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Film bestiali a Berlino - Prima parte

Report dal festival del cinema che premia in orsi d'Oro e appoggia il motto "meno film cinesi più film russi."

di Clara Miranda Scherffig
11 febbraio 2013, 8:39am

Un anno fa sono andata alla Berlinale. Quest'anno ci sono tornata.

Quando ho preso in mano il programma mi sono messa a piangere. Ma non mi sono persa d'animo. Mi sono presa un giorno libero, ho messo su una gigantesca moka di caffè e ho creato un file excel per metterci i film che volevo vedere. Per il momento sta funzionando, a parte il fatto che non riesco a consultare la mia schedule perché mi vergogno a tirare fuori le stampate davanti ai critici cinematografici. I critici cinematografici sono una tipologia umana molto simile ai frequentatori delle fiere di modellismo, solo che scrivono di cose a cui la gente fa un po' più caso del Boeing 747 a grandezza naturale costruito coi fiammiferi.

E come alcune fiere di modellismo si concentrano sui trattori o sui passeggini per gemelli, anche la Berlinale ha le sue preferenze.

Innanzitutto, a differenza della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, non fa discriminazioni tra i giornalisti: che tu stia scrivendo per un quotidiano ad altissima tiratura o il blog di Mocassini assassini, accedi a tutte le anteprime. Non esiste quell'antipatica pratica tanto diffusa al Lido, per la quale i malefici accreditati industry sorpassano i poveracci della stampa. Berlino mantiene la sua attitudine social-solidarista anche in coda: chi lavora per il mercato, per una volta, non ha la precedenza.

In secondo luogo, la Berlinale appoggia un motto che condivido pienamente: MENO FILM CINESI PIÙ FILM RUSSI. Non solo il festival è storicamente impegnato a promuovere più le produzioni indipendenti che le mega bestie holliwoodiane, ma ha sempre avuto un occhio di riguardo per tutti i lavori che provengono ad est di Potsdamer Platz—ma prima degli Urali! Con le dovute eccezioni, ovviamente: quest'anno il presidente della giuria è Wong Kar Wai, che ha presentato un'epopea sulle arti marziali, The Grandmaster. Affianco a lui, li ho visti l'altra mattina, siedono Susanne Bier, Andreas Dresen, Ellen Kuras, Shirin Neshat, Tim Robbins e Athina Rachel Tsangari. Non importa se a parte Robbins e Neshat non sapete chi sono gli altri, anche noi a Venezia un paio di anni fa avevamo Ligabue.

Comunque, film poveri e film slavi! Che pacchia, eh?

E invece no. Oltre alla competizione ufficiale, ci sono altre 3.098 sezioni tipo Panorama e Forum, Kulinarisches Kino (cioè guarda, magna & bevi) e molte altre ancora, su cui viene spalmato il resto dei film. Quest'anno è andata un po' meglio dell'anno scorso e ci beccheremo, in ordine sparso e di scarsa importanza: Dark Blood—il film dove recita River Phoenix, quello morto!, Before Midnight—L'ultimo pezzo della capitolo Ethan Hawke <3 July Delpy in capitali europee senza goldoni! Promised Land—Gus Van Sant che sorprendentemente si cimenta con problematiche civili!, Maladies, Lovelace, Interior. Leather Bar—tre e dico tre film con quella vecchia soletta di James Franco!, An episode in the life of an iron picker—attesissimo ritorno di Danis Tanovic! Paradies: Hoffnung—Ulrich Siedl, dacci la nostra dose di morbosità quotidiana che Michale Haneke non ci basta mai!, Don Jon's Addiction—dopo James Franco, un altro attore marrone come Jospeph Gordon-Levitt dirige film ispirati al porno!, Side Effects—nuovo Soderbergh che non meriti punti esclamativi.

The Grandmaster, Wong Kar Wai

Come si sarà notato sopra, non sono una grande conoscitrice del cinema asiatico. Ho deciso di non vergognarmene, forse è una di quelle cose che uno impara ad apprezzare col tempo, come il tartufo. Ma Wong Kar Wai mi è stato propinato più volte, soprattutto le colonne sonore dei suoi film che mio padre aveva l'abitudine di mettere a tutto volume quando stavo preparando la terza prova. The Grandmaster è un film in cui a volte mi stavo addormentando, a volte ridevo da sola. La maggior parte del tempo l'ho passata cercando di individuare macchie sulla pelle perfetta della protagonista, Zhang Ziyi, e a inquietarmi per le sopracciglia del protagonista, Tony Leung, che presenta tratti somatici incredibilmente simili a quelli di Massimo Prada, il crudelissimo docente di linguistica che avevo all'università. Detto ciò, The Grandmaster è un film dove anche le donne menano. Cioè, una sola, la figlia del Mastro Ipergalattico, ma devo ammettere che lo fa molto bene. E mi viene il dubbio che il vero Capomastro non sia Ip Man—dalla cui vita è tratta la storia, era il maestro di Bruce Lee—ma la suddetta donnina. Alto cinque per le coreografie e i nomi delle mosse segrete, comunque: "Stai attento che ti faccio la 64 mani" è una minaccia che vorrei avere il coraggio di pronunciare, prima o poi.

