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Nel profondo, spero che 'Death Stranding' di Kojima non esca mai

Ieri Kojima Productions ha annunciato che il 29 maggio mostrerà qualcosa di nuovo sul videogioco più atteso degli ultimi anni — ma io spero che non si tratti davvero del gameplay.

di Matteo Lupetti
28 maggio 2019, 1:20pm

Death Stranding. Immagine: YouTube/PlayStation

Ieri, Kojima Productions di Hideo Kojima ha anticipato su Twitter che mostrerà qualcosa di nuovo sul suo attesissimo videogioco Death Stranding il 29 maggio, cioè domani. Qualcuno — ingenuamente — si illude che sia il gioco stesso, pronto e impacchettato, in molti — più razionalmente — sperano di vedere finalmente almeno le meccaniche del gioco, magari un pezzo più o meno rappresentativo di come sarà, davvero, giocare al gioco più atteso degli ultimi (boh, 200?) anni, protagonista misterioso di svariate convention di settore, che ha consacrato l’attore Norman Reedus a fantasia genitoriale definitiva.

Io, invece, spero che domani non venga mostrato davvero il gameplay. Vorrei che Death Stranding continuasse, piuttosto, a manifestarsi come una lunga serie di trailer, sempre più bizzarri, frammentati, incomprensibili. Nel profondo, vorrei che Death Stranding non uscisse mai.

Certo, questa è prima di tutto paura della delusione. Magari Death Stranding avrà davvero meccaniche rivoluzionarie, magari sarà davvero totalmente diverso da tutto ciò che abbiamo giocato sinora, ma temo che sarà necessariamente un’esperienza piuttosto convenzionale. O almeno, temo che sarà un’esperienza molto più convenzionale dei suoi trailer. Ci muoveremo con la levetta analogica sinistra del gamepad della PlayStation 4, sposteremo la telecamera intorno al personaggio con la levette destra, premendo i tasti interagiremo col mondo e apriremo menù. Kojima ha parlato di come Death Stranding voglia “connettere” chi gioca invece di dividere tra vincitore e vinti, ma persino tra le esclusive Sony è già possibile trovare un videogioco che fa qualcosa del genere: Journey di thatgamecompany (ora in arrivo anche su PC).

E la verità è che qualsiasi cosa Death Stranding si riveli essere non potrà mai essere migliore delle infinite fantasie suggerite dai suoi trailer. Qualche maledetto drammaturgo tedesco nel Settecento ha detto “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” e, pensateci, aveva capito anzitempo che una strategia di marketing può essere migliore del prodotto stesso. Lo scrittore horror HP Lovecraft ha basato tutta la sua poetica su questo indefinito, su vaghe descrizioni di creature e luoghi pensate per stuzzicare la fantasia, il direttore della serie Dark Souls Hidetaka Miyazaki lo ha trasformato in un elemento fondamentale della narrazione delle sue opere, immergendo chi gioca in un mondo colto solo a brandelli attraverso le poche parole pronunciate dai suoi abitanti e le descrizioni dei suoi oggetti. Così — se vogliamo portare il discorso a un altro estremo — il rinascimento del porno amatoriale è stata una risposta all’aumento della risoluzione del porno professionale e mainstream, restituendo con riprese buie e sgranate alla fantasia ciò che l’alta definizione le aveva sottratto.

E non c’è solo questo. Kojima è arrivato al videogioco (anche) grazie alla sua passione per i film, una passione che in questi trailer sembra finalmente in qualche modo libera di sfogarsi. Anche se — a differenza di altri sviluppatori influenzati dal cinema (come Naughty Dog di Uncharted e The Last of Us o Quantic Dream) — Kojima ha sempre cercato di arricchire meccanicamente le sue opere invece di limitarsi a creare film d’azione da giocare o film a bivi, nel tempo i suoi videogiochi si sono riempiti di lunghe sequenze filmate e non interattive che hanno raccontato trame sempre più bislacche. Il finale di Metal Gear Solid 4 Guns of Patriots dura in tutto più di 70 minuti e i trailer di Death Stranding potrebbero essere il passo successivo: un videogioco fatto solo di cutscene, rilasciate in anni e anni e private del loro contesto.

Sarebbe la vittoria del Kojima regista, l’occasione di realizzare non una serie di trailer promozionali ma una serie di cortometraggi insieme a Norman Reedus, Léa Seydoux, Lindsay Wagner, Mads Mikkelsen e Guillermo del Toro. Attori liberati grazie alla motion capture dai loro corpi fisici e dotati di nuovi corpi digitali capaci di tutto e realizzati secondo i desideri di Kojima (l’attrice Lindsay Wagner compare in Death Stranding con le sembianze che aveva quarant’anni fa). Cutscene liberate dal loro videogioco, dalle sue necessità commerciali, cutscene che non “tagliano” più le parti interattive di un videogioco ma che interrompono l’interattiva banalità delle nostre vite.

Il prossimo capolavoro di Kojima potrebbe essere un lungo processo di maieutica videoludica in cui continuiamo a sognare — e dunque creare — collettivamente il gioco migliore della storia. Che, però, non giocheremo mai.

Kojima, non far uscire Death Stranding, ti prego.

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