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Cultura

'Selfie' racconta l'abuso in divisa attraverso due adolescenti di Napoli

Il regista Agostino Ferrente ha voluto raccontare la morte di Davide Bifolco, ucciso nel 2014 da un carabiniere. Ne abbiamo parlato con lui.

di Antonella Di Biase
24 luglio 2019, 9:14am

Alessandro, uno dei protagonisti di Selfie, davanti a una foto di Davide Bifolco. Tutte le foto per gentile concessione di Agostino Ferrente.

Alessandro e Pietro sono due sedicenni che abitano nel Rione Traiano, nella periferia nord di Napoli. Non vanno più a scuola e parlano in dialetto più spesso che in italiano. Alessandro lavora in un bar vicino casa, il Bar Cocco, Pietro vorrebbe fare il barbiere ma non ha nessuno che lo prenda a lavorare come apprendista. Smartphone a parte, potrebbero essere due personaggi del dopoguerra usciti da L’amica geniale. Invece sono i protagonisti di un film-documentario del 2019, Selfie, di Agostino Ferrente.

Acclamato alla Berlinale e in altri festival italiani e internazionali, Selfie ha ottenuto un ottimo riscontro di pubblico e critica. Molti media ne hanno parlato principalmente per il fatto che è stato girato, appunto, in modalità selfie da due ragazzini di un quartiere povero di Napoli. Una trovata registica che in una città resa glamour da film, serie TV e videoclip sulla camorra ha un significato che va oltre il pretesto dell’originalità: è la chiara ricerca di una prospettiva opposta.

Ma l’aspetto di cui si è parlato un po’ meno è che il film è ispirato e dedicato a Davide Bifolco, un sedicenne incensurato del Rione Traiano ucciso da un carabiniere nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2014. La versione ufficiale della vicenda è che il colpo letale sia partito per sbaglio durante l’inseguimento di un presunto camorrista; ma come spesso capita quando si parla di violenze da parte delle forze dell’ordine, nella ricostruzione c’erano e ci sono molti aspetti ambigui che probabilmente non verranno mai chiariti.

Di recente ho assistito a una proiezione del film seguita da un dibattito con il regista e alcuni ospiti, tra cui Ilaria Cucchi. Tra i temi emersi c’erano ovviamente l’emarginazione, l’omicidio di stato, l’assenza delle istituzioni e il pregiudizio che affligge certe periferie e categorie di persone. Il film è molto bello, di violenza e di Davide Bifolco si parla solo attraverso la quotidianità semplice di due adolescenti—ma è come se se fossero sempre lì, nascosti nel negativo fotografico. Di questo e altro ho parlato con il regista e sceneggiatore, Agostino Ferrente.

VICE: Come mai hai scelto di fare un film dedicato a Davide Bifolco?
Agostino Ferrente: La casa di produzione francese Magneto, finanziata da Arte, mi aveva proposto di girare un documentario sui giovani napoletani camorristi, ma io ho declinato l’offerta: se documenti dei ragazzi che delinquono, di fatto ne diventi complice. Nel cinema della realtà i protagonisti prima di essere personaggi sono persone.

Allora ho rilanciato con una proposta per certi versi “sovversiva”: provare a dimostrare che anche la non-violenza può essere ugualmente fotogenica. Per questo ho scelto come protagonisti due sedicenni che, come Davide Bifolco, resistevano alla devianza.

All’epoca dell’omicidio la notizia mi aveva colpito molto, sia perché il rione lo avevo frequentato per un altro film sia perché la vicenda era stata raccontata con una pornografia mostruosa. Giornalisti e lettori hanno dato da subito e senza appello la loro chiave di lettura della vicenda: “vabbè, uno di meno”. Per me è come se attraverso Davide avessero ammazzato un intero popolo.

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Alessandro e Pietro nella camera del Boss.

Una delle cose che la sua famiglia dice più spesso è che “Davide è stato ammazzato due volte.” È anche il tuo punto di vista?
Sì, la prima volta materialmente, la seconda per come l’episodio è stato gestito e presentato. I media hanno trasformato la vittima in carnefice per puro pregiudizio. Davide era incensurato, e anche se avesse commesso qualcosa non avrebbe certo meritato la condanna a morte, peraltro senza alcun processo.

La famiglia ha invano denunciato i tanti tentativi di depistaggio e inquinamento delle prove da parte dei militari. Come racconta il papà di Davide nel film, vicino il cadavere del figlio hanno messo un’arma da fuoco per far credere che lui fosse armato, e che dunque lo sparo fosse avvenuto per legittima difesa, hanno ammanettato il corpo senza vita e costretto il personale dell’ambulanza a caricarlo senza il preventivo permesso del magistrato per lasciar credere che Davide fosse morto durante il trasporto.

Il carabiniere che ha sparato è stato condannato in via definitiva a 2 anni per omicidio colposo con pena sospesa. In pratica, come ripetevano i fratelli, non ha scontato un giorno di carcere per aver ammazzato una ragazzino. Qualsiasi altro cittadino che commette un reato minore può essere condannato a diversi anni.

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Alessandro che indossa una maglietta dedicata a Davide Bifolco.

Il caso di Davide Bifolco non è diventato noto come, per esempio, quello di Stefano Cucchi. Eppure ci sono delle analogie, in più lui era minorenne. Secondo te perché?
I motivi sono molti. Senz’altro c’entra il pregiudizio con cui vengono visti questi quartieri. E poi le persone che ci abitano, ovvero il 70 percento della popolazione di Napoli, non si sentono cittadini, non sanno nemmeno di avere dei diritti, e fanno fatica a farsi valere. Forse anche la magistratura ne rimane condizionata. Se vieni da lì un po’ sei colpevole a prescindere. E infatti questi ragazzi crescono con una sorta di senso di colpa che gli viene quasi inculcato alla nascita.

