Via Gola.

Come sono finita a occupare in via Gola, sotto l'ennesima minaccia di sgomberi

Dalla finestra le scritte sui muri mi ricordano le priorità di quartiere: "comunismo e Mario Mandžukić​", "fuori i militari dalle vie", "la casa è di chi la abita."

di Anonima; come raccontato a Sarah Victoria Barberis; foto di Vincenzo Ligresti
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lug 9 2018, 4:00am

Via Gola.

In via Gola, a Milano, le case si occupano da anni, tra polemiche e annunci di sgomberi. Ultimamente se ne è tornato a parlare dopo che Matteo Salvini, rivolgendosi a Sala, ha specificato che tra i suoi obiettivi per la città ci sono "gli sgomberi in alcuni quartieri popolari. Penso a San Siro, a via Gola, a Chiesa Rossa."

A. si è trovata a vivere in una casa occupata proprio in via Gola, e le ho chiesto di raccontarmi la sua esperienza. Il risultato non è tanto un reportage, quanto un racconto dal suo punto di vista. Tutti i nomi riportati sono stati cambiati per proteggere la privacy.

Se a 15 anni mi avessi chiesto cosa volevo fare da grande ti avrei detto che volevo vivere in una casa occupata, ma la verità è che sono finita qui per una serie di decisioni davvero discutibili.

Ho lavorato fino a poco fa nell'editoria e ho capito presto che senza un pisello mi si prospettava una vita di mansioni ancillari, tappetini yoga, vino e ansiolitici. Allora ho deciso di farla pagare al patriarcato soft intellettuale di sinistra e mi sono licenziata. Ma la mancanza del contratto a tempo indeterminato è stata subito lancinante. E non ho assestato nessun colpo letale al patriarcato soft di sinistra.

Il free-lance funziona molto meglio se tua nonna morendo ti lascia una graziosa casetta di ringhiera. Ma io non ho nonne di ringhiera, un monolocale a Milano costa almeno 800 euro e mia madre si è subaffittata camera mia appena sono uscita di casa. Poi un giorno, per miracolosi giri di amicizie, sono venuta a sapere di un monolocale occupato liberatosi nel quadrilatero milanese ad alta tensione tra via Gola, via Pichi e via Borsi. Dove i capisaldi dell'edilizia popolare "abitazione, comunità e avviamento al lavoro" lasciano spesso spazio a forme ben più fantasiose di coabitazione di reti e di fonti di reddito.

Qui siamo lontani dai "landmark" di Porta Nuova di cui parlano le riviste di lifestyle. L’unico landmark di zona sono le strisciate di merda dei cani per terra che l’Amsa non si sogna di lavare via perché ci considera terra di nessuno e perché in questo quartiere la proporzione di cani a umani è tre a uno (e ovviamente si fa a gara a chi ce l’ha più grosso).

Per darvi un’idea—assolutamente poco precisa e poco realistica—del tipo di comunità che siamo, dei 290 appartamenti disponibili nella porzione di via Gola in cui vivo (senza contare quelli di via Borsi), 114 sono occupati illegalmente da soggetti che l'antropologo Andrea Staid, autore di Abitare illegale, definisce “inadatti alla vita omologata della società dei consumi.” O almeno questa è la dedica sul libro che ha riservato a Pan, la persona che mi ha permesso di avere un tetto sulla testa.

Peter & Pan, due attori di teatro sperimentale che sembrano usciti da un racconto di Benni al profumo di ganja e patchouli, abitano al piano di sotto: sono loro che mi consegnano le chiavi di quest’isola che non c’è e mi spiegano un po’ come funziona. Peter mi guarda con il suo ghigno volpesco e mi fa: "sei una di quelle che ora si esalta e tra un anno si è già rotta i coglioni di questo circo." Dubito di potermi stufare del mantra io non pago affitto.

