Nonostante Expo, la fame a Milano è ancora un problema sociale

Le mense per i poveri della città restano in prima fila nella lotta quotidiana per l'accesso al cibo.

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16 ottobre 2015, 8:35am

Foto via Pocheparole/Flickr

Ogni mattina, dal primo maggio, migliaia di persone si incamminano verso i tornelli di EXPO, la grande esposizione universale il cui tema è Nutrire il pianeta, energia per la vita

Nonostante i proclami politici e gli enormi investimenti, l'evento ha attratto dure critiche dall'estero e suscitato - almeno inizialmente - le proteste del movimento antagonista NoExpo, che nei giorni dell'inaugurazione si è scontrato duramente con la polizia nel centro della città di Milano.

A pochi chilometri da Expo, quasi in contemporanea con l'apertura dei cancelli dell'esposizione, centinaia di persone si mettono in coda davanti ad un cancello diverso—da qui non si intravedono architetture sfarzose, ristoranti etnici, premier internazionali in visita diplomatica.

Oltre 2,000 persone al giorno si rifornisco presso Pane Quotidiano. (Valerio Bassan/VICE News)

Ci troviamo a Pane Quotidiano, un'organizzazione no profit che distribuisce una media giornaliera di 2238 razioni gratuite a poveri e indigenti. Per questi milanesi, il cibo non ha niente a che vedere con moda, creatività, tecnologia o arte; per chi ha fame mangiare non è un lusso, è una necessità.

La situazione di Pane Quotidiano è comune a tutte le mense per poveri del capoluogo lombardo: tra il 2008 e il 2013, Caritas ha calcolato un aumento del 23,5 per cento delle persone che si rivolgono ai centri di aiuto a causa di problemi economici e di sussistenza. La fascia più a rischio è quella va dai 55 ai 64 anni—la perdita del lavoro, per chi si avvicina alla pensione e ha meno possibilità di trovare un nuovo impiego, può portare alla "povertà cronica."

In fila per sopravvivere, in fila per risparmiare

"Nella città di Expo, un terzo dei cittadini più poveri ha smesso di acquistare provviste in mercati e supermercati, muovendosi alla ricerca di un pasto caldo o di prodotti in regalo," ha spiegato a VICE News Luigi Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana. La situazione è più complessa di quanto sembri: "Molte di queste persone hanno un bisogno economico, prima che alimentare. Il cibo è semplicemente la cosa più semplice su cui risparmiare per sbarcare il lunario."

"Il problema principale è lo spreco del cibo. Siamo tutti corresponsabili: governo, aziende, cittadini".

A Pane Quotidiano ognuno riceve un sacchetto di prodotti alimentari, e non sono richiesti né tesserini né registrazione. Il manifesto dell'associazione è una frase che racchiude in poche parole il senso dell'intera iniziativa: "Sorella, fratello: nessuno qui ti domanderà chi sei, né perché hai bisogno, né quali sono le tue opinioni."

I volontari preparano i bancali alle 8 del mattino. (Valerio Bassan/VICE News)

Attorno alle otto del mattino, una dozzina di volontari sta già scaricando pacchi di cartoni del latte, uova, pasta, pane, pomodori e cavoli - ma anche bagnoschiuma, deodoranti e vestiti - da un camion. 

Alcune donne, sotto un gazebo verde, raschiano via le parti marce da una partita di carote, mentre due signori più anziani sono indaffarati a montare i tavoli che verranno usati per appoggiare le razioni da distribuire. Il cibo offerto da Pane Quotidiano è costituito da eccessi di produzione di grandi compagnie tra cui figurano Ferrero, Panem, Lindt, Galbani e Granarolo, tutti partner di lunga data dell'associazione.

Un'ora più tardi, la coda di affamati comincia a varcare il cancello. Il 60 per cento dei frequentatori di Pane Quotidiano è costituito da immigrati, ma il numero di italiani è imponente. "Cinque anni fa, prima della crisi, i nostri connazionali erano solo due su dieci. Da allora sono raddoppiati," spiega a VICE News Luigi Rossi, del comitato direttivo dell'organizzazione no profit.

In attesa che si aprano i cancelli, in viale Tunisia. (Valerio Bassan/VICE News)

Vedo gli italiani incamminarsi lentamente insieme ad ucraini, rumeni, marocchini, nigeriani. Uomini, donne—soprattutto anziani. Cappellini, occhiali scuri, teste abbassate: visto l'intenso traffico mattutino lungo viale Toscana, dove l'associazione ha la sua sede, i milanesi preferiscono non farsi riconoscere da guidatori e passanti.

Per rifornirsi a Pane Quotidiano non serve una tessera. (Valerio Bassan/VICE News)

La maggior parte di loro sono pensionati. Come Luigia, 83 anni, dall'aspetto distinto e la permanente appena fatta: "Da quando è morto mio marito, qualche anno fa, la pensione non mi basta più. E allora vengo qui tutti i giorni," racconta. O Giovanni, in attesa insieme all'amico Giulio, che appare malnutrito e cammina a fatica: "Senza questo cibo in regalo, lui non sopravviverebbe."

