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In the Audi gialla, too fast for polizia

Il 26 gennaio 2016 le forze dell'ordine hanno trovato la carcassa bruciata della famigerata Audi gialla. Questa è la bizzarra storia della macchina rubata che per dieci giorni ha fatto impazzire il Veneto, la polizia e l'Internet.

di Leonardo Bianchi
26 maggio 2016, 4:31am

Il 6 settembre 2016, al confine tra Albania e Grecia, i carabinieri di Venezia hanno arrestato il presunto autista dell'Audi gialla, l'auto rubata che all'inizio di quest'anno ha fatto letteralmente impazzire il Veneto, le autorità e Internet.

Dopo aver studiato il caso, ho deciso di ripercorrere la follia di quei giorni in un articolo, pubblicato a quattro mesi esatti di distanza dal ritrovamento. Una storia del genere—ancora impressa nella memoria collettiva—può in un certo senso spiegare certe dinamiche del Nordest contemporaneo, e offre anche molti spunti di riflessione su temi (come sicurezza e legittima difesa) che da alcuni anni a questa parte dettano l'agenda della politica e della società italiana. Le illustrazioni sono di Alberto Longo.

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In the Audi, too fast for polizia
Show me paletta I disappear, Santamaria
In The Panchine – "Deadly Combination"

Il monitor segna in basso a destra: 22/01/2016, ore 01:03:41. In alto a sinistra il testo recita: "S. SILVESTRO USC. VE." La webcam è puntata su uno dei sottopassi del Passante di Mestre, il tratto autostradale inaugurato trionfalmente nel 2009—dopo anni e anni di ritardo—alla presenza dell'allora premier Silvio Berlusconi.

L'inquadratura per qualche secondo è vuota. Poi, in lontananza, appaiono dei fari. Nell'angolo a sinistra, un'auto con le quattro frecce accese scorre sulla corsia d'emergenza—un lampo improvviso che fende la galleria e sparisce a una velocità impressionante.

Poi l'inquadratura cambia, e la stessa macchina parte dall'angolo destro per scomparire in quattro secondi.

Ora, bisogna fermare quelle riprese per fissare due elementi fondamentali.

Il primo: l'auto sta percorrendo il Passante in contromano.

Il secondo: l'auto è gialla.

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Abano Terme, comune di 19mila abitanti in provincia di Padova. Secondo una brochure è "il più importante e antico centro termale d'Europa"; secondo un video promozionale—ideato, tra gli altri, dal sindaco Luca Claudio—assomiglia a un'improbabile Tijuana del Nordest.

È qui, comunque, che nel tardo pomeriggio di sabato 16 gennaio 2016 degli individui non identificati scavalcano il muretto di recinzione di una villetta in via Ghislandi, nel quartiere Pescarini. Parcheggiata fuori dall'abitazione c'è un'Audi RS4 di colore giallo con targa svizzera—un'automobile che nessuno ha mai visto da quelle parti. E come potrebbero, del resto? Quell'Audi è stata rubata all'aeroporto di Malpensa il 26 dicembre 2015.

Un vicino, insospettito dai movimenti e dalla presenza di quella macchina gialla, si accorge che qualcosa non quadra e chiama il 112. Il comando del Nucleo operativo e radiomobile di Abano dirotta sul posto una pattuglia che si trova in zona. A quel punto, riportano le cronache, "si scatena il putiferio."

I "malviventi," sentendo le sirene, tornano in fretta e furia a bordo della vettura—dove ad attenderli c'è un complice—e si immettono lungo via Previtali. Ad attenderli poco più avanti, messa di traverso sulla rotondina nei pressi del parcheggio di un supermercato, c'è la Punto dei carabinieri. Ma l'Audi gialla—con "una manovra a dir poco azzardata"; anzi, alla "Ronin"—salta la rotatoria, schiva la pattuglia e inizia la fuga. I militari sparano anche qualche colpo in aria dopo aver visto uno dei ladri sporgersi dal finestrino, convinti che potesse essere armato.

"Ero appena uscito dalla sala scommesse Isiplay quando ho visto arrivare a tutta velocità dalla zona dell'Aliper la potente vettura," racconta poi un testimone. "Superato l'incrocio dietro l'hotel Ritz, l'Audi ha svoltato verso Montegrotto [ un comune limitrofo] e nello spazio di 200 metri ha distanziato notevolmente la pattuglia di militari. Ho sentito alcuni colpi d'arma da fuoco. Mi sembra tre. Altri due spari li ho avvertiti alcuni secondi dopo, in lontananza. Ho pensato subito ad una rapina. Sono stati momenti di paura perché a quell'ora, soprattutto davanti alla sala scommesse, c'era diversa gente."

L'inseguimento, tuttavia, non riesce. L'Audi gialla è troppo veloce, e semina per due volte i carabinieri prima di dileguarsi tra le strade provinciali e i campi.

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Due giorni dopo, il Mattino di Padova titola così: Sparatoria ad Abano, banditi in fuga intercettati due volte.

A prima vista, si tratta della classica notizia locale che appare fugacemente sulla timeline di Facebook, una breve che al massimo si traduce in un'imprecazione smozzicata— qui non siamo più al sicuro / non si vive più / non si può andare avanti così.

E i primi commenti alla vicenda, in effetti, vanno in questa direzione.

"Troppa gentaglia in giro," si lamenta un utente nei commenti all'articolo. "Troppi senza permesso di soggiorno. Ytoppa leggerezza legislativa e governativa. L'Austria insegna cosa dovremmo fare anche noi! Basta pietismi stupidi e senza senso. La tentata rapina di Abano ne è la dimostrazione eloquente." Un'altra lettrice scrive: "I signori parlementari della comunità europea ha permesso a questi delinquenti di fare dell'Italia un paese allo sbando..senza giustizia..."

