televisione

L’ultima puntata di Ulisse di Alberto Angela è il servizio pubblico che vogliamo

Alberto Angela ci parla del passato per parlare del presente, facendo del vero e proprio servizio pubblico.
Vincenzo Ligresti
Milan, IT
Alberto Angela Ulisse
Immagine via Facebook.

“Sono nato nel 1962. Non ho mai vissuto una guerra. Ho conosciuto la guerra fredda, il rischio di un conflitto, ma mai la guerra. Ho avuto la fortuna di vivere nel periodo più pacifico della Storia d’Europa. […] Non so cosa significhi vivere in un Paese che da un giorno a un altro vara le leggi razziali, in grado di modificare e stravolgere la vita quotidiana."

Queste sono le parole con cui Alberto Angela apre la terza puntata di Ulisse, il piacere della scoperta—il programma che il divulgatore scientifico ha ideato con il padre Piero e che è recentemente passato da Rai3 a Rai1, soprattutto grazie all'hype che negli ultimi anni si è creato attorno alla sua persona.

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La puntata è stata dedicata nello specifico al “Viaggio senza ritorno” (questo il titolo) degli ebrei che il 16 ottobre 1943 vennero catturati nella capitale romana e portati ad Auschwitz, e più in generale agli oltre sei milioni di ebrei, oppositori politici, omosessuali, e zingari deportati a causa della scelleratezza nazista e fascista.

Adesso: l’argomento delicato non è nuovo, ma complesso, e traslarlo in un programma televisivo di due ore senza scadere nell’eccessiva retorica o nella mera trasposizione dei fatti era difficile.

Eppure—come dimostrano i risultati sui social, dove Ulisse è stato commentato il 50 percento in più rispetto alla settimana precedente, pur con una bassa differenza di share—la puntata è davvero riuscita. Non solo per la scelta di iniziare con una considerazione personale da parte del conduttore; non solo per l’iperbole narrativa che va dallo specifico al generico; non solo per il racconto affidato soprattutto ai testimoni; non solo per la capacità di mischiare storie personali, meri dati, commenti procedendo col misurino; ma soprattutto per il modo in cui alcune testimonianze e affermazioni del conduttore possano essere tranquillamente traslate (con le dovute differenze) ai giorni nostri.

Ci sono riferimenti sottili e sottesi (che poi sono analogie autoevidenti), per esempio, che non ho potuto fare a meno di notare. Con questo non sto dicendo che Alberto Angela e squadra abbiano pensato un copione per sottolinearle ancor di più o mettersi contro qualcuno in particolare, ma non escludo neanche che si siano messi in un tavolino a dire, “Come ricordiamo che l’ignoranza, le fette di salame sugli occhi e il razzismo non hanno mai portato a nulla di buono e che la storia insegna proprio questo?”

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Credo che la frase “i testimoni sono il vaccino più potente contro le tragedie della storia,” pronunciata in puntata da Alberto Angela e lanciata anche su diverse piattaforme, racchiuda al meglio la questione.

Prendiamo per esempio la parola vaccino, che ci ricorda quanto ai giorni nostri le affermazioni dei no-vax siano fesserie e di quando Piero Angela ha affermato affermato che un “mondo senza vaccini” vedrebbe come conseguenza “un grosso numero di morti e invalidi.” O ancora: la parola testimoni ci ricorda che la storia non è fatta di pagine “aride” ma di centinaia di Liliana Segre, che possono ricordare che odiare le persone “semplicemente per essere nate” (o per il colore della loro pelle) può trasformare un’intera società in mostro gigantesco.

Il momento che ha fatto affiorare il più forte parallelismo con il presente è però quando Alberto Angela, verso la fine della puntata, afferma quanto il linguaggio possa essere potente, soprattutto se volto alla semplificazione, alla banalizzazione o mistificazione.

Dopo aver ricordato che tornarono a casa solo 16 dei 1022 ebrei strappati dal ghetto di Roma, Alberto Angela spiega che “le parole sono importanti”: “bisogna stare attenti a usarle,”
perché “a volte una parola può cambiare la [percezione] della realtà, la storia,” come quando il gerarca Adolf Eichmann normalizzò l’odio nell'opinione pubblica e lo sterminio di milioni di persone chiamandole semplicemente “materiale umano.”

Non so se io e mezzo internet abbiamo intravisto similitudini a “migranti trasferiti” o “bambini stranieri” da escludere a mensa o quanto queste fossero volute. O se semplicemente le abbiamo viste perché inevitabili. O se quella di ieri sia stata la "puntata più politica" di sempre di Ulisse, come ha fatto notare La Repubblica. Quello che è certo è che, come Alberto Angela ha dimostrato, il servizio pubblico vero si può ancora fare.