Tra i frequentatori di Pane Quotidiano ci sono molti pensionati, come Giovanni e Giulio. (Valerio Bassan/VICE News)

Nella fila c'è chi cerca di fare il furbo. Una ragazza con il velo bisticcia con un ragazzo dell'Est, il volto affossato dalla fame e dalle ristrettezze. Si contendono una bottiglia di deodorante. Una volontaria interviene per calmarli, gli chiede di andarsene. 

Ma la tensione dura solo un attimo, e la coda ricomincia a scorrere. I volontari ammettono di avere problemi con alcuni dei frequentatori di Pane Quotidiano: "Non sempre la nostra disponibilità e la nostra cortesia ci garantiscono in cambio un trattamento ugualmente gentile," mi spiega una di loro.

Si distribuiscono carote, latte, uova, pasta, pane, pomodori. (Valerio Bassan/VICE News)

Secondo le stime dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, oltre due milioni di razioni gratuite di cibo vengono distribuite ogni anno nelle mense dei poveri della città meneghina, tra cui spiccano l'Opera San Francesco e l'Opera Cardinal Ferrari.

"Il primo passo per combattere il problema della fame è essere consapevoli che esista," spiega Gualzetti di Caritas. "Occorre diminuire gli sprechi che, insieme alle disuguaglianze, sono la causa principale della situazione attuale. Siamo tutti corresponsabili: governo, aziende, cittadini."

Nel dibattito sulla denutrizione, che nella ricca Europa tocca da vicino 43 milioni di persone, capire come riutilizzare il cibo in eccesso è fondamentale. Expo e Caritas stanno collaborando, raccogliendo i prodotti avanzati nei magazzini dei ristoranti dell'esibizione al termine di ogni giornata e cucinandoli sui fornelli di Refettorio Ambrosiano, un ristorante gratuito in cui i più bisognosi possono assaggiare deliziosi piatti ideati dallo chef stellato Massimo Bottura. Un'iniziativa più promozionale, forse, che socialmente utile.

Quello dello spreco è un tema centrale nel dibattito sulla malnutrizione e l'accesso al cibo. In Italia si stima che circa il 15 per cento della produzione alimentare vada sprecato. All'interno di Expo, la onlus Banco Alimentare raccoglie le eccedenze di giornata e le redistribuisce alle strutture che lavorano a contatto diretto con i più bisognosi. Questo processo riguarda soltanto gli alimenti perfettamente integri; gli scarti e la spazzatura dell'esposizione, infatti, vengono caricati sui camion e trasportati in un vicino inceneritore per lo smaltimento.

Una pensionata volontaria dell'associazione. (Valerio Bassan/VICE News)

Una città in cerca di contromisure

Intanto, Milano prova a mettere in pratica il motto di Expo - Nutrire il pianeta - attraverso un patto sulle politiche alimentari urbane proposto dal Sindaco Giuliano Pisapia: il Milan Urban Food Policy Pact, il cui testo è stato stilato ad agosto 2015, verrà sottoscritto dai primi cittadini di oltre 100 città internazionali e sarà consegnato oggi, 16 ottobre, al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. La data odierna segna due ricorrenze significative: la Giornata Mondiale dell'Alimentazione dell'Onu e il 70esimo anniversario della Fao.

"Siamo alla guida di un treno che è partito e andrà lontano," ha detto a VICE News Stefania Amato, project manager della Food Policy del Comune di Milano.

Lo scorso 5 ottobre, nel frattempo, il Consiglio Comunale cittadino ha approvato una delibera sul cosiddetto "piano-cibo": un documento strategico che pone, da oggi al 2020, una serie di priorità di azione per migliorare l'accesso agli alimenti in città. Tra i punti chiave del documento l'abolizione dei cosiddetti "food desert" (le aree urbane in cui non esiste un negozio di alimentari nel raggio di 500 metri, un grave problema per le persone non autosufficienti), l'introduzione di attività di contrasto a sprechi ed eccedenze, la protezione delle fasce più a rischio—bambini e over 65.

"Chiudere i battenti ci renderebbe felici, significherebbe che non c'è più bisogno di noi."

"I fruitori degli enti caritativi in città ogni giorno sono in tutto 135,000," spiega Amato. "I contenuti della Food Policy sono stati delineati nel corso degli ultimi mesi di concerto con tantissime realtà operanti sul territorio. Ora che il documento è stato approvato, passeremo alla fase operativa." Ovvero quella in cui bisognerà trovare i fondi per avviare concretamente il piano. Amato assicura però che "i potenziali partner già ci sono: fondazioni, terzo settore, università, consigli di zona, grandi aziende, startup e produttori alimentari."

Ma mentre il dibattito attorno al problema della sussistenza e del cibo prosegue fuori e dentro da Expo e dalle sale comunali, sono le piccole associazioni a restare in prima linea in questa guerra di strada contro la fame e la povertà. "Chiudere i battenti ci renderebbe felici," spiega Rossi di Pane Quotidiano. "Significherebbe che non c'è più bisogno di noi. Sarebbe una vittoria."

Ma Joan, un volontario peruviano dell'associazione, sembra scettico rispetto a questa prospettiva: "Il numero di poveri e affamati in Italia sta crescendo," mi racconta. "Dopo molti anni a Milano, in autunno tornerò in Perù. Le cose, laggiù, si stanno rimettendo in piedi. L'Italia, invece, sta affondando."

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Tutte le foto di Valerio Bassan/VICE News tranne la foto di apertura,
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