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Davvero gli italiani non leggono più?

Ho parlato con Sandro Ferri, fondatore delle Edizioni E/O, dello stato dell'editoria in Italia, dei lettori che non leggono più, e del perché, comunque, quello dell'editore è sempre il lavoro più importante.
10.6.15

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Non mi ricordo l'ultima volta che ho sentito qualcuno dire qualcosa di positivo che avesse a che fare con i libri e l'Italia. La cosa più triste è che il più delle volte non c'è nemmeno bisogno di parlare. Basta dare un occhio ai libri più venduti del 2014 e agli ultimi dati ISTAT: la percentuale di persone sopra i sei anni che hanno letto almeno un libro è scesa dal 43 percento del 2013 al 41,1 percento del 2014.

Ma mentre sempre meno persone leggono, sempre di più vogliono scrivere—come ben mimetizzato tra le righe del Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2014. E tra social network dove tutti ci narriamo manco fossimo Hemingway, Dario Franceschini che secondo me nonostante le smentite quello che voleva dire era proprio quello che ha detto e premi letterari di cui nessuno sa nulla, la situazione dell'editoria in Italia pare fallata non poco.

Volevo capire se è tutta colpa delle ultime generazioni, quanto c'entra la crisi economica e quanto invece l'industria della cultura è sempre stata così, on the rocks. Per questo ho contattato l'ufficio stampa delle Edizioni E/O, casa indipendente romana che ha pubblicato Eric-Emmanuel Schimtt, Elena Ferrante, Tennessee Williams solo per citare quelli sul mio comodino, ha un progetto parallelo negli Stati Uniti che ha appena festeggiato i dieci anni, e ha avuto Kundera come direttore di collana

È così che mi sono trovata per direttissima al telefono con Sandro Ferri, che con Sandra Ozzola Ferri ha creato E/O negli anni Settanta. E che di ritorno da NYC e in partenza per Parigi mi ha raccontato l'editoria in Italia.

Milan Kundera nel 1980. Foto via

VICE: Secondo gli ultimi dati ISTAT i lettori sono sempre meno. Quindi dovrei cominciare con il chiederle se le vendite delle Edizioni E/O sono diminuite, anche se so che non è così.
Sandro Ferri: Per noi no. Però è un fatto un po' contingente, perché in questo momento quattro libri—quattro volumi di un unico romanzo—della stessa autrice, Elena Ferrante, stanno vendendo moltissimo, sono in classifica da prima dell'inizio dell'anno. Il primo volume, che è uscito tre anni fa, è stato quasi sempre in classifica, ormai ha venduto oltre 150.000 copie. Questo cambia un po' i dati però spiega anche come funziona il mercato: si basa su sempre meno titoli che vendono tanto e diventano dei best-seller. La grande maggioranza dei libri, invece, non vende che qualche centinaio o migliaio di copie—ovvero, per l'editore, sono a perdere.

C'è però un'altra cosa da aggiungere: questi best-seller arrivano al massimo a qualche centinaia di migliaia di copie, non raggiungono più i numeri che raggiungevano qualche anno fa, ovvero uno, due milioni di copie.

È una tendenza italiana?
No, è un fenomeno internazionale che pone ovunque grandi problemi. Perché nessuno può ragionevolmente pensare a un sistema editoriale che si basi sul best-seller e che non pubblichi gli altri. Anche perché i best-seller possono avere successo solo in quanto c'è una massa di titoli che continuano a uscire. Anzitutto per un motivo di probabilità: l'editore non sa quale libro diventerà un best-seller.

Ma il motivo più profondo è che tutti questi titoli nuovi, 50.000 l'anno in Italia, anche se vendono 400 copie creano comunque una massa di lettori abbastanza ampia per creare un giro letterario, un accesso alle librerie, permettere alle librerie di sopravvivere e quindi di far funzionare tutto il sistema editoriale.