Dopotutto, però, si tratta pur sempre di un fatto di cronaca minore. E nessuno dà veramente peso a quello che è successo ad Abano Terme. Per qualche giorno, infatti, tutti se ne dimenticano—fino a quando quell'Audi gialla non si rimaterializza nel ventre asfaltato del crudo Nordest, quasi come fosse un fantasma o, azzarda qualcuno, "come la Uno Bianca dei fratelli Savi."

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Il 21 gennaio 2016, cinque giorni dopo il tentato furto, il Veneto si convince di essere in un remake di Fast & Furious . L'auto guidata da "banditi con il germe della follia" (come li definisce un quotidiano locale) viene avvistata in almeno 12 punti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, per un totale di "undici ore di inseguimento sul filo dei 200 chilometri orari."

Nel pomeriggio, intorno alle 15.30, l'Audi gialla compare sull'autostrada Bologna-Padova. Ad accorgersene è un commerciante di Abano Terme, che al Gazzettino racconta di essersi addirittura messo a inseguire l'auto:

Ho cercato di avere sempre fra me e loro almeno due macchine o un camion. Non volevo rischiare di farmi individuare, quella è gente pericolosa. Ma non è stato facile, il traffico era intenso e il guidatore un osso duro, si comportava come uno stuntman [ uno stuntman?] professionista, fulmineo a sorpassare sia a destra che a sinistra le altre auto, sempre in accelerazione. È stato un miracolo se non ha provocato degli incidenti. Io dovevo tornare a casa, non potevo fare di più, ma sono riuscito a vedere che imboccavano la direzione di Venezia.

L'uomo termina il racconto con una valutazione personale: "Se dei criminali vogliono fuggire non tengono un comportamento del genere. Questa è una sfida alle forze dell'ordine. Si sentono imprendibili e imbattibili."

Qualche ora dopo, la macchina—pardon, "l'auto missile"—è sulle strade del Carso, vicino a Prosecco. Qui una "pantera" della polizia li intercetta, e ne nasce un nuovo inseguimento con tanto di colpi sparati in aria dagli agenti. Ma i banditi, come registrano le cronache, "forti della potenza del loro bolide e con grande abilità alla guida hanno seminato ancora una volta l'auto della polizia e si sono dileguati tornando sui loro passi, verso il Veneto, evitando ancora una volta la fitta rete di posti di blocco allestita dalle forze dell'ordine."

Verso le 19.30—secondo un resoconto del Gazzettino—la "banda dell'Audi gialla" si sarebbe addirittura "concessa il lusso di mettere a segno due furti a San Donà" (Venezia): uno nell'abitazione di un professionista, e l'altro in quella dell'ex consigliere regionale Diego Cancian. Quest'ultimo, sentito da La Nuova Venezia , rilascia la seguente dichiarazione:

Se li avessi qui davanti gli taglierei le dita. Per quelle medaglie che hanno rubato, ricordo di mio padre, li cercherò finchè li trovo, fosse l'ultima cosa che farò nella vita. Adesso credo proprio che anche io mi farò il porto d'armi. Non abbiamo scelta per difenderci da queste persone spietate, se non armarci.

Un'ora dopo i due furti—su cui non c'è però la certezza che si tratti effettivamente della "primula gialla"—l'Audi è agganciata da una pattuglia nella zona di Noventa di Piave. Dopo le 21 ci sono segnalazioni della "supercar" prima nel vicentino, e successivamente nel trevigiano.

All'una di notte l'auto corre contromano per cinque chilometri sul Passante di Mestre, essendo stata costretta all'inversione di marcia per un incidente causato dal tamponamento tra un'autocisterna e un mezzo spargisale. I banditi, dopo essere stati immortali dalle telecamere nel sottopasso San Silvestro, fanno un'altra inversione a U ed escono al casello di Spinea, abbattendo la sbarra e seminando definitivamente la polizia.

Nella stessa notte, e sullo stesso tratto di strada, un furgone e una Opel Astra si scontrano: la conducente di quest'ultima, una donna russa di 58 anni, ha la peggio e muore. In un primo momento, diverse fonti attribuiscono all'Audi gialla la responsabilità indiretta dell'incidente; ma secondo gli investigatori, tra i due fatti non ci sarebbe alcun collegamento.

Non è finita qui. Il giorno seguente, il 22 gennaio 2016, alle 18 un passante nota l'Audi gialla davanti ad un ipermercato a Romano d'Ezzelino (Vicenza) e allerta le forze dell'ordine. La ricerca riparte freneticamente—anche con l'ausilio di quattro elicotteri—ma è ancora una volta infruttuosa.

Sono bastate poco più di 24 ore, insomma, perché quella macchina diventasse una "biglia gialla impazzita," e che "mezzo Nordest" si trasformasse a sua volta "in un flipper a rischio tilt."

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Nel frattempo, sui media e su Internet la domanda si fa sempre più pressante: chi c'è al volante dell'Audi gialla? È gente davvero così brava? E visto che si parla di motori e inseguimenti, chi meglio di un campione di rally può rispondere a questa domanda?

Il Corriere della Sera decide di strafare e ne interpella direttamente due. Alex Fiorio, vicecampione del mondo nel 1988, dice: "Sinora gli è andata bene, è più veloce, ma questo non vuol dire saper portare una macchina." Per Massimo "Miki" Biasion, due volte campione del mondo di rally negli anni '80, a guidare quella macchina c'è un'autista disperato che

Sta rischiando il tutto per tutto, utilizzando un bolide che sprigiona almeno 450 cavalli. Non c'è bravura, in quella fuga: ha distanziato "gazzelle" e "volanti" sull'autostrada semplicemente pigiando sull'acceleratore: non serve essere piloti per questi azzardi, lo può fare chiunque. [...] Ripeto: il punto non è dire se sia bravo o meno. Forse può aver partecipato a corse clandestine. Ma non vedo altre specificità. Rimane un pericolo pubblico capace di causare morti, stragi.

