C2C x Stone Island London – foto Marco Torri
Stone Island presents London, foto di Marco Torri

Foto dal festival di C2C e Stone Island a Londra

C2C ha organizzato un festival a Londra con Pa Salieu, Kode9, Silvia Kastel e altri—siamo andati a vedere se ci ricordiamo come si fa.
Carlotta Sisti
Milan, IT

Questo contenuto è stato realizzato in collaborazione con C2C.

Partire per la Londra post-Brexit è un po’ surreale e un po’ difficoltoso. Passaporto, moduli da compilare, tamponi, check-in, green pass. La mia missione, che era quella di andare a vedere l’effetto che fa partecipare ad un vero festival di musica elettronica in una Londra dove non esistono più mascherine e distanziamento sociale, è iniziata con una vera prova di nervi. Nonostante tutto, il fatto abbastanza magico che accade, non appena si scende a Paddington Station, è che a Londra si perdona tutto, ancora di più quando ci si siede per la pinta delle cinque. 

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Ed è stato così, con lo spirito di nuovo lieve dopo un 2020 di stop forzato, che sono tornata al mio evento preferito dal 2002, e cioè C2C. Nel 2018 lo avevamo raccontato attraverso gli occhi di MYSS KETA, nell’edizione devastante di Aphex Twin e Yves Tumor. Stavolta il mood era completamente diverso, in linea con lo spirito di un festival mutaforma. A partire dalla location, il Roundhouse di Camden Town, una sorta di battistero iper moderno, gotico e industriale, che con quell’imponenza un po’ mistica, si sposava perfettamente all’idea della rinascita di quel rito collettivo che è sempre stato C2C.

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Obongjayar, foto di Marco Torri

Curatore della tappa londinese di un viaggio cominciato nel 2015 e che ha già toccato Glasgow, Manchester e Tokyo, è stato il brand italiano Stone Island, che è ripartito da qui con il suo Stone Island Presents London, un evento di musica live itinerante, che ad ogni suo appuntamento mette insieme una line up fatta dei progetti più interessanti della scena avant pop indipendente. Stone Island Presents, racconta il comunicato stampa che mi prepara al ritorno ad un festival senza la tristezza delle sedie e con la libertà di ballare male come solo io so fare, “è un progetto che mette sul palco artisti che in comune hanno una naturale vocazione sperimentazione e all'innovazione, e che con la loro musica mettono in luce le diverse sfaccettature del panorama pop d'avanguardia internazionale.”

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E che cosa si intenda, oggi, per sperimentazione, è chiarito fin da subito, con la cerimoniera d’apertura Silvia Kastel, italiana di stanza a Berlino e fondatrice dell’etichetta Ultramarine, ed il suo set corporeo, viscerale, che a synth più esili ed acuti, mischia pattern di batteria nervosi, e, ancora, bassi pienissimi. Kastel è decadente, emotiva, sognante, ha un amore non esclusivo per tanti generi, dall’ industrial alla new wave passando per il pop giapponese, e apre i battenti di questa versione capsule di C2C in modo piacevolmente stordente.

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Silvia Kastel, foto di Marco Torri

Punto e a capo, si va altrove, con l’abbraccio gentile di Nala Sinephro, che suona l’arpa a pedali, e riesce a non rendere questa scelta stucchevole. A questo punto, con la sala del live che s’è andata riempiendo, ho messo a fuoco il fatto che, inconsciamente, tutte quelle belle facce smascherate m’avevano spinta a lato del palco, nella zona più deserta di tutte, “ma è solo perché da qui si coglie meglio la tecnica dei musicisti.” Balle, ovviamente, ma quel sottile disagio nel tornare a vivere la vecchia normalità ha trovato in parte conforto nella visione di due tizi con le FFP2, impegnati in una deliziosa coreografia di metti-togli-abbassa-sposta-mi-sa-che-vado-un-attimo-fuori. Erano italiani, come ho scoperto nella terrazza fumatori dov’era in corso un party selvaggio, e insieme abbiamo constatato che se prima il detto era “un italiano all’estero lo riconosci se qualcuno rovescia il sale,” ora lo riconosci se è il più veloce a estrarre il green pass e sceglie i tavoli all’esterno anche con -3°C.

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Il live di Sinephro lascia spazi ampissimi alle improvvisazioni, sorretto com’è da jazzisti mostruosi presi da una scena molto dinamica com’è quella londinese; è un live che tesse una fusione tra ballate jazz, musica beat e quel tipo di spirali matte, incentrate sui sintetizzatori, per le quali non c'è parola migliore di “ambient”. L’effetto, su una platea che alle sette e mezza era numerosa come da noi all’una di notte, è stato benefico come il sole sulla faccia.

