Droga

Chimici, studentesse e hacker: chi sono i battitori liberi dello spaccio

'Diversamente pusher', uscito per Agenzia X, raccoglie storie di spacciatori italiani che si muovono fuori dalla criminalità organizzata.
25 novembre 2019, 10:30am
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Collage di foto VICE | Originali: Getty Images/Lars Sohl/EyeEm e Shutterstock/donikz.

Di recente è stato pubblicato lo studio più esteso di sempre sul consumo di droghe a livello mondiale. Risultato: tra quelle misurate (la marijuana non rientra tra queste), in Italia la cocaina è la più usata, e nella zona di Milano negli ultimi sette anni il suo consumo è aumentato esponenzialmente.

In fatto di sostanze ognuno ha le sue convinzioni, e non esistono droghe da buoni o da cattivi. Se c’è una cosa che sappiamo della coca, però, è che le narcomafie hanno il controllo quasi assoluto del mercato, dalla produzione alla distribuzione. E lo stesso vale per eroina e hashish. Ciò di cui invece si parla meno, è l'esistenza, oltre questo monopolio della criminalità organizzata, di un mercato sommerso, fatto di sostanze e regole del tutto differenti.

Diversamente Pusher, i battitori liberi dello spaccio si raccontano, pubblicato recentemente dalla casa editrice milanese Agenzia X, è una raccolta di dodici interviste a spacciatori italiani che si muovono fuori dal mercato dei "big player".

Senza idealizzazioni né toni epici alla Breaking Bad, Pablito el Drito, al suo terzo libro, fa parlare uno spacciatore-hacker che usa il deep web come piazza principale, chimici che si sono messi a produrre metanfetamine perché insoddisfatti dei fornitori, una studentessa che si è pagata l’università privata smazzando speed e ketamina, e molti altri.

Tutte storie di soldi, vittorie, sconfitte e dipendenza, che fanno intravedere il passato e il presente dello spaccio in Italia e in Europa—da come è cambiato il mercato negli ultimi decenni ai rischi (grossi) del mestiere. Ho incontrato Pablito, aka Pablo Pistoiesi, per saperne di più.

VICE: Chi sono i battitori liberi?
Pablito el Drito: Non credo ci sia una definizione bella e pronta, però posso darti la mia: un battitore libero è un anarchico dello spaccio. Di solito è una persona che si trova già nel milieu delle droghe, ne fa uso, trova un modo di approvvigionarsi al di fuori delle grandi organizzazioni mafiose. Quasi sempre si tratta di sostanze diverse rispetto a quelle della criminalità organizzata.

Ovvero?
Le grandi organizzazioni mafiose in Italia sono interessate a vendere droga a tutti: trattano quasi solo eroina, cocaina e fumo di bassa qualità. Le persone che ho intervistato trafficano principalmente sostanze sintetiche: non vendono eroina, pochissime trattano cocaina e per quanto riguarda il fumo lavorano su qualità molto più alte.

Hai usato un metodo preciso per fare le interviste?
Ci tengo a precisare che Diversamente Pusher non è un libro con pretese scientifiche, ma un’inchiesta. Delle informazioni che mi sono state date, ho verificato il possibile usando altre fonti orali, conoscenze in comune con gli intervistati oppure cercando nella letteratura. C’è stato un moltiplicarsi di documentari, memoir e saggi negli ultimi anni—come L’asfalto sulla pelle di Gennaro Shamano, oppure Operazione Blue Moon - Eroina di stato della Rai.

La grossa difficoltà di questo lavoro è stata creare un rapporto di fiducia con gli intervistati: i pusher dovevano fidarsi di me per potermi parlare nel dettaglio della loro attività, senza temere conseguenze, io dovevo fidarmi di loro per assicurarmi che non dicessero cazzate.


Guarda anche: Il professore di chimica con un laboratorio artigianale di DMT


So che devi mantenere l’anonimato, ma l’età media degli intervistati qual è?
Il più giovane ha 32-33 anni, il più vecchio 55.