Sulla nazionalità, invece, non c'è alcuna conferma; ma poco importa, dato che a leggere i quotidiani ci sono solo certezze sul punto: si tratta di albanesi, o serbi, o comunque di foresti dell'Est, dei Balcani.

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Seppur nell'assenza di riscontri—e con tutte le differenze del caso—l'accostamento tra un'auto sportiva in fuga dalla polizia e i Balcani riporta alla mente la storia del "Fantasma di Belgrado," ricostruita qualche anno fa in un documentario del regista serbo Jovan Todorović.

Nel 1979, a bordo di una Porsche bianca rubata, il 29enne Vlada Vasiljević era riuscito a mettere sotto scacco l'intero apparato di sicurezza della capitale in un crescendo inseguimenti e manovre spericolate. La corsa del Fantasma si era interrotta dopo ben dieci giorni, infrangendosi contro un autobus della polizia nella centrale piazza Slavija.

Nessuno ha mai capito quali fossero le reali motivazioni di Vasiljević. Per alcuni voleva solo guidare una Porsche; per altri era mosso dalla vendetta contro la polizia. La lettura più suggestiva è indubbiamente quella della sovversione politica, cioè della sfida aperta al regime del Maresciallo Tito.

Il dissidente Momčilo Selić—condannato a sette anni di carcere nel 1980 per "propaganda ostile"—ha dichiarato in merito alla vicenda: "Vlada guidava una Porsche per gioco, ma allo stesso tempo il suo 'lavoro' aveva un contenuto politico universale molto forte. Le sette pagine per cui sono stato condannato non erano così spontanee, potenti e creative."

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Comunque, mentre la Grande Fuga dell'Audi gialla è in pieno svolgimento, iniziano a girare follemente due foto.

La prima ritrae due persone ad una pompa di benzina che riforniscono l'Audi gialla incriminata.

Analizzando questa immagine, un utente di un gruppo Facebook dedicato al caso avanza una teoria piuttosto bislacca:

L'uomo che sta dietro, sembra che stia parlando con la persona seduta in auto. Se notate bene sembra la testa di una donna o di qualcuno che ha i capelli lunghi. Quello davanti più che nascondersi il volto mi sembra che si tiene la fronte. Forse sarà rimasto ferito.

E naturalmente, questa "teoria" finisce su Libero in un articolo sobriamente intitolato Audi gialla, caccia all'auto fantasma. Morte e mistero: chi è quella donna?

La seconda foto dovrebbe, e sottolineo dovrebbe, ritrarre i tre banditi di fronte a un cartellone con gli orari dei treni. Nonostante le forze dell'ordine non la considerino "ufficiale," i giornali locali—insieme a Libero, Il Giornale e siti bufalari come mafia-capitale.it—non si fanno troppi scrupoli e la piazzano a corredo degli articoli interni; il 24 gennaio il Gazzettino la schiaffa addirittura in prima pagina.

Ma come emerge dagli accertamenti degli investigatori, le tre persone ritratte nella foto—ormai virale—non c'entrano assolutamente nulla. Di più: uno di loro, un ventenne di origini albanesi, sabato 23 gennaio si sveglia scoprendo di essere "al centro di una mastodontica caccia all'uomo."

"Stavo ancora dormendo quando mi hanno telefonato alcuni amici dall'Albania chiedendomi cosa avessi combinato, visto che la mia faccia era su tutte le televisioni," racconta al Corriere del Veneto . La madre del ragazzo, riferisce l'articolo, scoppia a piangere e finisce in ospedale per un malore.

Altin—questo il nome del ragazzo—raggiunge un cugino a Torino e, accompagnato da un avvocato, si reca in questura per spiegare di non aver mai visto l'Audi gialla. Nemmeno i suoi due amici, precisa ulteriormente il ragazzo, hanno a che fare con quella macchina: "In quei giorni mi trovavo a Forlì, mentre i miei amici sono in Albania; uno di loro è perfino rinchiuso in carcere."

Dopo aver verificato la sua versione dei fatti, i poliziotti accompagnano il ventenne nel CIE di Torino: su di lui, infatti, pende un ordine di espulsione per essere stato trovato con il visto scaduto. Presentandosi in questura, dunque, Altin sapeva che avrebbe rischiato di essere rimpatriato. Ma, come ha detto al suo avvocato, tornando in Albania "almeno non mi ammazzano."

"La sua vita è stata stravolta per un clamoroso errore di persona," conclude pertanto l'avvocato. E in un certo senso, il ragazzo è l'unica vittima di questa faccenda. Reale, si intende; perché tutto il Veneto ormai straborda di vittime immaginarie dell'Audi gialla.

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A sette giorni di distanza dalla prima apparizione, la macchina è già entrata a far parte delle leggende urbane di Abano Terme.

Il 23 e il 24 gennaio il Corriere del Veneto torna nella cittadina dove "tutto è iniziato." Un articolo inizia in questo modo: "Altro che 'babau', le mamme di Abano hanno già in mente il ritornello per minacciare i loro bimbi in vena di capricci: 'Fai il bravo, altrimenti vengono quelli dell'Audi gialla'."

Poi vengono raccolte le voci dei residenti:

"Era un'auto blindata, a prova di proiettili," commenta Abdul. Mi hanno detto che rimbalzavano sulla carrozzeria." "So per certo che uno dei banditi era armato" fa eco un giovane. L'hai visto? "No, me l'hanno detto." Proprio come il "babau": nessuno l'ha visto, ma fa tremare di paura.

Un altro articolo si concentra sul luogo in cui l'Audi gialla è apparsa per la prima volta, e dove "l'incubo giallo non lascia dormire sonni tranquilli." In via Ghislandi, si legge, "il buio dura solo pochi minuti, giusto il tempo che intercorre tra il tramonto e l'accensione dei piccoli lampioni sistemati nei giardini curati delle villette a schiera. [...] 'Accendiamo sempre le luci esterne per scoraggiare i malviventi – spiega un'anziana residente – Per quel che serve...'."

