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politica

Questo è tutto quello che sappiamo finora sul 'reddito di cittadinanza'

Che poi, in realtà, non è un vero reddito di cittadinanza.

di Leonardo Bianchi
01 ottobre 2018, 10:42am

Il Movimento Cinque Stelle, si sa, sta puntando gran parte del suo capitale politico sul cosiddetto “reddito di cittadinanza.” Solo qualche giorno fa, a Porta a Porta, il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha annunciato che “da metà marzo 2019 saranno avviati i centri per l’impiego con il reddito di cittadinanza erogato.”

Lo stesso ha poi aggiunto che “quello che stiamo facendo nella legge di bilancio”—ribattezzata la “manovra del popolo”—è “fare scelte coraggiose.” L’approvazione della nota di aggiornamento al Def è poi equivalsa per il M5S all’“abolizione della povertà”; e questo nonostante la strada per arrivare alla legge vera e propria sia ancora molto lunga e tortuosa.

Al netto della lievissima enfasi retorica, tuttavia, non è facile capire cosa effettivamente prevede la misura—anche perché siamo ancora nell’iperuranio delle ipotesi. Questi sono gli aspetti finora emersi dal dibattito e dalle dichiarazioni dei vari esponenti del M5S.

COSA C’È, A GRANDI LINEE, NELLA PROPOSTA SUL REDDITO DI CITTADINANZA

Stando alle indiscrezioni trapelate in queste settimane, si dovrebbe trattare di 780 euro mensili per tre anni, comunque prorogabili, I requisiti per beneficiare del “reddito di cittadinanza” sarebbero quattro: la ricerca attiva del lavoro; il completamento dei percorsi di formazione; l’involontarietà della disoccupazione; e il reddito familiare.

La misura decade se si rifiutano tre proposte di impiego ritenute “congrue.” A rapportarsi con i percettori dovrebbero essere i “nuovi” centri per l’impiego. Insieme al “reddito di cittadinanza,” infatti, la proposta del M5S è quella di intervenire contestualmente sui Cpi (mettendo sul tavolo 1,5 miliardi di euro, almeno all’inizio) considerati—non a torto—del tutto inefficienti, specialmente nel Sud Italia.

MA NEL CONCRETO, A CHI SPETTA?

Questo è uno dei punti più fumosi e controversi. Per il sottosegretario leghista alle infrastrutture Armando Siri—considerato “l’ideologo della flat tax”—nessun soldo andrà a chi “sta sul divano”; al contrario, “deve essere una misura indirizzata esclusivamente a coloro che si danno da fare per riuscire a ottenere un lavoro.”

Di Maio, dal canto suo, ha promesso di “restituire un futuro a 6,5 milioni di persone che fino ad oggi hanno vissuto in condizione di povertà e che fino ad oggi sono stati sempre completamente ignorati.” A godere del “reddito di cittadinanza,” pertanto, dovrebbe essere tutte le famiglie con Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente) compreso tra i zero e i 7.500 euro. Per fare un paragone, il Rei (Reddito di inclusione) varato da governi Renzi-Gentiloni contempla due soglie: un Isee non superiore ai 6mila euro, e 20mila euro di patrimonio esclusa la prima casa.

La platea indicata dal vicepremier, però, potrebbe essere decisamente meno vasta. Tenendo fissi i 780 euro al mese, i beneficiari senza alcun tipo di reddito sarebbero molti di meno—circa un milione. Come scrive Il Sole 24 Ore, con ogni probabilità ai famigerati 780 euro “si arriverà attraverso un meccanismo di integrazione” per chi ha qualche forma di reddito.

Per fare due esempi: per i pensionati “si è calcolato che sarebbero da aggiungere in media circa 300 euro alla pensione minima o a quella sociale”; per un “disoccupato o un lavoratore ‘povero’ si stima che serviranno altri 480 euro medi mensili per raggiungere la cifra di 780 euro.”

DI QUANTI SOLDI PARLIAMO?

Nella nota di aggiornamento al Def si parla un finanziamento di 10 miliardi di euro. E qui, se diamo per buona la cifra di 6,5 milioni di beneficiari, si capisce subito che quella soglia di 780 euro mensili non la vedrebbe nessuno.

