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Ormai Ketama126 è famoso, ma è ancora lo stesso?

Si può fare trap vera e senza censure se sul tuo disco c’è scritto Sony? La frase "Potevo essere un tossico morto / Invece sono un tossico ricco" dovrebbe dirvi qualcosa.

di Simone Zagari
24 ottobre 2019, 10:33am

Ketama126, fotografia promozionale

Quanti VIP seguite su Instagram? Io un po’. È che in un primo momento i social sembrano accorciare quella distanza tra pubblico e personaggi famosi, ma basta scorrere un po’ il feed per rendersi conto che non è proprio così. Le star ci vengono presentate sempre come esseri perfetti e inarrivabili, immortalati in pose plastiche sponsorizzate da brand che non possiamo permetterci. È gente che ce l’ha fatta e la società ci insegna che sono loro il modello a cui dobbiamo aspirare. Le debolezze e le sofferenze, problemi fin troppo umani, non sono contemplate e le ombre dei demoni non oltrepassano mai gli schermi dei nostri smartphone. E poi c’è Ketama126.

A Ketama non frega niente delle apparenze, del galateo da star-system, di fare le story da sobrio; è uno di quegli artisti che dice quello che vuole e che produce arte grazie al male che gli attanaglia l’esistenza, un inferno che nemmeno una Madonna tatuata sulla pancia può esorcizzare. Che Piero avesse fatto dell’oscenità una ragione artistica lo avevamo capito tutti grazie allo splendido Rehab, al video di “Lucciole” e alla proverbiale frase “Lei mi crede carino / Ma non sa che faccio schifo”, divenuta ormai manifesto della sua poetica.

È possibile proseguire una narrazione veritiera e priva di censure se sul tuo disco c’è scritto Sony?

Il punto fondamentale adesso, a un anno e mezzo di distanza e in occasione dell’uscita di KETY, suo quarto album e primo per una major, era capire come e se Ketama sarebbe rimasto fedele a se stesso. È possibile proseguire una narrazione veritiera e priva di censure se sul tuo disco c’è scritto Sony? È possibile raccontare ancora lo schifo quotidiano se il tuo pubblico si allarga e le attenzioni dei profani del genere si posano su di te? Come detto, a Piero non è mai importato nulla di tutto questo e, ancora una volta, ha tirato dritto per la sua strada.

Era il 2015 quando Ketama, tra boom bap e le prime sbandate trap, nel suo debut Ketam-City esponeva un’immagine potentissima, già manifesto del suo modo di fare arte: “Ho messo il cazzo nella Bocca della Verità / E lei me l’ha succhiato / Non ho problemi a metterci la mano”. Non è un caso che la stessa fotografia venga ripresa proprio in “DENTI D’ORO”, la traccia che apre KETY (“Bimbe bimbe il puto Kety è tornato / Ho messo il cazzo nella Bocca della Verità e me l'ha succhiato”), ma con una precisazione fondamentale: “Lo stesso stronzo con i denti cariati / Ora ti acceca se ride, 18 carati”.

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La copertina di Kety di Ketama126, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Quei versi, messi lì all’inizio del disco, suonano come un avvertimento. KETY esce per una major, ma l’estro del suo autore e la sua voglia di raccontarsi non verranno snaturati—e in questo senso il titolo autobiografico rappresenta già un indizio. La “Verità” intesa come verismo è da sempre il concetto fondamentale nella narrazione di Ketama che sì, adesso avrà anche i denti d’oro, ma sotto sotto conserva ancora un animo genuinamente marcio. E basta procedere nell’ascolto per rendersene conto.

“Potevo essere un tossico morto / Invece sono un tossico ricco / A 40 anni squaglio il disco d'oro / Ma non è mica detto che ci arrivo” è probabilmente la frase più spiazzante ed emblematica del lavoro. L’artista è allo specchio e tira le somme della sua carriera e della sua vita. Il successo è già arrivato e con esso i soldi e i riconoscimenti ma, ancora una volta, di tutto questo Ketama non sa che farsene. Il suo stile di vita sregolato non accetta inversioni di marcia, è un’auto senza freni lanciata nel vuoto a folle velocità e che investe tutto ciò che trova sul suo tragitto: “Più soldi, più droga, più forte / Più sesso, più vita, più morte”. Ketama vuole tutto e questo tutto non gli basta mai; di conseguenza l’epilogo immaginato non può che essere tragico.

“Potevo essere un tossico morto / Invece sono un tossico ricco / A 40 anni squaglio il disco d'oro / Ma non è mica detto che ci arrivo”

La morte in tutte le sue sfaccettature, da conseguenza di scelte autodistruttive a liberazione da una situazione insostenibile, è un tema preponderante che aveva trovato un apice espressivo in “Triste”, tra i pezzi di punta di Oh Madonna (2017). In quel secondo album, fra trap melodica e spacconeria giocosa, era già possibile trovare dei segnali anticipatori dell’evoluzione attuale di Ketama (“Quando non c'è lei mi sento un po' depresso / Prestami il tuo ferro che mi sparo adesso”) poi estremizzati dalle chitarre emo di Rehab (“Potrei andarmene domani, farla finita”), ed esasperati oggi in KETY (“Aspettando il funerale”, “Se muoio divento leggenda”, “E quando senti la paura / Prendi la .38 e spara”, “E vorrei morire adesso, ah ah / Autopsia dopo il decesso, è droga / Io non sono più lo stesso, ah ah / Lei piange sotto un cipresso, e ricorda).