Un altro residente, invece, appare più sconsolato: "Ormai possono anche entrarmi in casa, tanto non trovano più niente di buono da portare via." La gente chiusa in casa, continua il pezzo,

non apre agli sconosciuti che suonano al citofono. Si notano le tende che si scostano un po', occhi furtivi che scrutano la strada e poi le tende che tornano al loro posto. Poca confidenza agli estranei, perché qui ci si conosce praticamente tutti e i volti sconosciuti adesso destano più di qualche sospetto.

Nei giardini, si evince dalla foto che correda l'articolo, sono i cartelli a parlare al posto dei residenti: "I ladri sono già passati."

La situazione descritta da questi due articoli, insomma, sembra presa di peso da un home invasion movie—un genere di film che, come ha scritto la critica cinematografica Paula Marantz Cohen, "riflette la crescente paura dell'erosione tra lo spazio privato e quello pubblico, [...] nonché la sensazione che il mondo là fuori sia un posto pericoloso e imprevedibile come non mai."

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A proposito di cartelli: in Veneto, quest'ultimi hanno inaugurato una specie di dialogo malato tra residenti, amministrazioni comunali e ladri. Ad Arcade (Treviso) il sindaco leghista Domenico Presti ha fatto affiggere all'ingresso del comune un cartello di avvertimento ("comune videosorvegliato") scritto in sei lingue, perché—dice il sindaco—"lo devono comprendere tutti, anche i ladri che vogliono assaltare il nostro comune."

Tre di queste lingue sono il romeno, l'albanese l'arabo, e il motivo lo spiega ancora una volta Presti: "Così da avvisare le etnie che più colpiscono oggi: romeni e albanesi che sono pendolari dei furti, e poi una parte degli arabi."

Altri cartelli sparsi per la regione sono decisamente più violenti. Alle cancellate di una villa nei pressi del lago di Fimon, sulla riviera Berica, è stato appeso questo doppio monito.

Chi entra nel paese vicentino di Albettone, regno del sindaco-con-il-fucile Joe Formaggio, è invece accolto da queste parole: "Si comunica a tutti Ladri, Bastardi, Delinquenti, Cercaguai e Persone Indesiderate che in questo comune non esiteremo a spararvi se violate le nostre case e minacciate le nostre famiglie. Quindi, per la pace di tutti, non entrate nel nostro territorio oppure tirate dritto senza fermarvi."

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Per quanto dall'esterno possano sembrare delle semplici provocazioni, questi cartelli in realtà testimoniano un' intenzione che—negli ultimi tempi—si è concretizzata più di una volta. Nel Veneto profondo, infatti, la legittima difesa sta assumendo le sembianze di un vero e proprio culto con i suoi rituali, i suoi martiri e le sue insegne sacre.

La


"Legittima difesa collection" del gioielliere vicentino Roberto Zancan.

Tra i tanti, il martire più visibile è sicuramente Graziano Stacchio. Nel febbraio del 2015, il benzinaio di Ponte di Nanto (Vicenza) ha sparato e ucciso un rapinatore; la vicenda—che sembra avviata verso l'archiviazione—ha fatto sorgere un vero e proprio movimento d'opinione (slogan: Je Suis Stacchio) ed è stata pesantemente strumentalizzata dalla politica nazionale.

Un altro martire è Ermes Mattielli, il rigattiere vicentino che nel 2006 aveva scaricato 14 colpi di pistola contro due ladri sorpresi a rubare nel suo deposito. Condannato in appello a cinque anni di carcere e ad un risarcimento di 135mila euro, Mattielli è scomparso il 2 novembre del 2015. Alla sua morte—anch'essa ampiamente strumentalizzata dai partiti di destra—il rigattiere si è trasformato in una "vittima dello Stato amico dei delinquenti," e il suo funerale in un rabbioso Muro del Pianto.

L'ultimo martire, in ordine cronologico, è il padovano Franco Birolo. Nel gennaio del 2016 il tabaccaio—che tre anni fa aveva sparato e ucciso un ladro moldavo di 23 anni—è stato condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi di carcere per eccesso colposo in legittima difesa. La sentenza ha scatenato ogni tipo di reazione, e la giudice che l'ha emessa è stata addirittura messa sotto scorta dopo la slavina di insulti e minacce piovutele addosso sui social network.

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In tutte queste storie, insomma, il contesto territoriale è fondamentale.

Anni e anni di cementificazione violenta hanno sfigurato oltre ogni misura il Veneto, ormai ridotto ad una landa di capannoni, prefabbricati, ville e villette, posti auto, ipermercati, centri commerciali e zone residenziali tirate su in rigoroso ossequio alla speculazione immobiliare.

Dietro a questa accumulazione sfrenata e questa opulenza grezza, però, non c'è alcuna serenità. Anzi: c'è una fittissima rete di paranoia e nevrosi, che ribolle sottotraccia e periodicamente esplode di fronte alla minaccia—vera o presunta tale—di turno.

Questo stato d'animo coinvolge chiunque, nel mitico Nordest, e nessuno può (o vuole) farne a meno. Francesco Maino l'ha descritto così nel romanzo Cartongesso:

I fioi non sopportano l'idea che qualcuno, in tempo di crisi economica, negri e teroni, cinesi e komunisti, marochini, clandestini e xingani, rom e rumeni, possano spogliarli violentemente dei loro beni, della loro occludente proprietà privata, per altro faticosamente e gloriosamente meritata a suon di sfacchinamento duro, blasfemia infernale, sveglia alle xinque, calli sui dei, schiena incurvada, nero sulle onge, sparagnar sui materiali, tirate su tutto, sotterrare i schei in giardino, [...] paroni a casa nostra, niente politica, niente stato, niente burocrasia, niente scuola, niente cultura, niente di niente, prima il veneto, lavorar, far su.