Ecco, un altro argomento che molto spesso si tocca è quello della quantità dei titoli pubblicati, che aumenta a dismisura a differenza dei lettori.
Sì, c'è sempre la polemica, "si pubblicano troppo titoli"—no, non si pubblicano troppi titoli. Che poi 50.000 non sono nemmeno tanti, ci sono paesi in cui se ne pubblicano di più. Ma questi 50.000 titoli sono il buon nome su cui funziona tutto il sistema editoriale. Attualmente questo è il modello: l'80-90 percento sono libri a perdere che io editore pubblico, e il restante 10-20 percento paga tutto. Con differenze di cifre e numeri, anche tra i grandi editori funziona nello stesso modo.

A proposito , ho letto la vicenda de L'eleganza del riccio: non è facile capire cosa può diventare un best-seller. Rifiutato da più parti, voi l'avete comprato ed è diventato un best-seller e un film. È una cosa che succede spesso?
Diciamo che non è così strano. Anche nelle case editrici c'è molto disorientamento, gli editori passano a lato a libri belli o di successo. Per quanto riguarda L'eleganza del riccio, appena io e mia moglie l'abbiamo letto a Francoforte abbiamo capito che era un buon libro e abbiamo fatto subito un'offerta—tra l'altro anche in Francia il successo è partito solo dopo che noi l'abbiamo acquistato.

Non so se gli altri editori in effetti l'avessero letto e rifiutato, se ne sentono tante in questo settore, ma se anche fosse—capita tutti i giorni: gli editori sono sottoposti a una tale massa di proposte che non è che hanno un mese per leggere un libro, farlo leggere ad altri, confrontarsi. Spesso va letto in due giorni, con altri cinque libri che ti premono dietro. Ci sta che si possa bucare.

Quanti manoscritti ricevete mediamente? Ho letto sul vostro sito che avete istituito una policy ben specifica—ne accettate solo in determinati mesi, e date risposta entro due mesi. Altre case editrici, invece, nemmeno più accettano i manoscritti.
Ne riceveremo migliaia all'anno, non c'è segnale di diminuzione di scrittura. Al massimo, la differenza è che oggi ci sono più agenti, per cui alcuni autori vengono selezionati a monte dagli agenti.

Io penso che la gente continui a scrivere perché è un bisogno fisiologico, e io non lo giudico nemmeno negativamente—quello che dico è che bisogna distinguere tra questo bisogno e la professionalità, che è tutt'altra cosa. Non è perché ti piace aggiustare tubi che ti inventi idraulico in un giorno. Invece si pensa che tutti possano scrivere e possano essere pubblicati. Ma non è vero per nessun mestiere, non vedo perché lo dovrebbe essere per il libro. Poi oggi c'è il self-publishing, che negli Stati Uniti va tantissimo, 700.000 titoli all'anno. Che va bene, ma è un'altra cosa. Non è quello che fa l'editore.

Franceschini ha parlato della volontà di creare una Biblioteca dell'Inedito, che pare un po' un'idea controproducente—che tutti debbano produrre ma che non ci sia un'educazione alla lettura.
A me sembrava un'uscita estemporanea, almeno perché subito dopo Montroni [_presidente del Cepell_] ha corretto, ha detto che intendeva un posto in cui raccogliere tutti i testi autobiografici. Peraltro esiste già, sta a Pieve santo Stefano ed è un luogo in cui si raccolgono gli scritti pensati per mantenere viva la memoria degli italiani. Non c'entra niente con la letteratura.

Il lavoro degli editori è proprio il contrario, è quello di fare una selezione. Secondo me l'editore ha ancora più senso in epoca di self-publishing perché seleziona un taglio e una gamma da proporre ai suoi lettori, secondo i suoi criteri. La cosa importante è che il suo lavoro e le sue scelte devono essere riconoscibili. Serve come orientamento per il pubblico—insieme ad altri fattori, il librario che sceglie ed espone i libri, i critici che parlano, non parlano, parlano bene, parlano male, i blog e il passaparola. Tutto questo mondo dovrebbe servire a selezionate e fare così la vita dei libri.

E funziona?
No, anzi, io temo che uno dei problemi oggi in Italia sia che questo circuito intellettuale funziona male. I suoi meccanismi sono inceppati: dai premi che sono sempre più discutibili, opachi nelle loro scelte, alla critica nei giornali che è sparita, oppure è non obiettiva, si basa su favori, etc. Tutti questi meccanismi e forme di partecipazione alla vita letteraria sono in crisi, se si riuscisse a farli funzionare e a dargli credibilità, il pubblico tornerebbe più volentieri in libreria.

