Migranti, emergenza sanitaria e rap: la storia di Shadowboy Myzic

Daniel aka Shadowboy Myzic è un rapper siciliano di origine ghanese che mette in musica la sua vita e il suo lavoro sulle navi per l'accoglienza ai migranti nel Mediterraneo.
17.5.21
Shadowboy Myzic rapper
Foto per concessione dell'intervistato

È nel Mare Nostrum che si incontrano i due protagonisti di questa storia, Daniel e Guido. Quello stesso Mediterraneo dove il 22 aprile hanno trovato la morte, nel disinteresse generale, probabilmente centinaia di migranti, ai quali sommare i 350 già periti dall'inizio del 2021. Safa Msehli, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu (Oim), si è sentita di commentare così la vicenda su Twitter: “Lasciati morire in mare. L'umanità è annegata”.

Pochi giorni prima, da Venezia è partita un'imbarcazione senza nome, trasportata con rimorchiatori e chiatte e destinata ad arrivare ad Augusta, in Sicilia. Sulla carta questa barca doveva essere un peschereccio con un equipaggio di 15 persone, ma il 18 aprile del 2015 si è trasformata invece in un cimitero liquido per un migliaio di persone anche loro senza nome, provenienti dal Mali, dalle Mauritius e dal Corno d'Africa. Solo 28 passeggeri sono sopravvissuti al naufragio, e la nave è diventata il simbolo di un genocidio continuo, un monumento alla memoria ribattezzato “Barca Nostra”.

Sono, queste, le storie che costituiscono la trama delle migrazioni nel Mediterraneo. Qui dove il recupero, il salvataggio e l'accoglienza dei migranti ad opera di ONG e volontari, gruppi umanitari e navi di soccorso sono spesso l'unica costante in grado di evitare il peggio, sebbene per tutta risposta il loro lavoro venga spesso raccontato e bollato come una pratica criminale.

“Da neolaureato, ho deciso di imbarcarmi a bordo di una nave per l’assistenza ai migranti soccorsi in mare, in pieno inverno e in piena pandemia, per lavorare nella squadra sanitaria” racconta Guido Bocchino. Ha 26 anni ed è di Cassano Irpino, un piccolo borgo di circa 1.000 abitanti in provincia di Avellino. È un normalissimo ragazzo di paese, cresciuto tra scuola calcio e liceo scientifico prima di trasferirsi a Roma a 19 anni per studiare Medicina, e poi a Napoli per iniziare il percorso come specializzando in Chirurgia plastica e ricostruttiva.

shadowboy myzic

“Sulla nave il mio compito era la sorveglianza sanitaria ai migranti e allo staff. In pratica, c'era un ambulatorio per gli ospiti: una sorta di medico di base ma a bordo della nave. Inoltre ero addetto a tutti i tantissimi tamponi da effettuare, refertare e spedire. Infine, lavoravo alle visite al ponte COVID, debitamente vestiti e muniti di ogni precauzione,” specifica. “Ed è stato forse qui che ho stretto maggiormente amicizia con Daniel, dal momento che lui era responsabile COVID per il team dei mediatori, mentre io lo ero per il team Sanità.”

“I lockdown non fermano di certo la ricerca di una vita migliore,” sottolinea poi, “e, di conseguenza, il flusso continuo di persone nel Mediterraneo.” Con il coronavirus, anzi, la situazione è peggiorata e l'emergenza sanitaria ha impattato anche su queste attività di soccorso in mare nonché sulle procedure di sbarco. Come risposta, il governo italiano ha messo in campo varie misure, tra le quali la creazione di vere e proprie “navi di quarantena” che dovrebbero fare le veci degli hotspot di terra, nonostante le molteplici difficoltà e i profili critici riguardanti le condizioni materiali a bordo, l'accesso alle cure e al diritto di asilo, le procedure di controllo e le problematiche vissute dalle persone sottoposte alla sorveglianza sanitaria.

Tanto più che la retorica infamante che ha purtroppo accompagnato ad ogni passo i volontari e le ONG offre da anni un quadro distorto della situazione: l'invenzione di un fantomatico esercito di vascelli corsari, trafficanti di esseri umani e terroristi disumani e sanguinari. A questa retorica venduta a due lire, tanto fantasiosa quanto volontariamente faziosa, ha spesso fatto seguito una dichiarata ostilità politica, esplicitata anche da un lungo elenco di fermi amministrativi e curiose indagini—basti ricordare quella della procura di Trapani dove, tra le altre cose, dalle carte depositate dai pm emerge che diversi giornalisti italiani e stranieri sono stati intercettati—, battaglie legali e decreti sicurezza, nebulose politiche migratorie nonché mancate leggi sulla cittadinanza. E, nel frattempo, come riportato su La Stampa da Fabio Albanese e Giuseppe Salvaggiulo, ad oggi non c'è stata nessuna condanna né alcun processo, solo archiviazioni o proscioglimenti.