I furti in casa e le rapine, per l'appunto, sono gli eventi in assoluto più devastanti per l'identità veneta contemporanea. Scrive Gianfranco Bettin in Gorgo:

Il senso di insicurezza che diffondono e, dopo gli episodi peggiori, il senso di paura che radicano sono [...] fortissimi e per tanti aspetti senza precedenti – o con precedenti che risalgono lontano nel tempo, smuovendo memorie antiche, di quando queste terre erano esposte a minacce e scorrerie, in quanto terre di confine, sospese tra diverse dimensioni della civiltà, nell'incerto farsi dei rapporti tra popoli, regni, imperi. Tra memoria ancestrale e percezione diretta, ustionante, il cortocircuito emotivo, privato e pubblico, è sconvolgente.

Figurarsi cosa può succedere quando questo cortocircuito è causato da una banda a bordo di un'auto sportiva—rubata e per giunta gialla—che scorazza imprendibile e strafottente per tutto il Veneto.

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Ecco: succede che i fioi iniziano a vedere l'Audi gialla dappertutto—anche se l'ultimo avvistamento riscontrabile risale al 22 gennaio. E come titolano i giornali, alimentandola a loro volta, è inevitabilmente "psicosi."

"I centralini di comandi e questure," informa il Corriere del Veneto del 24 gennaio, "sono presi d'assalto" da persone che credono di essersi imbattute nel "bolide giallo." Dopo diverse segnalazioni, verso le 16.30 del 23 gennaio gli elicotteri e quattro pattuglie della stradale si muovono verso Signoressa e Treviso Nord. Ma dell'Audi gialla, "scomparsa come uno spettro," non c'è nessuna traccia.

La stessa scena si ripete qualche ora più tardi: l'auto starebbe sfrecciando sul Terraglio in direzione di Mestre, e poi in tangenziale; anche qui, però, le pattuglie non trovano nulla. Nel tardo pomeriggio, infine, arriva un'altra segnalazione—a vuoto—della macchina in transito a Pordenone, diretta verso il confine con la Slovenia.

Alcuni cittadini raccontano che l'Audi gialla abbia sfondato la barriera di Vicenza Nord; altri segnalano che l'auto sarebbe stata ritrovata bruciata a Santa Croce Bigolina (Padova), mentre si trattava di una Citroen C5 ferma per un guasto.

A Romano d'Ezzelino, invece, le cose sembrano più serie: i cittadini sentono degli spari e tempestano di chiamate il commissario locale, in preda al panico più totale.Peccato che non sia uno scontro a fuoco: è un'operazione della polizia provinciale per "il contenimento dei piccioni."

Il dispiegamento delle forze dell'ordine, intanto, si fa sempre più massiccio. La Polstrada, afferma il Corriere del Veneto , mette in campo oltre cento uomini; decine sono i posti di blocco ai caselli autostradali, e a quello di Padova Est operano addirittura gli agenti di una squadra antiterrorismo inviata nei mesi scorsi dal ministro dell'interno Angelino Alfano.

Parlando al Mattino di Padova, il comandante provinciale dei carabinieri di Padova invita comunque alla calma: "Siamo presenti e stiamo limitando la loro azione. Non dimentichiamoci che grazie alle forze dell'ordine loro hanno commesso solamente un furto e un tentato furto."

Nessuno raccoglie l'invito.

Continua nella pagina successiva.

Dopotutto, una vicenda di questo tipo ha tutte le caratteristiche per suscitare "rabbia, stupore e ansia," tre componenti che il professore Jonah Berger—autore di Contagioso. Perchè un'idea e un prodotto hanno successo e si diffondono—ritiene fondamentali al rilascio della carica virale di una notizia.

Tutto ciò è particolarmente evidente su Facebook, dove l'Audi gialla assurge a fenomeno culturale e si spalma su gruppi, pagine ed eventi. Una breve rassegna: Segnalazioni Audi RS4 gialla, AUDI GIALLA, Audi Gialla Vs Italia, Caccia all'Audi Gialla, Audi Gialla a Chi La Visto, Andare a caccia dell'audi gialla in giro per le autostrade del triveneto, Acquistare L'Audi Rs4 Per Confondere La Polizia, Gare clandestine con l'audi GIALLA, Puttantour in contromano sull'Audi Rs4 gialla.

Ed è nei gruppi che circolano le teorie più assurde, che vanno a delineare un grande trama oscura ai danni dell'Italia intera. Un utente scrive:

È da molti anni che lo dico..... Soggezzione..... Siamo in mano ad dei volti sconosciuti che muovono le pedine...persone potenti di interessi di droga armi e prostituzione. Buona notte a tutti spero vivamente nella Fortuna di non capitare nel momento sbagliato.

Un altro tira in ballo il terrorismo:

Secondo me sono loro gli occupanti dell'Audi gialla a monitorare le F.D.O proprio perché...
si sentono braccati. ..be vi dico in sincerità che ho pensato a più di una audi gialla. .....ma se così fosse è ben. Più grave di quel che si pensa.....e cioè. .....terrorismo.

E un altro ancora traccia indicibili confluenze:

Ma secondo voi visti i tempi é possibile che siano pagati per fare questo. E magari mentre tengono uccupati gli occhi di tutti qualcuno stia preparando qualche attacco anche terroristico. In fondo in veneto c'è anche una base americana. Solo un'ipotesi ma il loro comportamento davvero fuori dalla norma fa molto pensare.

Oltre al complottismo e a soluzioni finali di vario tipo ("devono circondarli e sparare finché non li polverizzano...nemmeno il DNA devo tirar fuori da quei tre") c'è anche spazio per riflessioni più generali sul triste stato dell'Italia odierna, che naturalmente sfociano nell'invocazione di un politico che non c'è più :

È impossibile che non si riescano a prendere..purtroppo l'Italia è questa..
Aimè..la nostra Italia è satura,non può più ospitare gentaccia,in Italia possono restare quelli in regola,e con un occupazione,gli altri a casa...
Ah giusto!ormai l'occupazione non c'è più nemmeno per gli italiani, ci sono voluti scontri, guerre e tanto altro ancora per rendere uno stato degno di chiamarsi Italia, abbiamo avuto i migliori ingegneri,i migliori tecnici,i migliori idealisti ed ora ci ritroviamo con qualche centinaio di maiali che ci stanno mangiando anche l'anima..andiamo ancora tutti a votare,caschiamo come polli su tutto,intanto noi popolazione ci suicidiamo mentre i maiali ingrassano..poveri noi..ci vorrebbe un politico che non c'è più!!!