Oltre alla morte c’è un’altra componente fondamentale della narrazione del rapper romano a venire esacerbata in KETY, quella religiosa. Se prima le invocazioni al cielo erano una commistione di preghiera d’aiuto e imprecazione colloquiale, ora i simboli sacri vengono accostati a immagini turpi e blasfeme, quasi a voler sottolineare come quell’”inferno in terra” abbia ormai troncato qualsiasi speranza di salvezza: “Peccati e poi mi pento, sono cristiano / Ho delinquenti e troie come Gesù Cristo / Oh, un bastardo come me tu non l'hai mai visto”, o ancora l’oscena e fortemente riuscita “Adesso vai giù / Sulle ginocchia, ehi / Sai che ti porto all'inferno con me / Tu apri la bocca”.

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Screengrab dal video di "LOVE BANDANA", cliccaci sopra per guardarlo su YouTube

Sarebbe facile puntare il dito e affermare che questa non è musica, che Piero è un pessimo esempio per i ragazzini, che Ketama fa schifo. A riguardo è già stato detto tantissimo, ma per sicurezza vorrei tornare su un punto fondamentale per la comprensione di un rapper “estremo”, che prima di tutto è un ragazzo di nemmeno trent’anni.

Kety non spettacolarizza, non bragga come si dice in gergo, il suo stile di vita e non incita nessuno a fare niente di quello che canta, anzi. È consapevole dei propri errori, del circolo vizioso che lo spinge verso una spirale discendente, ma è un artista e in quanto tale racconta il suo vissuto, il suo quotidiano, tanto quanto Califano raccontava l’anestesia delle sue pene attraverso un atteggiamento al limite. Ketama non è di certo il primo né sarà l’ultimo a incarnare il concetto di eccesso, è semplicemente una delle più oneste voci narranti contemporanee di uno stile di vita ben preciso: quello della rockstar bella e dannata che, in fondo, tiene banco da più di 50 anni.

Ketama è una delle più oneste voci narranti contemporanee di uno stile di vita ben preciso: quello della rockstar bella e dannata.

Ma c’è dell’altro. Sotto quella "pelle dura, sembra che ho le squame" che trova gli slanci più hardcore in schitarrate distorte, grida e featuring del calibro di Noyz Narcos (“SQUAME”) e Speranza (“PROBLEMA”), troviamo un animo gentile che vorrebbe amare e ricevere amore. Questo lato più umano è narrato da Piero nei pezzi più posati della tracklist, anche qui rafforzati dalle collaborazioni di Generic Animal (“BABE”) Massimo Pericolo (“SCACCIACANI”) e Tedua (“LOVE BANDANA”), sino al manifesto conclusivo con il sample di Franco Califano e il feat di Franco126 (“Cos’è l’amore”).

Per assurdo, ma forse neanche tanto, gli episodi meno potenti sono quelli disimpegnati e che più si discostano da quell’immaginario introspettivo vincente (“COME VA”, “GITANO”, “DENTI D’ORO”). In tutto questo è bene anche ricordare un aspetto troppo spesso passato sotto silenzio: le basi, dove non specificato, sono sempre ad opera di Ketama stesso.

L’elemento più affascinante, si fa per dire, delle multiformi facce dello stesso prisma è che, una volta entrate in contatto, esse si annullano. Tutti questi atteggiamenti sono così estremi che ogni gesto si svuota, perdendo di significato e generando un sentimento di profonda e tangibile apatia: “Non provo né amore né odio / È come se sentissi un vuoto”. Di nuovo, non c’è apparenza in questa vita né tanto meno spettacolo; Ketama è da solo sul palco e prosegue il monologo a luci spente, il suo pubblico è uno specchio.

A molti mancheranno l’effetto sorpresa di Rehab e il suo formato da otto canzoni, il più congeniale a sonorità e tematiche che facilmente diventano ridondanti, ma in generale KETY è un disco tanto piacevole quanto onesto. È la summa in cui ritrovare tutto l’immaginario visivo e musicale di Ketama, dalla trap di Oh Madonna alle chitarre emo e i fiati “jazz” di Rehab, dal rap al cantato in autotune, dalla tossicodipendenza agli amici sino al dolore e, ovviamente, all’amore.

Ketama è Piero e viceversa e insieme sono KETY, la polaroid di una situazione di degrado che recita “benvenuto in major”. Ora che quella firma è stata posta sul contratto mi viene facile ripensare a qualche anno fa, quando quel soprannome intitolava non ancora un disco ma un singolo di successo che faceva così: “Non mi avrete mai / Non sono come voi” (“Piccolo Kety”, 2017). Avevi ragione Piero, non ti avranno mai.

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