Attualità

Cosa succede a Codogno dopo una settimana di quarantena

È come se la quarantena fosse diventata una vacanza imposta. La gente si è adattata, ma è anche abbastanza stufa.
03 marzo 2020, 11:55am
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Roberto Cighetti. Foto per sua gentile concessione.

Eccomi di nuovo, Roberto Cighetti, professore di scuola superiore, divulgatore scientifico online, nonché testimone ufficiale di VICE presso uno dei luoghi attualmente più famosi d'Italia: Codogno. Lunedì scorso, infatti, avevo raccontato la vita nella cittadina allo scattare dell'emergenza coronavirus, e adesso sono tornato per spiegare la quarantena dopo più di una settimana di isolamento.

La situazione generale è piuttosto stazionaria: attualmente il sito del comune di Codogno informa che l'isolamento avrà ufficialmente fine domenica 8 marzo, e anche se c'è chi parla di una possibile proroga, credo che dipenderà molto da come andrà questa settimana. Comunque sia, abbiamo ancora qualche giorno davanti. E ormai la maggior parte dei codognesi si è acclimatata.

Le regole ministeriali non sono cambiate. Non possiamo uscire dai confini della zona rossa, ma all'interno di essa ci muoviamo liberamente. I supermercati di Codogno hanno riaperto, e devo dire che a differenza di altre città non sono stati assaltati in preda al panico, lasciando solo penne lisce sugli scaffali. Anche i negozi di alimentari—panetterie, fruttivendoli, gastronomie—hanno ripreso l'attività, e dallo scorso venerdì sono aperte le edicole. L'ufficio postale è operativo, ma solo per chi deve ritirare la pensione. Ad alcune aziende del territorio è stato concesso di lavorare per evitare di bloccare interi settori industriali, ma solo con un numero selezionato di dipendenti, e con strette regole di comportamento: tutti con la mascherina, distanza di sicurezza da un dipendente all'altro, e ogni forma di circolazione artificiale dell'aria disattivata.

Nei primi giorni erano state registrate delle piccole "fughe" dalla quarantena—persone impaurite che erano passate da stradine secondarie per raggiungere altre città o fare la spesa. Ma attualmente i carabinieri controllano ogni via di accesso e tutte le persone che, grazie a permessi rilasciati dal comune, possono muoversi attraverso i confini.

Per il resto dei cittadini, è come se la quarantena fosse diventata una vacanza imposta. La paura generale è notevolmente calata—anche se ci sono degli abitanti che hanno preso in modo ortodosso l'isolamento, ed escono di casa solamente per urgenze inderogabili—e i codognesi occupano le giornate con tutte quelle cose per cui non avevano tempo prima della quarantena. Stare con la famiglia, fare passeggiate e uscite in bicicletta, leggere, cucinare (tantissima gente, anche i non appassionati di cucina, si mettono a postare sui social i loro piatti). Negli ultimi giorni è piovuto molto, ma durante i momenti soleggiati della scorsa settimana nelle aree verdi di Codogno c'era molta più gente di quella che si vede normalmente. Si socializza poco, si sta a distanza di sicurezza, ma si esce.

Alcuni esorcizzano la paura del virus e la noia cercando di tornare, a modo loro, alla quotidianità. Mi è capitato di vedere persone sedute ai tavolini esterni di un bar chiuso, con i thermos del caffè, delle bottiglie di vino e panini con salumi. Stavano facendo una specie di "aperitivo in quarantena". Un atteggiamento che comprendo nei propositi, ma per cui nutro della diffidenza: le autorità sconsigliano riunioni sociali troppo strette, e nonostante io in questi giorni mi sia prodigato per alleviare il panico su una malattia che rimane a basso rischio, mi sento di dire che anche sottostimare il problema potrebbe essere un atteggiamento sbagliato. Dobbiamo ricordarci di mantenere tutti un certo grado di responsabilità.

Non rispettare le linee guida delle istituzioni può avere effetti deleteri. Stiamo cercando di limitare ed eradicare il virus, e se non stiamo giustamente attenti rischiamo che la quarantena non abbia effetto, sovraccaricando un sistema sanitario che in questo momento è fortemente sotto pressione.

Ma devo dire che sono casi isolati. La maggior parte dei cittadini sta tenendo un comportamento molto accorto, tanto che il comune ha deciso di redigere un diario della quarantena, per raccontare come i codognesi hanno saputo reagire dignitosamente e responsabilmente. Anche sulle pagine e gruppi social, dove nei primi giorni si era scatenata un'ondata di morbosità, le cose sono migliorate: circolano sempre meno post allarmistici e fake news, e sempre più messaggi di vicinanza e sostegno provenienti da tutta Italia.

Non ho molti contatti diretti con persone toccate da vicino dal virus. Conosco soltanto una persona il cui coniuge è risultato positivo al COVID-19. Il suo tampone ha avuto esito negativo, e le condizioni del marito migliorano.

Io, come dicevo, ho preso la questione quarantena come una vera e propria missione: in questi giorni ho tentato di informare il più possibile i miei concittadini, e gli utenti che mi seguono sui social, sul coronavirus e sul nostro isolamento. Ho fatto un'infinità di interviste per emittenti televisive e giornali, sia italiani che stranieri, e sto ricevono un sacco di affetto e ringraziamenti.

Mi ha colpito in particolare la storia di un'insegnante venezuelana, i cui studenti erano molto spaventati per la situazione che si sta creando in Europa e nel mondo: si è messa in contatto con me, e tramite un messaggio vocale ho invitato i suoi alunni a non avere paura, spiegando la reale situazione. Sapere di aver avuto un effetto, anche piccolo, sulle persone è bellissimo. Ne vale la pena, anche rispetto alla fatica che mi sta costando.

Purtroppo a livello mediatico il clima di allarmismo sul coronavirus mi sembra sempre piuttosto alto. Si è molto parlato i questi giorni dell'abbandono della retorica apocalittica dei primi tempi da parte di giornali e TV, ma in realtà più che un cambio di toni, c'è stato un cambio di topic. Adesso il panico è tutto puntato sull'impatto economico che avrà il COVID-19—invece delle stime sui contagiati o i morti, si forniscono dati debilitanti sulle proiezioni in perdita dei vari settori.

Le continue polemiche per rintracciare colpe e responsabili mi sembrano invece totalmente inutili. Il coronavirus era un'emergenza nuova, che ha colto tutti impreparati, e la tendenza italiana a voler individuare sempre i colpevoli e non le soluzioni non porta alcun beneficio.

Comunque fra qualche giorno la quarantena, se va tutto bene, finirà. E solo allora potremmo cominciare a valutare con più freddezza la situazione. Nel frattempo vorrei mandare un messaggio alle autorità: fate riaprire le pizzerie da asporto. Per favore.