Un meme ironico circolato nei gruppi dedicati all'Audi gialla.

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Ogni meme va però in parallelo con le bufale—e quello dell'Audi gialla non fa eccezione.

Il 24 gennaio un articolo di Repubblica comunica che "la polizia ha messo sulle sue traccedue Lamborghini Huracan che pattugliano quelle zone," e a cui la RS4 evidemente non può sfuggire. L'entusiasmo iniziale sui social, tuttavia, lascia in fretta il posto alla delusione: una Lamborghini, infatti, sarebbe rimasta completamente distrutta durante l'inseguimento.

In realtà, si tratta di due notizie false. La seconda è addirittura una cronobufala, visto che l'articolo e l'immagine originali sono del 2009 e si riferiscono ad un incidente avvenuto a Cremona. La prima, invece, è smentita direttamente dalle forze dell'ordine con un post su Facebook.

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Le forze dell'ordine hanno usato i social network anche in un'altra occasione. Il 22 gennaio, la questura di Vicenza chiede su Facebook la "massima collaborazione ai cittadini al fine di coadiuvare le Forze dell'Ordine segnalando la presenza dell'autovettura Audi RS4 di colore giallo."

Alla luce degli sviluppi successivi, tuttavia, questa richiesta di aiuto trasfigura in una specie di ammissione di impotenza. E quest'ultima sensazione—unita all'impressione che si tratti di una vera e propria "sfida alle forze dell'ordine"—è pompata ad arte dalle lamentele ad hoc dei sindacati di polizia, dagli editorali di quotidiani di destra e dai video di alcune webstar gentiste.

Il primo a inserire il caso dell'Audi gialla in una cornice politica è Il Giornale, che in un articolo—intitolato Lo Stato "seminato" da un'Audi gialla—traccia una netta linea di demarcazione tra il Palazzo (che se ne frega) e il Popolo in completa balia di una "gang di rapinatori" che miete "morte e violenza," e che nel farlo sarebbe addirittura " tutelata dalle nostre leggi":

Un Paese ostaggio di una banda di criminali. Uno Stato "seminato" (e ridicolizzato) da un'Audi gialla che ora fa quasi più paura di quella vecchia Uno bianca di nefasta memoria. La caccia continua. Vana. Intanto il Palazzo, invece di proteggere i cittadini, discute di unioni omosessuali, riorganizzazione della Rai e riforma del Senato. Gli italiani non capiscono, ma si adeguano. Come sempre.

L'immagine dello Stato disarmato di fronte a un'auto rubata è abbondatemente sfruttata da alcuni sindacalisti di polizia. Il Coisp—responsabile di varie "provocazioni," tra cui un sit-in a Ferrara sotto l'ufficio di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi— parla di "una sfida bella e buona allo Stato, ai suoi uomini, ai loro mezzi, all'intera comunità che attonita assiste alle scorribande furiose cui non si riesce a porre fine."

Quello che sta succedendo, si legge ancora nel comunicato, è "la rappresentazione vivida e concreta di una realtà durissima, che vede le Istituzioni della società civile perdere quella sfida vinta invece da chi, nonostante tutti i nostri sforzi, continua a farsi beffe di noi e dei nostri 'limiti', nell'assoluta consapevolezza di non stare rischiando neppure molto."

Sulla stessa falsariga si mantiene la dichiarazione di Mauro Armelao, vice segretario nazionale di Ugl Polizia di Stato:

Oramai stiamo assistendo ad una sfida, quella tra una banda di pericolosi delinquenti e le forze dell'ordine. Una sfida impari. I banditi che non hanno nulla da perdere, e le forze dell'ordine che, impotenti a causa di mezzi inadeguati e vecchi, sono anche orfani di tutela legale, protocolli operativi e regole d'ingaggio chiare e non interpretabili. È questa sostanzialmente la differenza tra le forze di polizia e la banda della Audi Gialla.

Visioni decisamente più apocalittiche promanano invece dai meandri di Facebook. Quello che resta del movimento dei "Forconi" arriva a collegare l'Audi gialla all'ISIS, prima con questo incredibile fotomontaggio,

Poi con un video che rincara la dose con una domanda angosciante ( "Cosa sarebbe successo se invece di normali delinquenti fossero stati terroristi?") ed un pratico rimedio: "Fucilateli all'alba."

Tutti questi argomenti, infine, sono frullati in un apposito video realizzato da Damiano "Er Faina"—una specie di YouTuber in terribile ascesa nel listino della "comicità" gentista. "Questi so' un mese che stanno a fa' come je pare," esordisce Er Faina, che per l'occasione sfoggia una polo gialla. La tirata prosegue così:

Non riescono a pigliarli. Lo sapete perché? La polizia durante un inseguimento è rimasta senza benzina. So rimasti senza broda, aò! Ma ve immaginate la scena? "A slavo, accostate n'attimo giù all'Agip che metto du litri de benzina e ripartimo a fa' l'inseguimento." Ma ve immaginate se l'Isis viene a Roma, o in Italia, co' tutte e' Audi eresse gialle? Amo finito, chiudemo baracca e buratini e se ne annamo. Ma che cazzo stamo a fa'?

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In tutto questo, la politica poteva rimanere in silenzio? Chiaramente, no.

