Lui stesso non si faceva mancare nessuna esperienza: per il suo stile di vita edonista, sregolato e semi-malavitoso si è addirittura attirato la critica di essere un fascista DOC. Ma a parte le frequentazioni da ragazzo negli ambienti dell’MSI giovanile, aveva amici a sinistra (Craxi, Berlinguer, Rutelli) e simpatie radicali. Produceva anche cantautori “rossi” come appunto Stefano Rosso e la Rettore: l'etichetta discografica del Califfo , la Lupus, non faceva certo discriminazioni in questo senso. Addirittura fini nelle liste del PSDI. Si definiva , in sostanza, liberale: ma un po’ come un Clint Eastwood de noantri non era veramente etichettabile, chiunque egli votasse o non votasse.

"Di roba non ne trova, chi la vende non è qua / Qualche cosa mi è rimasto, per rubarti intimità”: la droga per il Califfo è un fatto erotico, non un discorso di sciacallaggio economico

L'unica etichetta che si può affibbiare al Califfo è quella dell’amante: l'amore che cantava era infatti quello per la vita, un amore a 360 gradi. Sappiamo che aveva un grandissima dote: quella di capire i sentimenti femminili, talmente tanto che viene il sospetto che fosse una donna mancata. Tutti sanno ad esempio la genesi di "Minuetto", canzone regalata a Mia Martini, un testo che nessuno riusciva a scrivere. Lui in sole tre ore costruì delle liriche sulla situazione autobiografica di Mia talmente aderenti che la Martini si sciolse in lacrime di commozione.

Era come se il Califfo sapesse che l’amore parte principalmente dalla conoscenza del mondo interiore di chi hai di fronte, e non il contrario. Nel suo mondo non esistono “giganti buoni” e se esistono è solo per mettere in luce che c’è un grosso problema, è reale e va affrontato prima che sia troppo tardi: la mitica “Avventura con un travestito” narra appunto di un macho che viene umiliato nella sua presunzione di capire le donne, e smontato nel suo razzismo dal fatto che il trans in fondo gli piaceva eccome, e non se ne fa una ragione.

Insomma Califano come capiva le donne capiva anche gli uomini, e in generale le creature imperfette che tutti noi siamo. Nei suoi dischi non fa mai sconti a nessuno, ma anche la vita non li fece a lui. Tra le tante peripezie che potete leggere tranquillamente nei vari tomi biografici a lui dedicati c’è quella dell'arresto per possesso di cocaina nel 1984, quando venne prelevato di peso dalla sua villa a Primavalle. A proposito: per uno come me cresciuto in quella zona il Califfo ha rappresentato bene il mood di tutto un quartiere: ma che dico quartiere? Califano era uno dei grandi cantori di Roma. Quella “Roma nuda” che da sempre ci sconvolge i sogni e che ovviamente a modo loro sconvolge anche quelli di Ketama e Franco126.

Gettato in galera, trattato come un criminale, il Califfo se la vede brutta ma viene scarcerato perché "il fatto non sussiste". Una volta uscito, mette nero su bianco la disavventura in alcune canzoni che in un certo senso sono una svolta: le veste di arrangiamenti per la prima volta particolarmente incentrati sui sintetizzatori digitali allora appena usciti sul mercato, con pochissimi interventi di strumenti classici ed elettrci, creando un contrasto tra freddezza dei suoni e calore della voce tanto che potremmo definirlo come una specie di “proto cantautorato trap” in cui convivono amore, sesso, droga, malessere esistenziale e storie di galera.

califano impronte digitali

La copertina di Impronte Digitali di Franco Califano, cliccaci sopra per ascoltarlo su YouTube

È evidente, da queste tematiche, che c’è un'intenzione e una tensione inconscia ben precisa verso il futuro, quasi a tessere un filo rosso verso la musica giovanile di oggi: e ovviamente non poteva che chiamarsi, anche con malcelata autoironia, Impronte digitali. Premettiamo che il team qui implicato non è da sottovalutare: al suono c'è Marcello Todaro, ex Banco del Mutuo Soccorso e ingegnere del Pino Daniele periodo pre- e post-Nero a Metà, cosi come anche del “vapor hero” Gary Low. Abbiamo Adelmo Musso già arrangiatore per Ornella Vanoni e per la Jo Chiarello elettronica e di culto di “Che brutto affare”, prodotta proprio da Califano. Tra gli autori il Giampiero Artegiani, ex prog-rocker nella cult band Semiramis che vedeva un giovane e incazzato Michele Zarrillo alla voce e alla chitarra, che poi scriverà "Perdere l’amore" di Massimo Ranieri.

