Più draft che Daft, più prank che Punk

Ovvero, una recensione traccia per traccia di Random Access Memories.

|
23 maggio 2013, 8:28am


Illustrazione di Simone Tso.

Bene ragazzi: a dispetto di tutto e di tutti eccoci qua, nuovamente sul luogo del delitto. A grande richiesta (e non proprio con mio sommo gaudio) andiamo a esaminare traccia per traccia Random Access Memories dei Daft Punk, stavolta senza fare ipotesi ma solide realtà, per citare uno slogan vintage. Chi ha tempo e voglia legga, gli altri as usual possono limitarsi alle prime e ultime due righe. Cerchiamo di essere moderni e democratici e di accontentare anche il finto lettore medio.

Ebbene, ci troviamo di fronte alla nostra copia di RAM (ovviamente in digitale 320 kb, quindi basatevi su questo: sia mai che ci mandino il vinile ‘sti pulciari) pronti all’ascolto disinteressato. Mi ero lasciato con tali parole: questo nuovo disco potrebbe tranquillamente essere un epitaffio, un saluto per partire nella terra delle icone ed abbandonarci per sempre nella corsa al futuro. Con [...] ospiti illustri e vecchie glorie che ci suonano—da Moroder a Nile Rodgers—si va sul sicuro. Infatti il titolo [...] suggerisce che sarà pieno di nostalgiche macchine del fumo old fashion.”

La previsione risulta azzeccata: appena attacca il primo brano, ovvero  “Give life back to music”, veniamo catapultati direttamente indietro nel tempo e precisamente nei fine Settanta. Il titolo di per sé dice già tutto: evidentemente i Daft pensano che la loro stessa creatura chiamata french touch stia piano piano togliendo vita alla musica, quindi torniamo alla tradizione, quando se stava meglio perché se stava peggio. Il riff iniziale è un po’ come entrare in uno smaterializzatore, in una macchina del tempo vagamente Rockets. Poi eccoci qua alle prese con gli Chic: Nile Rodgers ha la mano pesante per cui è difficile dimenticarsi che il suo stile inconfondibile potrebbe sotterrare qualsiasi personalità musicale. E in questo caso i Daft Punk non ci stanno proprio, sono tipo due fantasmi sostituiti da un gruppo di turnisti di lusso intorno a Nile. Ovviamente suonano benissimo, ci mancherebbe pure... nei credits è gente che ha lavorato addirittura con Davis e Hancock. Sul suono è stato fatto un lavorone: cristallino, patinato, perfettino. Ma appunto per questo risulta piatto, come se l’assenza di dinamica tipica delle loro produzioni precedenti più compressate fosse stata sostituita da altrettanta assenza, fatta di discrezione e compostezza sonora tipica dell’ascolto in salotto. In effetti durante una festa in piscina a base di cocktail questo disco dovrebbe starci benissimo, io ho provato mentre cucinavo. Non è male, sta bene con l’arredamento ed è di piacevole ascolto. La cosa che sale subito alle orecchie è che il giro armonico del primo brano ricorda “Get lucky”, nonché la cadenza ritmica: la stessa. Fondamentalmente si entra in una zona in cui il tempo non solo si è fermato, ma si vuole fermare.

Giro di boa per il secondo brano: qui è un lentone da festa di capodanno con atmosfere tipo Duran Duran periodo “Skin trade” (indovinate chi era il produttore?). Sicuramente, chi balla questo pezzo noterà più le chiappe della partner di danza che il giro di synth. Insomma, brano elegante per tredicenni in calore, ma di trent’anni fa. Chissà se alle feste delle medie di oggi lo passeranno mettendosi la scopa fra le mani.

"The game of love" (produced by Duran Duran & Nile Rodgers)

