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La storia dei giovani che rifiutano 1300 euro al mese per lavorare a Expo è una mezza cazzata

Questa mattina, diversi quotidiani hanno dato la notizia che buona parte dei giovani selezionati per lavorare a Expo avrebbe rifiutato un posto di lavoro a 1300 euro al mese. Peccato che le cose non starebbero esattamente così.

di Mattia Salvia
22 aprile 2015, 1:29pm

Grab dal sito del Corriere della Sera

La mattina del 22 aprile, su diversi quotidiani, primo fra tutti il Corriere della Sera, è comparsa la notizia secondo cui più del 50 percento dei giovani selezionati per lavorare all'Expo di Milano avrebbe rifiutato, in modo esplicito oppure sparendo al momento della firma del contratto.

Stando all'articolo del Corriere, "il 46 percento dei primi selezionati (645 profili su 27mila domande arrivate alla società Manpower, cui era stato affidato il compito della raccolta dei curricula della prima selezione) è sparito al momento della firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire 'Grazie, ci ho ripensato'." La sparizione di massa si sarebbe poi ripetuta anche nei successivi turni di selezione.

Aggiornamento del 23 aprile: dopo la pubblicazione dell'articolo del Corriere, Manpower ha chiarito il dato del 46 percento di rinunce (che riguarderebbe soltanto due specifiche figure richieste, e non tutti i candidati). Ha inoltre dichiarato che l'80 percento "delle persone che avrebbero rifiutato non ha in effetti rifiutato."

Leggi: Com'è davvero lavorare per Expo

In un video pubblicato sempre sul sito del Corriere, Aldo Grasso ha commentato la vicenda con queste parole: "Quando ho letto la notizia sono rimasto sconcertato [...]. Sta per aprire l'Expo, sono stati selezionati 600 giovani per aiutare i visitatori a non perdersi dentro la manifestazione: ebbene, circa la metà di questi ha detto no. Forse hanno trovato impieghi più remunerativi, forse ci sono le vacanze di mezzo, forse c'è qualche altro motivo. Ma è ben strano che circa il 50 percento dei giovani abbia detto di no a un lavoro, specie in questi tempi di crisi [...]. Le cose vanno così: probabilmente c'è una generazione che non è stata ancora abituata al lavoro, anche al lavoro estivo, ma credo che dovrà imparare presto."


L'articolo dell'Huffington Post sulla vicenda inizia invece così: "Per chi crede che i giovani italiani siano un po' choosy o un po' bamboccioni, [questa] potrebbe essere interpretata come una conferma." Eppure, nonostante la questione abbia dato nuova linfa a una vecchia polemica—il cui illustre precedente sono le parole pronunciate nel 2012 dall'allora ministro Fornero sui giovani italiani che sarebbero, appunto, "choosy"—le cose non sembrano andate esattamente così.

C'è infatti un altro articolo che, partendo da un'analisi dei commenti alla notizia (nello specifico, di quelli sotto l'articolo dell'Huffington Post), sembra raccontare la vicenda da un altro punto di vista: in molti casi la scelta di rifiutare il lavoro all'Expo sarebbe motivata, più che dalla scarsa voglia di lavorare, dalle difficoltà degli stessi organizzatori. Inoltre, per quanto riguarda la questione economica, a quanto pare il compenso sarebbe piuttosto diverso dai "1300 euro netti al mese" di cui parla il Corriere: secondo alcune testimonianze, le cifre si aggirerebbero più sui 700 euro lordi al mese.

Che quello del lavoro sia un po' un punto debole di Expo non è un mistero. Le previsioni iniziali parlavano di quasi 200.000 posti di lavoro in più, ma già lo scorso luglio tale numero è stato ridimensionato dallo stesso commissario unico Giuseppe Sala, che ha parlato di circa 15.000 persone impiegate nel sito, tra la costruzione dei padiglioni e i sei mesi di esposizione. Mentre in tutta la provincia di Milano ci sarebbero state circa 5.000 nuove assunzioni direttamente legate a Expo.

A ciò si aggiunge inoltre la questione dei volontari non pagati, che stando all'accordo firmato con i sindacati saranno circa 18.500 in totale. E a quanto pare, anche quei pochi lavoratori assunti come stagisti, con contratti di apprendistato o a tempo determinato, messi di fronte alla scelta tra la prospettiva di farsi sfruttare e non lavorare proprio, in molti casi preferiscono la seconda opzione.

Non a caso, del resto, è stato proprio su questo tema che si sono concentrate molte proteste contro l'evento, dalla campagna #IoNonLavoroGratisPerExpo, lanciata lo scorso ottobre, fino alla parodia dello spot ufficiale per i volontari—in cui si illustravano, tra le meravigliose opportunità offerte dalla manifestazione, quella di "entrare nel vero social network dell'anno," "essere taggati in centinaia di fotografie" e "avere tanti mi piace."

Insomma, forse non è vero che—come dice Grasso—siamo "una generazione di giovani non abituata al lavoro." Forse è che non abbiamo voglia di farci prendere per il culo.

Thumbnail via Wikimedia Commons. Segui Mattia su Twitter: @mttslv