Il 25 gennaio la senatrice Erika Stefani, della Lega Nord, intona il de profundis: "Siamo ormai al canto del cigno della Giustizia che questo governo impone all'Italia. Mi chiedo cosa si aspetti a dotare le forze dell'ordine di quegli strumenti normativi che li consentano di ferma l'attività di questi criminali."

La segue a ruota il presidente della regione, Luca Zaia. "Spero che vengano catturati perché non possiamo dimostrare che i tre banditi sono più forti e più veloci delle nostre forze dell'ordine," dice alle telecamere di Rete Veneta. "Una preoccupazione: guardando a quello che hanno fatto, e pensando a come sono scritte le leggi in Italia, ho l'impressione che verranno catturati e poi li troveremo scarcerati."

Il commento migliore, però, spetta al capogruppo regionale del MoVimento 5 Stelle Jacopo Berti. Il quale non ha troppi dubbi: la responsabilità delle scorribande dell'Audi gialla è da ascrivere a Matteo Renzi, poiché "noi doniamo alla polizia le nostre auto blu, il governo propone tagli."

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Se già tutto questo non fosse abbastanza, a imprimere un'ulteriore torsione alla narrazione dell'Audi gialla provvede uno strepitoso commento di Emilio Randon sul Corriere del Veneto del 24 gennaio, che già dal titolo è tutto un programma: Come Thelma e Louise, un'overdose di endorfine in attesa del game over .

La cronaca, avverte Randon, ha già smesso di essere tale da un pezzo. Qui siamo di fronte a qualcos'altro, a un maestoso "rave criminale" in cui i tre dell'Audi gialla, "pieni di adrenalina e di chissà cos'altro [...] fuggono, sfondano, fracassano, hanno in mano un joystick da 400 cavalli e non mollano"—non smettono di tenere sottocassa il Veneto intero.

Nel fare ciò, prosegue l'indomito Randon, i tre "bambini dell'educazione siberiana in fuga dal correzionale" sicuramente avranno cacciato "urla adrenaliche al posto di blocco," sicuramente si saranno "dati le pacche sulle spalle dopo averlo sfondato," e sicuramente si saranno cappottati con una bella "overdose di endorfine" quando "hanno realizzato che ne erano fuori."

Prima o poi però—conclude l'editorialista—il copione che si "stanno scrivendo da soli" avrà bisogno di un "punto finale." Resta solo da capire il come. Finirà "in un boato" o nel "crepitio dei mitra"? Oppure finirà che "svaniscono come sono comparsi"?

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La risposta arriva ventiquattr'ore dopo: finisce in un crepitio.

Ma non quello dei mitra evocati dal buon Randon; bensì quello delle fiamme che avvolgono l'Audi gialla nelle prime ore del 26 gennaio, lungo il torrente Muson che si snoda nelle campagne tra Onè di Fonte e Asolo, al centro di quel triangolo in cui si toccano le tre province (Treviso, Padova e Vicenza) in cui la macchina è stata avvistata più volte.

"Io stavo chiudendo le finestre, c'era un odore di bruciato tremendo," racconta un residente della zona al Corriere del Veneto, "sono uscito e ho visto le fiamme." Le forze dell'ordine, allertate dalla chiamata, raggiungono il posto e trovano l'Audi gialla finalmente ferma, "collassata su sé stessa, ancora mangiata dalle lingue di fuoco," con un foro di proiettile sulla portiera del guidatore e il cofano aperto, "quasi un ultimo grido."

Con il ritrovamento dell'auto scattano subito due diversi tipi di pellegrinaggio: il primo è quello dei fotografi e dei giornalisti, che accorrono per scattare e riprendere; il secondo è quello delle persone che si accalcano sull'argine del Muson per assistere allo spettacolo della "tomba di cenere e fango" in cui è sepolta l'Audi gialla.

"Da stamattina arriva gente," allarga le braccia un residente. Che si chiede: "Cosa ci sarà poi da vedere?"

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Le analisi tecniche su quello che rimane dell'Audi gialla sono affidate ai carabinieri del Ris di Parma, mentre prosegue la "caccia" alla banda e agli eventuali basisti. I carabinieri, riporta la Tribuna di Treviso, stringono il cerchio "attorno ai quei luoghi isolati come campi nomadi o abitazioni di cittadini stranieri," e puntano molto sul Dna che verrà estratto da un mozzicone di sigaretta ritrovato nei pressi dell'auto bruciata.

Ma come ammette il procuratore di Treviso, le indagini sono "estremamente in salita." Il fatto di "aver perso la disponibilità dell'autovettura," specifica Michele Della Costa, "rende difficile poter risalire agli occupanti." Tant'è che—a mesi di distanza dai fatti—gli accertamenti di magistratura e forze dell'ordine non hanno prodotto alcun risultato, e la sensazione è che i banditi potrebbero "farla franca."

Sui social network e altrove, il ritrovamento dell'auto è accolto con un misto di sollievo, sconforto e delusione. Per alcuni invece, specialmente alla luce delle frasi del procuratore, ci sono pochi dubbi: si è trattato di una resa incondizionata. "Tre albanesi per una settimana si sono fatti beffe di polizia e carabinieri (e quindi dello Stato italiano) sfrecciando lungo le strade del Nord est tra una rapina e l'altra," scrive Il Giornale. "Alla fine, la 'banda dell'Audi gialla' ha vinto il suo personalissimo Gran Prix con le forze dell'ordine."

Il governatore Luca Zaia, dal canto suo, lancia un appello: "Non vorrei che questi tre delinquenti fossero mitizzati come degli eroi. Siamo in un paese talmente strano in cui, passata l'onda d'urto iniziale, rischi di diventare anche un personaggio."

Qualcun altro, invece, è rimasto decisamente colpito dall'epilogo dell'epopea gialla—e sì: è ancora lui, Emilio Randon. L'editorialista del Corriere del Veneto riesce a superarsi, caricando il suo ultimo articolo sull'affaire (Il falò dei tre balordi imprendibili che uccidono il mito della folle corsa ) di significati quasi metafisici.