In the name of, Malgoska Szumowska

Tra le varie ragioni per cui quest'anno ho deciso di andare di nuovo alla Berlinale c'è, come già detto sopra, la grande scelta di film provenienti dall'Est Europa. Secondo le mie previsioni, paesi come Polonia, Bulgaria, Ucraina, diventeranno presto—se già non lo sono—meta di turismo sessuale. E non sto parlando solo delle Honey Boo Boo in formato gigante che fin dalle quattro del pomeriggio si riversano a Mitte ad attizzare i turisti calvi venuti da Birmingham. Il gene slavo è anche per noi ragazze! C'è poco da fare: i ragazzi polacchi sono tipo fighissimi. Fighissimi come lo era Raul Bova in Piccolo grande amore. Quindi ecco che alle nove di mattina mi vedo di buon grado il film di Malgoska Szumowska, tutto girato in un riformatorio in mezzo alla campagna. Adolescenti che spostano pietre e si tuffano nel lago. Diciottenni che bevono Tyskie e fanno braccio di ferro. Nuovi giovani da riformare coi capelli ossigenati che non parlano ma ti fulminano con gli occhi perché SONO GAY. Preti energici e giovanili che affascinano moglie annoiate e la grande quantità di ragazzi GAY che frequentano la parrocchia. Perché pare che se credi in Dio in Polonia sei GAY (Giovanni Paolo II era gay). In pratica, la teoria del film è la seguente: in seminario ci vanno i GAY.

Escluse alcune belle vedute della pianura circostante, accompagnate da un perenne ronzio di mosche che manco fossimo alla Vucciria e una scena divertente in cui i protagonisti ululano come gorilla in un campo di grano (sottile, davvero sottile suggerimento sulla sessualità dei due, la mascolinità primordiale, animale e spontanea, yaaawn), il film non fa rizzare un bel niente. Infilati uno dietro all'altro sono piccoli episodi di bullismo, patetismi vari e un equivoco che sembra un equivoco e che poi si rivela essere la verità. Odio gli equivoci e i film che sfruttano questo stratagemma narrativo, ma odio ancora di più i falsi equivoci, perché fottono lo spettatore, due volte. E lo fanno male.

Promised Land, Gus Van Sant

Possiamo dirlo che Gus fa dei film brutti?

Per fortuna avevo quel panzone di Tim Robbins seduto di fronte a me. E allora mi sono messa a pensare a Robert Altman.

Poi.

Rosemarie DeWitt mi fa venire voglia di iscrivermi a odontoiatria e installare gratuitamente apparecchi a tutte le persone con le gengive prominenti. Cioè, avete mai notato quant'è bassa la qualità di malizia che ispirano le donne che sorridono con le gengive? Lei ce le mostra tutto il tempo e neanche la presenza di Frances McDormand migliora lo stato della condizione femminile. Ma per lo meno vedendo lei sullo schermo, ho avuto un'altra scusa per pensare ad Altman.

Uno deve escogitare parecchi trucchi per sopportare certe anteprime, soprattutto quando i vostri vicini di posto sono dei giornalisti tedeschi con i capelli a spazzola e un abbigliamento che contempla camicia indiana e gilet tirolese, e che sbottano in risate ad ogni cazzo di battuta. E se vi dico che la sceneggiatura l'ha scritta anche Matt Damon (uomo simpatico, affidabile, ma forse non proprio il Re dello Spasso) capirete che non c'era proprio niente da ridere.

Uff.

Il soggetto è di Dave Eggers e riguarda lo sfruttamento dell'ambiente. Mi dispiace ridurla così, ma ho già detto tutto.

Paradise: Hope, Ulrich Seidl

Eccoci, primo film bombetta della Berlinale! Paradies: Hoffnung è il terzo della trilogia di Ulrich Seidl, che ha già stravinto con i primi due episodi, Liebe e Glaube, a Cannes e a Venezia. Gli austriaci sono creature misteriose e spesso ripugnanti, e così sono anche i film di Seidl. Ma è per questo che ci piacciono! Io non lo so come faccia, ma è davvero uno che ti scava dentro e ci trova i turbamenti veri. Ti fruga nelle tapparelle dell'anima e ti fa vedere cosa ci nascondi. Non a caso Seidl è stato giustamente definito il regista delle cantine. Quei luoghi pieni di ragnatele dove nessuno vuole mai scendere, dove depositiamo le cose che non vogliamo più avere sotto gli occhi ma da cui non riusciamo a separarci.

La prepubertà è un momento aberrante dell'esistenza umana. E Paradise: Hope lo mette in scena al DiätCamp dove 15 ragazzini obesi vengono spediti dai genitori. Ma non è solo la ciccia che balla a farci ricordare tutto quello che avevamo rimosso; sono anche un cast pazzesco che è vero vero come neanche Daniela di Uomini & Donne ha mai visto. Sono i dialoghi che senz'altro sono il frutto di molta e buona improvvisazione. Sono le fotografie impeccabili dell'imbarazzo e dell'errore. E dell'orrore. Più volte non volevo guardare: e non era un film zombie, ma solo una tredicenne che si sbronza di Jägermeister.

E, come l'adolescenza, Paradise: Hope non è un film che t'ammazza del tutto, come succede di solito coi lavori di Seidl. A conferma basti la canzone totale della Berlinale 2013: "If you're happy and you know, clap your fat!"

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