E dove si collocano, geograficamente?
Principalmente in città del centro nord e del nord Italia—più a sud, le organizzazioni mafiose hanno più potere. Le storie che parlano di contrabbando, invece, si svolgono anche oltre i confini nazionali: in Marocco per il fumo, in Spagna e Repubblica Ceca per l’oppio, in India per la charas, in Olanda e Paesi Baschi per le droghe sintetiche e in UK/India per la ketamina.

Le storie seguono più o meno tutte lo stesso schema. Hai fatto sempre le stesse domande?
Più o meno sì, mi interessava capire quando e come i protagonisti del libro sono entrati nel mondo delle droghe e come hanno iniziato a lavorarci. Un’altra domanda che ho fatto sempre era se agissero secondo un’etica. Ognuno mi ha dato una risposta diversa, da “svolgo un servizio alla comunità” a “non ho mai tagliato la droga, né truffato nessuno” fino a “non tratto certe droghe perché sono contrario.”

Qual è la storia a cui tieni di più?
Quella dei ventenni che, nel pieno boom delle droghe sintetiche degli anni Novanta, hanno improvvisato un laboratorio artigianale e si sono messi a produrre le metanfetamine grazie alle loro conoscenze scientifiche. Non lo facevano per venderle, erano degli idealisti: volevano sperimentare, ma in giro non trovavano la qualità che li soddisfaceva, allora se le producevano da soli.

Alcuni degli intervistati raccontano anche di arresti e incontri-scontri con le forze dell’ordine. Si definiscono tutti antiproibizionisti?
È naturale che lo siano: lavorano nel mercato delle droghe come piccoli imprenditori, mentre il proibizionismo crea di fatto un monopolio di ricchissime multinazionali mafiose, che spesso lasciano dietro di sé una lunga scia di sangue.

Che sia chiaro, slogan tipo “droga per tutti” sono a loro volta sbagliati, è un discorso molto scivoloso e complesso. Il consumo di droghe non è mai privo di rischi. Ma il proibizionismo provoca anche ignoranza, e se la gente non viene informata sulle sostanze, compra cose che non sa cosa sono e come si usano.

Alcuni dei pusher che hai intervistato dicono di informare sempre la clientela sulla qualità del prodotto, e di vendere soltanto a nicchie di persone consapevoli, anche a costo di limitare il business. Dici che è vero?
Chi può lo fa. Alcuni le testano prima su se stessi, altri forniscono le analisi chimiche. Nel 2019 ci sono [anche] reti di utenti come ecstasydata.org create per scambiarsi informazioni sulle partite di droga tracciabili: pasticche e trip principalmente, ma anche altro. Lo spiega molto bene lo spacciatore-hacker che vende nel deep web.

Sì, una delle intervisteforse tra le più interessanti— ne parla nel dettaglio. Dici che il deep web è davvero il futuro dello spaccio?
Sì, secondo me è la nuova frontiera. Se ci pensi, lo spaccio DIY è iniziato con i carichi di hashish dal Marocco o dall’India negli anni Settanta e Ottanta, ma parliamo di due generazioni fa. Poi i paesi confinanti hanno aumentato i controlli, allora negli anni Novanta si è andati sulla rotta delle droghe chimiche prodotte in nord Europa. Ma anche in questo caso, sostanze che prima erano legali—come la ketamina—sono diventate illegali.

Chiaro. Ne parlavamo anche in rapporto ai rave, la tecnologia che si è sviluppata ultimamente è una variabile non da poco.
Eh sì, prima degli anni Novanta gli scambi avvenivano fisicamente nelle piazze delle città. Poi i cellulari e gli smartphone hanno cambiato tutto. Con l’automatizzazione dei bazar della darknet siamo a un livello ancora più avanzato, in cui valgono più le logiche hacker che quelle di strada. Ora la merce viaggia in pacchi postali anonimi.