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A proposito di gioventù e vecchiezza, veniamo al terzo pezzo. Qui c’è la strombazzatissima performance di Giorgio Moroder, il quale alla fine si limita a parlare delle sue esperienze musicali. Pare anche che abbia registrato la voce con microfoni di diverse ere geologiche per sottolineare il passaggio fra la gioventù e l’età del successo. Ora: questa differenza sonora non esiste ed è puramente concettuale, tanto che lo stesso Moroder e i fonici del disco non riuscivano a sentirla. I Daft Punk sì, probabilmente riescono anche a intravedere la Madonna in una nuvola e Gesù Cristo scendere dal Getsemani. Ad ogni modo il brano è più Cerrone che Moroder, ed è subito al francese che vola la memoria, insieme a spianellate elettriche alla Deodato. Un brano che scivola così, leggero come acqua sulla battigia, con qualche accenno latino alla Santana che “il turnista si sbizzarrisce”. Poi arriva una bella sviolinata che però invece di aprire, chiude la porta a possibili sviluppi e lascia il posto a un’epicità un po’di cartone e da cartone animato della Disney. Potrebbe essere considerato il manifesto del disco, a suo modo permeato di messaggi subliminali. Moroder parla di fare quello che si vuole a livello musicale, ma mentre lui lo intende come “cercare nuove strade” i Daft lo rigirano alla “facciamo quello che ci viene e sticazzi se è ‘na merda.” Che poi è la cifra del disco, tutti chiusi in megastudi miliardari a fare jam senza sapere dove andare a parare (per loro stessa ammissione). A un certo punto parte un sinth modulare (come loro stessi affermano di aver usato) che a parità di prezzo fa delle scoregge che sembra un Monotron da 40 euro. A proposito di euro e di Moroder, l’altra volta al mercatino ho comprato E=MC2 in vinile a un euro. Il ragazzotto che me lo ha venduto mi ha chiesto chi fosse e io ho detto chi era e che aveva appena lavorato coi Daft Punk. “Ah, ‘Get lucky’! Fico quel pezzo.” Evidentemente la capacità di fare cultura "subliminale” dei due sta scemando piano piano, merda.
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Pare che l’ascolto in cuffia sia consigliato, però non capisco perché dovrei sentire un disco dance in cuffia. Boh. Forse perché in realtà l’hanno registrato in olofonia? Uno dei motivi è chiaro: i ragazzi vogliono fare un disco che suoni come un classicone. Dalla loro viva dichiarazione sono andati a risentirsi tutti i dischi che fecero epoca nel pop (tipo che ne so… The Dark side of the moon) tentando di rifarne i suoni pari pari. E allora mettiamoci ‘ste cuffie. In effetti agli Electric Ladyland questa cosa è possibile farla (ci mancherebbe, sono gli studi di Hendrix santo iddio), e lo spettro di Alan Parsons, tra l’altro, è evidente in tutto il disco.Mettiamo “Within”, la quarta traccia: il brano è evidentemente fra Parsons e il Bebu Silvetti di "Piano". Forse anche il secondo miglior pezzo del disco, è una confessione dei due sul fatto che non sanno che pesci prendere: “There's a world within me that I cannot explain / Many rooms to explore, but the doors look the same.” Molta onestà sul piano letterario, sul piano musicale c’è un vocoder che loro stessi dicono pensato per sembrare più umano dell’umano—però a me pare che abbiano solo premuto di più la modulation wheel. E il giro di pianoforte di Gonzales fa riaffiorare “Get lucky” n’antra volta. Più che parsoniano, parkinsoniano in senso Caretaker: urge momento di raccoglimento sigaro alla mano.