A proposito di gioventù e vecchiezza, veniamo al terzo pezzo. Qui c’è la strombazzatissima performance di Giorgio Moroder, il quale alla fine si limita  a parlare delle sue esperienze musicali. Pare anche che abbia registrato la voce con microfoni di diverse ere geologiche per sottolineare il passaggio fra la gioventù e l’età del successo. Ora: questa differenza sonora non esiste ed è puramente concettuale, tanto che lo stesso Moroder e i fonici del disco non riuscivano a sentirla. I Daft Punk sì, probabilmente riescono anche a intravedere la Madonna in una nuvola e Gesù Cristo scendere dal Getsemani. Ad ogni modo il brano è più Cerrone che Moroder, ed è subito al francese che vola la memoria, insieme a spianellate elettriche alla Deodato. Un brano che scivola così, leggero come acqua sulla battigia, con qualche accenno latino alla Santana che “il turnista si sbizzarrisce”. Poi arriva una bella sviolinata che però invece di aprire, chiude la porta a possibili sviluppi e lascia il posto a un’epicità un po’di cartone e da cartone animato della Disney. Potrebbe essere considerato il manifesto del disco, a suo modo permeato di messaggi subliminali. Moroder parla di fare quello che si vuole a livello musicale, ma mentre lui lo intende come “cercare nuove strade” i Daft lo rigirano alla “facciamo quello che ci viene e sticazzi se è ‘na merda.” Che poi è la cifra del disco, tutti chiusi in megastudi miliardari a fare jam senza sapere dove andare a parare (per loro stessa ammissione). A un certo punto parte un sinth modulare (come loro stessi affermano di aver usato) che a parità di prezzo fa delle scoregge che sembra un Monotron da 40 euro. A proposito di euro e di Moroder, l’altra volta al mercatino ho comprato E=MC2 in vinile a un euro. Il ragazzotto che me lo ha venduto mi ha chiesto chi fosse e io ho detto chi era e che aveva appena lavorato coi Daft Punk. “Ah, ‘Get lucky’! Fico quel pezzo.” Evidentemente la capacità di fare cultura "subliminale” dei due sta scemando piano piano, merda.

"Giorgio by Moroder" (produced by Cerrone)

Pare che l’ascolto in cuffia sia consigliato, però non capisco perché dovrei sentire un disco dance in cuffia. Boh. Forse perché in realtà l’hanno registrato in olofonia? Uno dei motivi è chiaro: i ragazzi vogliono fare un disco che suoni come un classicone. Dalla loro viva dichiarazione sono andati a risentirsi tutti i dischi che fecero epoca nel pop (tipo che ne so… The Dark side of the moon) tentando di rifarne i suoni pari pari. E allora mettiamoci ‘ste cuffie. In effetti agli Electric Ladyland questa cosa è possibile farla (ci mancherebbe, sono gli studi di Hendrix santo iddio), e lo spettro di Alan Parsons, tra l’altro, è evidente in tutto il disco.

Mettiamo “Within”, la quarta traccia: il brano è evidentemente fra Parsons e il Bebu Silvetti di "Piano". Forse anche il secondo miglior pezzo del disco, è una confessione dei due sul fatto che non sanno che pesci prendere: “There's a world within me that I cannot explain / Many rooms to explore, but the doors look the same.” Molta onestà sul piano letterario, sul piano musicale c’è un vocoder che loro stessi dicono pensato per sembrare più umano dell’umano—però a me pare che abbiano solo premuto di più la modulation wheel. E il giro di pianoforte di Gonzales fa riaffiorare “Get lucky” n’antra volta. Più che parsoniano, parkinsoniano in senso Caretaker: urge momento di raccoglimento sigaro alla mano.

"Within" (produced by Bebu Silvetti)

Col brano successivo ci ritroviamo praticamente Eye in the sky 2013. Alan Parsons continua a vincere, voce ancora una volta vocoderata con una linea melodica un po’ più moderna che ricorda i successi radiofonici truzzi a base di autotune e arzigogoli r n b. Julian Casablanca alla voce—degli Strokes, sì, proprio quello. Diciamo che hanno fatto una prova usando la sua voce per vedere che succedeva. E che è successo? Che ha cantato col vocoder. Ennesimo giro che ricorda “Get lucky”.

"Instant crush" (produced by Alan Parsons)

Vai Nile, fai quello che ti pare. Questo sento echeggiare nella sala prove, e il nostro non se lo fa dire due volte e se ne esce con un giretto funk alla Rodgers (ovvio). Ecco qua “Lose yourself to dance”, un pezzo che potrebbe essere un b-side qualsiasi di un successo anni Settanta. Più che discodance, sembra una marcia funebre imballabile, con un’atmosfera vuota e battiti rallentati di quando ti fai una cifra di cannoni. Diciamo che qua torna la saga del robot che vuole diventare umano, concept che avevamo lasciato con Human after all. Qui il robot è riuscito a diventare uomo, ma ovviamente alla cazzo (è diventato Pharrell). Per cui la freddezza di fondo è dovuta a questo ibrido: lunga è la strada per la liberazione definitiva. Ah, ovviamente giro “Get lucky”.

Fatto sta che torna il “fantasma del palcoscenico” già citato in Interstella 5555: stavolta è lui in persona, il mitico Paul Williams, che apre un brano che definire un casino è poco. Sì, perché inizia leggermente space poi si butta nella (ottima) performance vocale del nostro, completamente dis/inserita in una situazione da rock opera sitcom. Ma subito dopo arriva un momento bandistico/dixieland un po’ tipo “simpatiche canaglie”. E poi una nuvola di effetti space così, a caso, e un coro di bambini che riporta a una cosa tipo “auguri Coca Cola" o “We are the world”. Scelta rischiosissima ai limiti dell’imbarazzo, l’ultimo che c‘ha provato credo sia stato Eminem. Nel testo i robot non si convincono che sono vivi e hanno bisogno di ben altro: lo penso anche io.