Parliamo di un disco che inizia subito con un ritmo che sembra quasi samba trap, con bassi slappati e sintetizzatori algidi: "Al mio bazar" è un'introduzione al mondo di Califano, fatta di “vita pazza”, di “pelle d’oca”, di “emozione, sogno, illusione e passione”. Certo, “no, di roba non ne trova, chi la vende non è qua / Qualche cosa mi è rimasto, per rubarti intimità”: la droga per il Califfo è un fatto erotico, non un discorso di sciacallaggio economico, come a mettere i puntini sulle i a proposito del recente fatto giudiziario.

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Ed ancora l’amore, amore e ancora amore: quello che ti stupisce sempre nonostante tutto, come nella ballata al gusto string machine di "Amare è", oppure quello in "Padroni di una notte", profondo controverso e segreto tra un uomo maturo e una ragazza appena maggiorenne: "Sei la pergamena che si offre alla mia penna / Con cui io ricamo poesie sulla tua pelle nuova”. Il tutto vissuto come la cosa più naturale del mondo, sottolineato dallo straniamento di cori e arpeggiatori sintetici e dolcezza epica e impossibile.

Franco ad un tratto esclama "Proviamo a suonare una musica uguale": parole che suonano profetiche nei tempi d’oggi, in cui il loop la fa da padrone.

E ancora, l'amore esistenziale di "Appunti sull'anima", col "cuore che morde come una bestia feroce”, che sembra quasi preso dal repertorio di Ivan Graziani—punto di riferimento che già affiorava nella musica del precedente album Io per amarti, senza dubbio più wave oriented—e ha un testo ficcamente poetico e maledetto. O quello di "Riflessioni", brano pieno di sintetizzatori in risonanza in un'ideale comunione assurdista con il Fred Buongusto più suadente e il più svezzato R&B moderno. L’amato tema della notte, chissà se bagnato di Xanax, ritorna in"Quando è notte", un synth rock che sicuramente piace ad Achille Lauro, vista la sua recente svolta: un inno ad andare al massimo senza limiti, in cui appare una sorta di “autotune prima maniera”, cioè un chorus da automa che raffredda la voce roca del nostro Franco che ad un tratto esclama "Proviamo a suonare una musica uguale". Sono parole che suonano profetiche dei nostri tempi, in cui il loop la fa da padrone.

C'è poi la sintetica e ossessiva "Da solo", manifesto del Califano anno 1984, brano che spiega il motivo vero del suo incarceramento: quello di essere libero e da solo contro il mondo: "Per certi pentiti per falsi poeti sarò solo", canta, "Dall'alto sorvolo con la fantasia / I codici nuovi dell'ipocrisia”, il tutto impreziosito da pad digitali. Le percussioni elettroniche affiorano ne “Il cantante”, in cui entra un altro topos trap: quello di parlare di se stessi, anche e soprattutto in maniera egoista. Califano lo faceva spesso, ma sempre in forma di confessione schietta sul proprio essere e su come il mito disti un bel pò dalla realtà: "Un vero amante io sarò / Anche se non ho amato mai”.

La title track "Impronte digitali" è quella ritmicamente più vicina a un embrione di “sbarattolata trap”: cassa che batte irregolare, nervosa, suddivisa, come nelle parole "Vado sempre dritto ma questo sembra sia un delitto", "Un numero sul petto ed i colori addio, diventa tutto nero". È il dramma dell'arresto: "Anche se alle volte sono andato contromano / Non ho ferito mai nessuno”. Parliamo di un brano deciso ed autobiografico, sigillato da una frase senza appello come "Solo con il mio destino”. Schitarrata finale degna del Franco Ricciardi più rockeggiante, ed ecco che il brano successivo è un funky in cui l’ennesima autoanalisi viene ai nostri occhi: "Ho giocato con il tempo" sembra il finale amaro della storia con la ragazza barely legal di cui sopra.

“Sono stanco di barare” dice in conclusione il Califfo. In effetti molti dovrebbero oggi avere questa umiltà: con i giovani non si scherza. Califano l'aveva capito ed è entrato sempre nelle loro storie in punta di piedi, con rispetto. Addirittura, come dimostra questo disco, anticipandone i pensieri, mettendosi nei loro panni e soprattutto nelle loro scarpe. D’altronde come dice lui stesso, "Difficile scoprirsi dentro, sentirsi veri”: esserne consapevoli è una regola, se non si ha la presunzione di invecchiare. Ed è la regola dell'amore, ovviamente: che di regole non ne ha. Demented è su Instagram e su Twitter. Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.