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Col brano successivo ci ritroviamo praticamente Eye in the sky 2013. Alan Parsons continua a vincere, voce ancora una volta vocoderata con una linea melodica un po’ più moderna che ricorda i successi radiofonici truzzi a base di autotune e arzigogoli r n b. Julian Casablanca alla voce—degli Strokes, sì, proprio quello. Diciamo che hanno fatto una prova usando la sua voce per vedere che succedeva. E che è successo? Che ha cantato col vocoder. Ennesimo giro che ricorda “Get lucky”."Instant crush" (produced by Alan Parsons)
Vai Nile, fai quello che ti pare. Questo sento echeggiare nella sala prove, e il nostro non se lo fa dire due volte e se ne esce con un giretto funk alla Rodgers (ovvio). Ecco qua “Lose yourself to dance”, un pezzo che potrebbe essere un b-side qualsiasi di un successo anni Settanta. Più che discodance, sembra una marcia funebre imballabile, con un’atmosfera vuota e battiti rallentati di quando ti fai una cifra di cannoni. Diciamo che qua torna la saga del robot che vuole diventare umano, concept che avevamo lasciato con Human after all. Qui il robot è riuscito a diventare uomo, ma ovviamente alla cazzo (è diventato Pharrell). Per cui la freddezza di fondo è dovuta a questo ibrido: lunga è la strada per la liberazione definitiva. Ah, ovviamente giro “Get lucky”.Fatto sta che torna il “fantasma del palcoscenico” già citato in Interstella 5555: stavolta è lui in persona, il mitico Paul Williams, che apre un brano che definire un casino è poco. Sì, perché inizia leggermente space poi si butta nella (ottima) performance vocale del nostro, completamente dis/inserita in una situazione da rock opera sitcom. Ma subito dopo arriva un momento bandistico/dixieland un po’ tipo “simpatiche canaglie”. E poi una nuvola di effetti space così, a caso, e un coro di bambini che riporta a una cosa tipo “auguri Coca Cola" o “We are the world”. Scelta rischiosissima ai limiti dell’imbarazzo, l’ultimo che c‘ha provato credo sia stato Eminem. Nel testo i robot non si convincono che sono vivi e hanno bisogno di ben altro: lo penso anche io.
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Il brano successivo si chiama “Beyond”. Si apre con una sviolinata alla Bill Conti (leggasi Rocky ost) quindi già partiamo a ritroso, non proprio avanti: ma credo che il titolo sia ironico. È un funk FM che in un certo senso mi rimanda a Phil Collins, Sade, annata 1985. Sull’armonia ci possiamo canticchiare tranquillamente “Get lucky”, invece la voce originale si avvicina forse clamorosamente anche a un Nick Kamen d’epoca. Scorre lenta lenta come un ballo del mattone, ma qui siamo già passati al gioco della bottiglia.Ecco poi arrivare “Motherboard”, il brano che alla fine è una jam improvvisata. C’è sopra del minimalismo alla Glass molto leggero, di troniana memoria e doppiato da flauti e arpeggiatori, che però sembra non andare da nessuna parte. Pare un brano per sonorizzare un ascensore, una sala slot. Poi arriva una batteria anni Novanta del tutto inspiegabile che allunga il brodo. La sensazione è di ascoltare quei lati b dei remix dance di una volta, in cui non succede assolutamente nulla per sei minuti. Stai lì, ascolti attentamente e alla fine ti rendi conto che il brano stava seduto anche lui ad ascoltare attentamente qualcos’altro. Che forse a giudicare dal giro armonico è l’onnipresente “Get lucky”.
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Oh ecco un pezzo che sembra moderno: “Doin’ it right”. Sì però canta Panda Bear ed è una specie di cover di “Girls” degli Animal Collective. Rovina un po’ l’atmosfera che si era creata, cioè di relax serale con un libro in mano e un cognac. Ho paura che i nostri qui citino Sting e il McCartney anni Ottanta, mi pare di sentire echi di alcuni dischi del nostro non particolarmente amati dalla critica.Poi ecco “Contact”, l’ultimo pezzo, che inizia con un campione degli Sherbs. Notare che ancora una volta si torna all’andazzo “Get lucky”. Ma ecco che parte una batteria che più anni Novanta non si può, accompagnata da un arpeggiatore fine a se stesso, e poi del noise modulare fine a se stesso pure lui, che pare non finisca mai. Si recuperano preziosi minuti nel tentativo di tornare ai fasti di Homework nei momenti più smanettoni, buttandoci dentro anche qualche reverse privo di senso. Della serie ao se stamo a smaciullà definitivamente. Non vorrei dire un’eresia ma ci sento anche qualche sfanculata alla Fuck Buttons.
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