Io vengo da Cerignola, una cittadina del foggiano non troppo diversa dal Rione Traiano. Il mondo è pieno di posti così, che vengono collegati esclusivamente a delinquenza ed episodi di cronaca nera. Ma se racconti solo quelli, non dai nessuna chance a chi tenta di opporsi. Anche per questo ho deciso che i protagonisti di Selfie dovessero auto-raccontarsi. Per dare la parola a chi non ce l’ha mai.

Pietro e Alessandro, i protagonisti, sono i due sedicenni del rione che hai scelto per rappresentare Davide. Come li hai incontrati?
Ero andato a parlare col padre di Davide Bifolco per raccontargli della mia intenzione di fare un film dedicato al figlio. Non volevo una ricostruzione giornalistica, non è nelle mie corde; volevo raccontare il contesto nel quale questa tragedia era maturata. Cercavo dei sedicenni che in qualche modo lo rappresentassero.

Lui mi aveva dato appuntamento al Bar Cocco, dove lavora un ragazzino magro, con i brufoli, che ci ha servito il caffè molto di fretta perché era in ritardo per la processione della Madonna dell'Arco di cui è estremamente devoto. Mi aveva colpito, allora gli ho dato il telefono e chiesto di filmare la processione in modalità selfie. Lui ha accettato. A un certo punto, durante una preghiera cantata, si è commosso e ha pianto—ma non ha stoppato la registrazione. Questa cosa, quando l’ho vista, mi ha colpito.

E Pietro?
Il giorno dopo la processione, un ragazzino più cicciottello con i baffi si è presentato da me dicendomi con tono di protesta che lui e Alessandro erano amici inseparabili, e che se volevo davvero fare “un film vero”, non potevo filmare il suo amico senza di lui. Così ho trovato il secondo protagonista, anzi sono loro che hanno trovato me.

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Pietro e Alessandro in Selfie.

Come mai la scelta di dare loro il telefono per farli filmare in modalità selfie?
È stata una scelta guidata sia da motivi sociali, umani, che da esigenze espressive. Il documentario non è solo quello che racconti, è anche come lo racconti: la tecnica non è mai fine a se stessa, ma è funzionale a quello che vuoi raccontare.

Volevo permettere a Pietro e Alessandro di auto-raccontarsi perché di solito la loro realtà è raccontata da altri. Volevo che si filmassero mentre si guardavano in uno specchio. Mi interessava far emergere ciò che li rende adolescenti normali e allo stesso tempo vittime di una mancanza di rispetto dei diritti basilari.

Nascere in quartieri come quello è uno svantaggio, non una colpa come molti pensano. Ho chiesto loro di filmarsi mettendosi di lato, in modo da inquadrare anche il loro ambiente, il loro rione.

Una curiosità: tu eri con loro tutto il tempo, dietro il cellulare?
Certo, io ho fatto il mio lavoro di regista provocando i protagonisti, creando insieme a loro le situazioni narrative. Il più del lavoro si fa a telecamera spenta, per conquistare intimità e familiarità. Se mi dici che la mia presenza e quella della troupe non si avverte, mi fai un grande complimento.

Anche un film dal vero ha delle regole narrative: devi commuovere, far ridere, far riflettere. Per questo di solito creo con quella che definisco drammaturgia sul campo, decidendo insieme ai protagonisti la sceneggiatura giorno per giorno. Quello che mi interessava era che i ragazzi fossero se stessi, e in questo la modalità selfie ha aiutato. Sono stati bravissimi.

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Piazza con il murales di Davide Bifolco.

Sia Alessandro che Pietro sanno che la loro condizione sociale non migliorerà mai. Nel film parlano anche delle circostanze che li hanno portati ad abbandonare la scuola. Stando agli ultimi dati , la situazione dell’istruzione in Italia è sempre più problematica.
A Napoli e provincia c’è il tasso di abbandono scolastico più alto d’Italia. La costituzione obbligherebbe lo stato a eliminare qualsiasi ostacolo che impedisca ai ragazzi di studiare, ma molti di loro non hanno soldi nemmeno per comprarsi lo zaino, magari hanno anche un genitore in carcere.

Inoltre i loro genitori non hanno modo di aiutarli con i compiti perché non hanno studiato, e di certo non possono permettersi le ripetizioni. L’unico ammortizzatore sociale a quel punto, come noto, è la camorra. E chi si rifiuta di piegarsi a questa logica deve lavorare per pochi soldi e senza ferie, come Alessandro.

A volte i film fanno miracoli. Sulla mia pelle ha avuto un ruolo inaspettato nel processo Cucchi. Speri che Selfie possa cambiare qualcosa?
NNel caso Bifolco il processo è chiuso, purtroppo non c’è nessuna possibilità di dare una svolta. L’unica cosa che spero di aver ottenuto è rappresentare le periferie di Napoli—simili a migliaia di quartieri popolari del mondo—per i suoi aspetti non violenti, senza bisogno di spettacolarizzazione. Non succede da molti anni a questa parte.

Sarà stucchevole dirlo, ma a me piace raccontare le cose belle, i fiori che crescono tra le macerie, nonostante tutto. Anche se vengono calpestati, o recisi, così come è successo a Davide.

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