Secondo lei questa è una situazione momentanea, legata alla crisi economica, o è un retaggio culturale, per cui il lavoro intellettuale è considerato quasi "da fare per il ritorno di immagine" piuttosto che un vero lavoro? Penso anche a tutto quello che si è detto in seguito all'ultima vicenda di ISBN.
Direi che quello c'entra soprattutto con la miseria in cui versano la maggioranza dei piccoli editori. Poi certo ci saranno anche gli imbroglioni. Non conosco bene ISBN, ma il problema di fondo è che è un mondo estremamente povero, che di conseguenza in gran parte si basa su lavoro poco pagato. Ci sono anche sempre più librerie che purtroppo non pagano, perciò i distributori non hanno i soldi da dare agli editori e questi a loro volta, per dire, non pagano i tipografi.

Certo la crisi si è aggravata negli ultimi anni, abbiamo perso il 25 percento del mercato, ma è sempre stato un mondo molto povero.

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Una cosa unica delle vostre edizioni è che avete creato un dialogo a doppio senso tra le diverse culture, un vero import-export, perciò magari è possibile fare dei confronti tra le abitudini di lettura dei vari paesi. A parte Elena Ferrante che immagino faccia da traino sia in Italia che negli Stati Uniti, ci sono dei generi che vanno per la maggiore? Sono gli stessi in Italia e negli Stati Uniti?
Mah, non mi sembra che ci siano dei generi trainanti. Forse adesso c'è una ripresa della letteratura rosa o del crossover, cioè dei libri che possono andare per tutte le età—la letteratura più facile, detta in parole semplici. Per il resto non mi sembra, né il noir, il giallo, il thriller, non è che ci siano dei generi o un genere letterario che funziona più degli altri. Inoltre, è abbastanza insondabile quello che può andare o non andare, a parte queste tendenze che le dicevo, e che peraltro noi non facciamo. A me pare che il pubblico sia molto disorientato, a cercare i libri si va un po' così a caso.

Ci sono delle differenze rispetto agli altri mercati con cui lavorate, sia a livello economico che a livello culturale, oppure è una situazione generale?
In altri paesi è un po' meglio, dipende. Negli Stati Uniti il mercato è più ricco, ci sono più lettori, c'è un mercato di massa che a noi manca—quello esteso dei best-seller—che porta soldi nel giro e permette alle case editrici di fare anche cose più letterarie. Negli Stati Uniti poi funziona meglio la società letteraria: per esempio il sistema di recensioni ha mantenuto una trasparenza che noi ci sogniamo, ce ne sono molte di più, la gente ci crede di più, i premi sono assegnati con criteri più oggettivi e meno di favore. È questione di visibilità: per esempio ci sono riviste che fanno le pre-review [_recensioni prima che il libro esca_] e le biblioteche si basano su quelle schede e comprano quei libri. In più le librerie dopo aver vissuto una grossa crisi 15-20 anni fa ora si sono riprese e stanno guadagnando bene, anche perché possono usufruire dello stesso sconto delle grandi catene—ci sono librerie indipendenti in America davvero floride. Cosa che qui non si può nemmeno immaginare.

In Francia va meglio perché c'è uno stato che funziona, la legge sul prezzo fisso che difende le librerie indipendenti, c'è più serietà nel sistema dell'informazione e della critica e un sistema di premi che funziona meglio. Certo, ci sono le polemiche ma quando c'è un premio la gente aspetta di capire chi lo vince e compra i libri.

Un'ultima cosa, secondo lei gli e-book hanno aperto una nuova fetta di mercato o sono gli stessi che si sono spostati anche su altra piattaforma?
Secondo me sono gli stessi, ci saranno anche quelli che da quando ci sono gli e-book dato che costano di meno e sono più facili da portare in giro leggono di più, ma sostanzialmente sono gli stessi.

Grazie.

Alla fine quindi non ho avuto il coraggio di chiedergli se mi fa intervistare Elena Ferrante.

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