E quindi arriva “Get lucky”. Il miglior pezzo pop del disco e della storia. Dimenticavo che anche il pezzo precedente ricorda “Get lucky”. Su questo brano abbiamo e hanno già detto tutto quello che c’era da dire, è una cazzo di bomba nucleare con un Pharrell in ottima forma. Posso aggiungere solo che è una scopiazzatura di “Good times” degli Chic e che all’interno dell’album rimane un po’ schiacciato e fuori fuoco, ma la colpa non è sua. Traiamo innanzi.

"Get lucky" (produced by Nile Rodgers)

Il brano successivo si chiama “Beyond”. Si apre con una sviolinata alla Bill Conti (leggasi Rocky ost) quindi già partiamo a ritroso, non proprio avanti: ma credo che il titolo sia ironico. È un funk FM che in un certo senso mi rimanda a Phil Collins, Sade, annata 1985. Sull’armonia ci possiamo canticchiare tranquillamente “Get lucky”, invece la voce originale si avvicina forse clamorosamente anche a un Nick Kamen d’epoca. Scorre lenta lenta come un ballo del mattone, ma qui siamo già passati al gioco della bottiglia.

Ecco poi arrivare “Motherboard”, il brano che alla fine è una jam improvvisata. C’è sopra del minimalismo alla Glass molto leggero, di troniana memoria e doppiato da flauti e arpeggiatori, che però sembra non andare da nessuna parte. Pare un brano per sonorizzare un ascensore, una sala slot. Poi arriva una batteria anni Novanta del tutto inspiegabile che allunga il brodo. La sensazione è di ascoltare quei lati b dei remix dance di una volta, in cui non succede assolutamente nulla per sei minuti. Stai lì, ascolti attentamente e alla fine ti rendi conto che il brano stava seduto anche lui ad ascoltare attentamente qualcos’altro. Che forse a giudicare dal giro armonico è l’onnipresente “Get lucky”.

Dopo 'sta cosa indefinibile, c’è un brano che finalmente alza un po’ i bpm e l’umore, ovvero “Fragments of time”, cantata e scritta da Todd Ed, che parla (guarda un po’) di improvvisare. E qui è chiaro l’omaggio, cioè al grande Greg Walsh, produttore dei Bee Gees ma anche del nostro Battisti, e il pezzo sembra una base di “Una giornata uggiosa”; infatti (cristo) “parlando di italiani, un paio d'anni fa abbiamo scoperto anche il vostro Lucio Battisti: mai sentito prima, alcune delle sue produzioni sono davvero coraggiose" (via Andrea Morandi, letto dopo questa bozza). A dire il vero mi ricorda anche “In bicicletta” di Cocciante, vuoi vedere che hanno citato anche la produzione di Shel Shapiro oppure di Eliot Scheiner? Un piacevole brano un po’ troppo lungo ma quando si chiacchiera il tempo passa in fretta. Da pic nic nel parco.

"Fragments of time" (produced by Shel Shapiro)

Oh ecco un pezzo che sembra moderno: “Doin’ it right”. Sì però canta Panda Bear ed è una specie di cover di “Girls” degli Animal Collective. Rovina un po’ l’atmosfera che si era creata, cioè di relax serale con un libro in mano e un cognac. Ho paura che i nostri qui citino Sting e il McCartney anni Ottanta, mi pare di sentire echi di alcuni dischi del nostro non particolarmente amati dalla critica.

Poi ecco “Contact”, l’ultimo pezzo, che inizia con un campione degli Sherbs. Notare che ancora una volta si torna all’andazzo “Get lucky”. Ma ecco che parte una batteria che più anni Novanta non si può, accompagnata da un arpeggiatore fine a se stesso, e poi del noise modulare fine a se stesso pure lui, che pare non finisca mai. Si recuperano preziosi minuti nel tentativo di tornare ai fasti di Homework nei momenti più smanettoni, buttandoci dentro anche qualche reverse privo di senso. Della serie ao se stamo a smaciullà definitivamente. Non vorrei dire un’eresia ma ci sento anche qualche sfanculata alla Fuck Buttons.