È tuttavia proprio su una di queste navi che Guido conosce Daniel Kyei: “L'ho incontrato durante una delle prime cene a bordo della nave, a base di timballo di pasta e pollo alla piastra. Era nettamente il più grosso dei mediatori culturali, 180 cm di altezza per 90 kg di muscoli, tuta fluo e Air Jordan blu elettrico. Difficile non notarlo tra innumerevoli jeans e converse bianche.” ricorda Guido. “Due cose mi hanno colpito subito: aveva il doppio del cibo di noialtri e stava sempre al telefono ad aggiornare il profilo. Il tutto con un sorriso contagioso e salutando ogni compagno con ‘What’s up bro?’”

shadowboy myzic

Daniel è nato a Konongo, un sobborgo della regione di Ashanti, in Ghana, ma a 9 anni era già in Italia ed è cresciuto a Palermo. Studia finanza e marketing, nonostante si definisca un artista per professione e nel tempo libero faccia anche il volontario nelle notti palermitane. La sua arte è quella musicale e sono proprio le canzoni a mettere davvero in contatto i due, “La mia prima impressione su Guido è stata molto positiva, perché ha subito accettato di ascoltare la mia musica e ha dimostrato di apprezzarla. Si è comportato molto presto come se fosse il mio manager e ha dimostrato in fretta un grande interesse per quel che facevo. Il nostro rapporto di amicizia è cresciuto molto grazie alla nostra passione in comune.”

Quando rappa Daniel si fa chiamare Shadowboy Myzic. Per due volte è stato inoltre scelto come miglior rapper ai premi multiculturali di Palermo, aggiudicandosi anche il Missionary Festival dei Popoli del 2014, e si presta come DJ nei locali palermitani più inclini alle produzioni interculturali. Proprio la dedizione verso gli altri e la necessità di aiutare il prossimo segnano la sua produzione. Tanto che, nonostante Daniel abbia in testa un solo obiettivo, quello di diffondere la sua idea di musica, ad affascinarlo non è tanto l'idea del successo quanto la voglia di migliorarsi, condita da un ottimismo disarmante.  

Nel testo di “Vein” si evince tutta questa sua passione: la rabbia con cui pronuncia ogni frase rispecchia palesemente la voglia di emergere e la necessità di confrontarsi con un discorso artistico più esteso e articolato. Un sogno, quello di Shadowboy Myzic, che si è materializzato nella sua ultima traccia “King Shadow”, una sincera critica al panorama attuale troppo piatto, nonché un affronto alla trap, come se il suo obiettivo fosse di colmare quel buco culturale che si concretizza nell’assenza di una voce afrodiscendente riconoscibile a tutti. “Da noi va per la maggiore il reggaeton, ma io e il mio team siamo riusciti a far conoscere pian piano l’afrobeats, che sta conquistando molte persone soprattutto durante questa pandemia. Questo è ciò che voglio fare: sogno di portare l’afrobeats in tutta Italia, dove ancora questo genere è poco conosciuto.”

Shadowboy rimarca: “Sinceramente, quello che ho notato da un po’ di anni nella scena italiana è che le persone non ascoltano né leggono i testi, ma seguono giusto il ritmo. Io invece nelle mie canzoni tengo particolarmente a far capire i testi perché in ogni brano c’è sempre un messaggio che può essere d'amore, può parlare di vita o di divertimento.” E ancora una volta Guido dimostra di essere in sintonia con lui, “Certamente le strumentali e i beat della scena attuale sono di qualità, ma i contenuti lasciano poco spazio alla sincerità e sono volti ad accontentare il grande pubblico. Monotoni e monotematici.”

shadowboy myzic

Un'impressione confermata anche dall’instant song “Covid-19” che, nonostante un titolo tanto banale quanto pesante, cerca di affrontare la pandemia a muso duro. “Il coronavirus andrà via. Non è solo un obiettivo, è una certezza che dobbiamo sempre tenere ferma nelle nostre menti. E questa consapevolezza ci deve fare superare ogni dolore. Non dobbiamo farci abbattere ma reagire. Tutti uniti come in un unico gesto d’amore e fratellanza,” dice Daniel. In sostanza, si tratta di un inno alla resilienza contro il nuovo mostro, nonché un monito per chi ha avuto la fortuna di nascere e crescere nel posto che ama.  

“Ciò che ricorderò sempre, comunque, sono i bei momenti che io e Guido abbiamo passato ascoltando canzoni insieme, lavorando in ambulatorio e aiutando gli ospiti della nave ad affrontare ciò che li aspetterà fuori dopo la quarantena,” sottolinea poi Daniel. “Quello che non dimenticherò mai è la diversità di colori, suoni, lingue, movimenti e modi di fare di tutte quelle persone che affrontano il viaggio nel Mediterraneo arrivando al nostro paese, persone che con grandissimo coraggio affrontano un lunghissimo e difficilissimo viaggio.” Gli fa eco Guido, quando afferma che “Sin dal mio imbarco mi sono sentito a casa. Del resto è facile essere in sintonia con altre 20 persone folli che stanno facendo la tua stessa cosa. Tra folli ci si capisce al volo.”

Una follia che riguarda anche quella corsa al successo in cui pochi vincono e molti perdono. C’è, però, qualcuno che non si è mai arreso e cerca di emergere con coraggio e dedizione, mescolando l’esperienza di vita personale alla ossessiva ricerca musicale. Qualcuno che conosce la fame. E forse è proprio questa a rendere credibile questo desiderio di cambiare ciò che ci circonda. Un artista alla costante ricerca di sé e della propria vena artistica: Shadowboy Myzic. Che questa ricerca avvenga anche con il suo lavoro di volontario, in quel Mediterraneo in cui, secondo la International Organization for Migration, dal 2014 sono morti o andati dispersi 19.000 migranti, fa soltanto onore alla sua musica e alla sua amicizia con Guido.