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Nala Sinephro, foto di Axel Swan

Ancora un’inversione a U—ed eccoci nella follia lucida dei Jockstrap, duo formato dalla cantante e violinista Georgia Ellery e dal produttore Taylor Skye, che di primo impatto potrebbe sembrare uno di quei progetti fatti per dirci quanto sono intelligenti—invece no. Perché sono giovanissimi e alla sincerità dei Gen Z è d’obbligo credere, perché hanno pubblicato il loro primo EP, ‘Wicked City’, per la Warp Records, perché non sanno frenare i loro momenti sonoramente più estremi, dimostrandosi zero smaliziati, perché se ascolti i testi precipiti in una voragine di disturbo, inquietudine e oscurità (una su tutte: “Acid”, dedicata al fratello di Ellery). Il loro live mi trascina in un su e giù di divertimento, esaltazione e vago sconcerto, e quando finiscono il pubblico è diviso tra risatine e palese bisogno di un cocktail bello forte.

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Pa Salieu e Obongjayar, foto di Edward Allen

Alle 22, in una Roundhouse bella affollata e con quell’energia pulsante da grande attesa, arriva Obongjayar, e si anima il dancefloor. Steven Umoh, 26enne nigeriano trasferitosi a Londra a 17 anni, ha una voce roca, muscolare, sexy, il tappeto sonoro è jazz, il suo approccio è punk, anarchico, frenetico. “Se dovessi coniare un nome,” ha detto a Crack magazine, “direi che quello che faccio è post-afro. È un mix di tutti questi generi diversi, nu-soul, rock ’n’ roll, poetry slam e idee diverse, intrise delle mie origini.” Dal vivo, la sua voce e il suo corpo danzano fluidi, tra momenti aggressivi ed altri più docili, ma il suo è sostanzialmente un live senza pace, senza tregua, è infuocato e ti viene a riacchiappare, tutte le volte che stai cedendo alla tentazione di prenderti una pausa. Nel pubblico, una Little Simz in estasi non gli toglie mai gli occhi di dosso.

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Obongjayar, foto di Marco Torri

Cambio palco velocissimo, e prima delle undici Pa Salieu fa esplodere la pista. Strambamente introdotto da un bizzarro DJ set, storto come pochi,  sale sul palco quasi in sordina, come se fosse l’artista che alle cinque apre una line up di quindici nomi, invece che l’headliner. Con genitori del Gambia, Pa Salieu è uno di Coventry, ovvero quella città delle Midlands a cui è dedicato il motto “Send them to Coventry,” che è anche il titolo del primo album del 24enne che secondo la BBC è l’artista su cui puntare nel 2021. “Mandare qualcuno a Coventry” significa ostracizzarlo, emarginarlo, tagliarlo fuori, relegarlo in una città dura e inospitale. Non la vede esattamente così, Pa Salieu, che ne dà un’immagine più sfumata, come luogo di violenza, ma anche di luce e di speranza. Così è anche lui, che sul palco di Stone Island Presents London ripete come un mantra, tra un pezzo e l’altro, “energy energy,” e dopo mitragliate di grime bello duro ringrazia con profusioni di “God bless you.” Dopo un inizio quasi freddo, tanto era concentrato, Salieu ha via via mollato il freno a mano, fino al delirio di “Style and Fashion” insieme a Obongjayar, saltato sul palco a torso nudo per addentare la traccia alla giugulare, e quell’energia è rimasta anche per “My Family” insieme a MC Backroad Gee.

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Pa Salieu, foto di Marco Torri

Il finale è stato tutto elettronico, prima con la dubstep dei Two Shell, e poi con la sorpresa dell’ultimo secondo, il boss di Hyperdub Kode9. Che ha fatto quello che gli riesce meglio, ovvero nulla di quello che ti saresti aspettato. Con, ad accompagnarmi, gli ultimi momenti di un set irrequieto, fatto di pause fragorose, rimbalzi tra hip hop, jungle, techno scintillante, ritmi storpiati e fratturati, ho lasciato la Roundhouse con un paio di certezze consolidate: una è che hanno ragione gli inglesi e i festival dovrebbero iniziare ovunque nel mondo alle sette di sera, l’altra è che probabilmente noi italiani ce la possiamo menare per poche cose, ma una di queste è di certo C2C.

Carlotta è su Instagram.