Ecco, finito l’ascolto devo essere sincero con il mio io a cui parlo. La prima impressione è incisa sulla roccia del tempo 2013 ed è “cagata mondiale”. La seconda impressione è “modernariato musicale valido sia per ascensori che per salotti bene, feste in piscina e viaggi in macchina impiegatizi, colonna sonora di una domenica di svago.” La terza impressione è “un disco fatto per disperazione, nostalgico ai limiti delle lacrime, un’operazione di feticismo sonoro aka ricerca dell’identità: un’opera di Jeff Koons.” Direi che tutte queste impressioni calzano a pennello. È un lavoro che gioca sul fattore "attrazione/repulsione".

Io sono un grande fan del funk generico anni Settanta/Ottanta, e il fatto che torni in auge non può che farmi piacere—facciamo dj set tematici da eoni. Nell’aria tra l’altro si sentiva quell’odore di ritorno al pop vintage di qualità, stile Radio Latina. Però stiamo parlando di una band che ha i miliardi, uno ha un padre che ha fonizzato gente incredibile, con possibilità infinite di fare qualsiasi cosa di NUOVO, e invece fabbricano questo giocattolone. Purtroppo non stiamo parlando di un gruppo di giovani affamati, che con un disco simile sarebbero stati blastati. I Daft Punk fanno costume, vanno ai party di Madonna, fanno i dischi col sangue di geni spesso incompresi. Se loro hanno deciso di seguire la “neutralità” dell’eccessiva offerta musicale contro la scarsa domanda—e quindi incarnare la depressione del mercato musicale e degli ascoltatori che privi di riferimenti preferiscono tornare indietro—così sarà per tutti d’ora in poi. C’è da fare una riflessione su questo: ultimamente tutti ‘sti revival del cazzo dalla psichedelia agli anni Novanta a quello che vi pare rifatti paro paro anziché rivisti in chiave moderna sono la legge, e loro non se ne sottraggono. Ascoltare questo disco dei Daft per me è ascoltare Fausto Papetti: suoni perfetti, arrangiamenti certosini, turnisti di lusso, sottofondo a feste sobrie con amici ‘mbriachi. Mancano le fregne in copertina: in pratica gli anni Settanta del consumo tanto per consumare, che possiamo applicare tranquillamente all’era iTunes. Se così deve essere, che sia. Il problema è: dove sono i Daft Punk? Semplice, non ci sono più: ci hanno appunto abbandonato nella corsa al futuro, forse perché parafrasando Paolo Villaggio “è una gran rottura di balle.” Èun concept involontario sulla delusione, credo. Il problema è che sono delusi pure loro, non sanno che cazzo fare. E questa cosa mi pare evidentissima nella loro decisione di non rischiare. La sensazione che non ci sia niente per nessuno e che la vecchiaia arrivi come una mannaia, è tosto restare giovani, fa paura andare avanti. Avete presente Bloodflowers dei Cure? Ecco, questo è il loro.

Come già detto in previsione, trattasi di brani da suoneria cellulare, di musica che starebbe bene sotto una pubblicità: che alla fine ti piace perché per capire dove vuole arrivare te la senti dieci volte, come quando ti mandano i pezzi a ruota alla radio e finisci per fischiettare gli 883 al cesso. Non è colpa loro, è che l’80 percento del mondo ha preso questa via. È una vecchia istantanea scannerizzata, un momento nostalgy che non può avere né infamia né lode: un disco simile, volendo, potrebbe avere il pregio di far sparire l’utilità dei recensori e dei giornalisti musicali. È come guardare una partitura vuota, è John Cage formato famiglia, è un disco che non è ancora nato. Opera neutra e truffa dell’amore che io purtroppo, autocitandomi, mi godo solo a metà perché pensavo che dentro ci fosse della musica e non “La fabbrica illuminata” di Luigi Nono al contrario. Comunque, come dice la mia amica Manuela, “tra dieci anni scriverai un elogiante e delirante articolo su quanto era stato male interpretato questo disco, che invece ha aperto la strada a questo quello e quell'altro e i visionari non li capisce mai nessuno ma la storia darà loro ragione e la bossa nova non sarebbe mai esistita senza ‘sto disco, in retrospettiva.” Chi vivrà vedrà. Nel frattempo me lo sento come mi sento Papetti: per fare atmosfera, tappare dei buchi e parlarci sopra. O piangere in silenzio da solo.


Leggi anche: Memorie Random sui Daft Punk

Demented Burrocacao è una nostra conoscenza di lunga data, e per VICE si occupa di recensioni, reinterpretazioni e altra musica. Una volta si è anche fatto intervistare. Come avrete capito, questa è la sua rubrica. 

Segui Demented su Twitter: @DementedThement

Settimana scorsa: Demented mangia da solo

Altro da VICE
Vice Channels