Dividendo 10 miliardi per 6,5 milioni risultano infatti 1.538 euro all’anno, cioè 128 euro al mese. Togliendo ulteriormente i soldi destinati alla riforma dei centri per l’impiego, si arriverebbe ad appena 103 euro al mese. Se fosse così, l’importo medio del “reddito di cittadinanza” sarebbe meno della metà del Rei finora erogato—e cioè 307 euro al mese a 841mila persone coinvolte da gennaio a giugno 2018.

La strade sono quindi due: o si mettono molto (ma molto) più di 10 miliardi di euro; oppure a beneficiare del “reddito di cittadinanza” saranno molte meno persone di quanto annunciato.

E GLI STRANIERI?

Altra questione estremamente spinosa: il “reddito di cittadinanza” è solo per “italiani,” oppure dev’essere riservato anche agli “immigrati”?

Nel question time al Senato dello scorso 20 settembre, il ministro dell’economia Giovanni Tria ha spiegato che “oltre agli italiani che versano in condizioni di bisogno” la misura sarebbe rivolta anche a “residenti di paesi dell’Unione Europea sul territorio nazionale e di paesi terzi, purché i rispettivi paesi di origine avessero sottoscritto intese bilaterali di sicurezza sociale con l’Italia.”

Matteo Salvini aveva chiuso subito a quell’ipotesi, dicendo di essere “sicuro che gli amici Cinque Stelle stanno studiando una formula del reddito di cittadinanza intelligente che lo limiti ai cittadini italiani.” Di Maio, in un’intervista a Radio Anch’io, aveva infine confermato che “è logico restringere la platea” ai soli cittadini italiani.

Secondo Alberto Guariso, avvocato di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), sarebbe però impossibile escludere gli stranieri “lungo-soggiornanti e rifugiati.” Il legale ha spiegato a Repubblica che le direttive europee “prevedono parità di trattamento in tutte le prestazioni, anche ulteriori rispetto a quelle minime essenziali.”

Le categorie appena citate—cittadini dell’Ue, titolari di permesso di lungo soggiorno e di protezione umanitaria—costituiscono il 65 percento degli stranieri soggiornanti, e per questi “non c’è spazio per alcun deroga.” In caso contrario, chiosa Guariso, “si finirebbe con una procedura di infrazione della Commissione oppure con una pronuncia della Corte Ue.”

COME SARÀ EROGATO IL REDDITO?

Parlando con Il Fatto Quotidiano, la viceministra dell’economia Laura Castelli (M5S) ha fatto sapere che il perno su cui ruoterà il funzionamento del “reddito di cittadinanza” sarà il bancomat.

Castelli ha poi provato a spiegare le modalità del progetto, in via di definizione—a suo dire—con il team per la trasformazione digitale di Diego Piacentini e la Banca Mondiale. In soldoni, a un cittadino che deve comprare del pane “basterà dare il bancomat al fornaio, che riconoscerà il codice della tesserina tramite un apposito software, e scalerà la cifra dell’acquisto.” In questo modo, “nessuno avrà paura di sentirsi ghettizzato usando una carta riconoscibile, perché potrà adoperare il suo consueto tesserino bancomat.”

Per i bonifici, invece, si potranno utilizzare sistemi di pagamento tramite app. Così facendo, sottolinea la viceministra, “potremo far sì che il reddito venga tutto destinato al consumo, e controllare il modo in cui viene speso.” Ci sarebbero comunque delle limitazioni: “Per capirci, nessuno potrà usare il bancomat per scommettere.”

MA ALLA FINE, IL “REDDITO DI CITTADINANZA” È DAVVERO UN REDDITO DI CITTADINANZA?

Sebbene possa sembrare intuitiva, la risposta è: no, non lo è.

Il vero reddito di cittadinanza (o “reddito di base”) è una misura erogata dallo Stato e che viene ricevuto da tutti i cittadini indistintamente. Come ha spiegato Il Post, la sua caratteristica è l’assenza di condizioni: “ricchi e poveri, occupati e disoccupati, tutti i cittadini di uno stato che prevede il reddito di cittadinanza ricevono questo sussidio.”

La proposta dei Cinque Stelle assomiglia di più a un sussidio di disoccupazione e inoccupazione, o a un reddito minimo garantito. E qui torniamo alla questione della propaganda: il “reddito di cittadinanza” è solo un nome accattivante, che indica una cosa ben diversa da quella che si vorrebbe realizzare.

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