Il primo pensiero va al "dio delle automobili," che "da lassù deve essere parecchio incazzato" visto che "non si fa scempio di un dono (giallo per di più, okay rubato ma...) dopo averne fatto un mito." Fortunatamente, si rallegra Randon, "viviamo in un mondo in cui i mezzi sopravvivono ai loro autori, i protagonisti sfumano nei ricordi e le loro gesta vengono raccontate dalle automobili che guidavano."

Infine, anche se i "tre cavalieri dell'apocalisse stradale" venissero presi, noi "che eravamo in tribuna" possiamo comunque continuare a tramandare la leggenda; perché, comunque vada, "l'aurea di invitti che si sono guadagnati saccheggiando le regole del Nordest sbiadirà in poco tempo: splendente, luminosa resterà solo lei, l'Audi 4 RS gialla e il suo riflesso che fugge nelle telecamere."

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Gli sviluppi assurdi, però, non sono ancora terminati. L'Audi gialla, infatti, approda addirittura nel salotto televisivo di Barbara D'Urso ( Domenica Live)—seppur in una maniera piuttosto stramba.

Poco dopo il rogo del 25 gennaio, il marchio d'abbigliamento "Pakkiano" mette in commercio una maglietta (ovviamente gialla) con la scritta "Prova a prendermi" e l'effige stilizzata della macchina. L'azienda, fondata da un imprenditore di Motta di Livenza, non è nuova a questo genere di iniziative. Qualche anno fa, ad esempio, aveva attirato su di sé l'ira—e le minacce legali—di Felice Maniero, per aver prodotto una maglietta con il volto dell'ex boss della mala del Brenta accompagnato dallo slogan " Fasso Rapine" (faccio rapine).

Il 7 febbraio 2016, comunque, uno degli ospiti della D'Urso indossa proprio quella t-shirt con l'Audi gialla. Si tratta del vincitore della decima edizione del Grande Fratello, Mauro Marin. Reduce da un incidente che l'ha quasi privato di due dita, l'ex concorrente del reality lancia di fronte a Barbara D'Urso un "durissimo sfogo": "Chi mi ha davvero tolto le dita sono Matteo Renzi e il suo governo. Se non avessi tutte queste tasse da pagare lavorerei in modo diverso."

Lo stesso Marin, inoltre, porta la maglietta dell'Audi gialla nella trasmissione locale Vizi privati condotta da Maurizia Paradiso—un contesto decisamente meno patinato di Domenica Live .


Via.

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Per una curiosa coincidenza, la "banda dell'Audi gialla" è tornata a far parlare di sé—anche questa volta in modalità diverse dal solito—proprio pochi giorni prima della comparsa di Marin a Domenica Live.

"L'Audi gialla ora è una Bmw nera," titola il Corriere della Sera del 4 febbraio. Nell'articolo si riporta che "i banditi dell'Audi gialla" sarebbero ricomparsi nei dintorni di Milano alla guida di una "Bmw scura" rubata lo scorso novembre a Padova. Due giorni dopo, la Bmw nera è tallonata dalla Polstrada sull'autostrada A4, all'altezza di Sommacampagna (Verona).

Appena si accorge di essere seguito, racconta Repubblica, il guidatore spegne i fari e accelera cercando di seminare la pattuglia. Poi, all'improvviso, frena e accosta al lato della carreggiata. A quel punto i tre occupanti scendono dalla Bmw, saltano il guardrail e scompaiono in mezzo alla campagna. Vicino alla recenzione scavalcata, gli agenti trovano un kalashnikov con il caricatore inserito; dentro la vettura saltano fuori "due sacchetti con esplosivo, un jammer, picconi, piedi di porco e due pistole cariche."

Secondo il comandante della Polstrada veronese, Girolamo Lacquaniti, "le modalità di fuga, e quelle di rifornimento ai distributori di benzina ci hanno fatto pensare alla banda dell'Audi gialla, svanita nel nulla dopo aver abbandonato e dato alle fiamme la settimana scorsa l'imprendibile supercar."

Gli investigatori, pur non avendola scartata del tutto, ritengono "remota" l'ipotesi che i banditi della Bmw nera siano gli stessi dell'Audi gialla. Ma tanto basta per riportare a galla il terrore sedimentato in quella settimana di fine gennaio; e tanto basta per mandare avanti la leggenda.

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A un certo punto di questa vicenda, a qualcuno è venuto il sospetto che forse si stava un attimo esagerando.

"Le vicende dell'Audi gialla sono state molto amplificate, se fosse stata grigia o nera non avrebbe avuto tutto questo risalto," ha detto il questore di Treviso Tommaso Cacciapaglia. "Qui da noi non è comunque successo niente di particolare, niente che non accada ogni giorno."

In effetti, sarebbe piuttosto facile liquidare quella dell'Audi gialla come una storia di banale microcriminalità.

Eppure si tratta di un'argomentazione troppo razionale, che non riesce a spiegare come una semplice macchina rubata—dal colore appariscente, certo, ma pur sempre una macchina rubata—sia penetrata così a fondo nel'inconscio collettivo, tanto da scatenare una delle più grandi psicosi di massa mai registrate nel Nordest degli ultimi anni.

A ben vedere, quell'auto è stata una specie di glitch di un sistema che si credeva blindato e impenetrabile, sia all'esterno che all'interno. Paradossalmente, però, è stata proprio questa variabile imprevedibile ad aver fatto da collante, ad aver compattato le persone, ad averle spinte ad agire—in definitiva, ad aver creato un estemporaneo senso di comunità.

Per un'intera settimana, gli abitanti del profondo Veneto—dominato dalla noia e dall'apatia più assolute—sono andati a dormire in un mondo popolato di incubi. E al risveglio si sono sentiti minacciati, assediati, in pericolo mortale; ma al contempo si sono scoperti estremamente motivati, energici, carichi di passione.

In una parola: finalmente vivi.

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