Entro in casa con uno zainetto, una tazza, delle piume rosa, i tarocchi e una scatola di libri (quando vivi in una casa occupata, ma penso anche in generale, meglio viaggiare leggeri e non avere nulla da perdere, perché potrebbero arrivare e mettere una bella lamiera alla porta sigillando gli amati beni). Al mattino quando esco metto nello zaino tutto quello che non voglio ritrovare dietro a una porta murata (la santa trinità portafoglio, cellulare, laptop).

Quella che ora chiamo illegalmente casa è un bilocale composto da un soppalco artigianale, fatto di assi ritrovate e assemblate dal compagno di Cri—la ragazza che l’ha occupato vent'anni fa e che me l'ha lasciato—una cucinetta come quella della nonna, un tavolo per pranzare, sedie tutte recuperate, divano, lavatrice, lettere dell’Aler [Azienda Lombarda Edilizia Residenziale], libri di dissidenza di Primo Moroni, gli onnipresenti Dylan Dog, l’olio di iperico probabilmente autoprodotto, le piante grasse, le cartine del Messico e tanti giocattoli, una ruspa giocattolo gialla.

Dalla finestra le scritte sui muri ogni mattino mi ricordano le priorità di quartiere: "comunismo e Mario Mandžukić", "fuori i militari dalle vie", "la casa è di chi la abita," "gli unici stranieri sono gli sbirri nei quartieri” e “uniti si vince”. Dalla strada nel corso della giornata arrivano un cagnolino isterico, il suono delle slot machine, qualcuno che bestemmia coprendo le sirene della polizia, il cinguettio degli uccellini, le turiste americane ubriache che ogni tanto si perdono nei retrovia dei Navigli e l’affascinante trambusto delle feste di cortile della comunità balcanica a cui giustamente non vengo mai invitata.

Non tocco nulla di quello che ha lasciato Cri, le sue cose. Ogni tanto lei torna a Milano per qualche giorno e io mi ritiro sul divano di mamma. Il suo livello di pulizia è paragonabile a quello di un laboratorio di cellule staminali: quella donna è in grado di percepire la vibrazione di una particella di polvere a chilometri di distanza e ogni volta che torna mi lascia lunghi elenchi furiosi sull’inaccettabile stato dei battiscopa, degli aloni sui vetri, dell’odore "strano."

Questa fobia dello sporco dev’essere una caratteristica degli occupanti di Gola perché ce l’ha anche Susi, la mia vicina di casa. Susi è arrivata a Milano quando aveva un anno ma parla inspiegabilmente in dialetto di giù, tutta la sua famiglia abita nel caseggiato e il cortile è il loro regno incontrastato. Susi ha una pelle da principessa giapponese e quello che non ha in denti lo compensa con delle tette atomiche che il figlioletto le tocca in continuazione. La sua porta esala chimico floreale e quando ci incrociamo lei sta sempre passando lo straccio, sbattendo i cuscini o buttando la spazzatura. Non avrei mai pensato di poter imparare tutto quello che so sulla pulizia domestica in uno squat milanese. Lei e Pan sono i miei primi nodi affettivi della rete di un abitare collettivo in cui in realtà non si sa chi occupa e chi è assegnatario, non si sa quanto durerà, non si sa un cazzo.

Dall’altro lato c’è un appartamento dove abitano delle militanti di quartiere. Potrebbero essere tre o 18, ho provato a calcolare quante persone ci abitino ma ogni mattina spunta una nuova ragazza con i capelli arruffati, piercing e un tatuaggio di Dax sulle tette. L’unica cosa che so è che sono sempre al telefono incazzate, perché qualcuno non ha preparato una locandina o perché non capisce cosa voglia dire essere compagni (tipo, io).

Il cortile è presidiato anche da ometti tatuati che fatico a salutare, donne sempre incinte e un popolo di bambini con i capelli induriti dal gel. C’è infine il mistero dei flussi incessanti di mobili accumulati sul marciapiede perché venga a ritirarli l’Amsa: divani, cyclette da camera, fornelli a gas, sedie spaccate, tappeti— come se i palazzi occupati fossero gigantesche balene che hanno ingurgitato mobili nel fondo degli oceani e ora li risputano fuori.

Ai miei incontri di Tinder do sempre appuntamento sotto casa in modo che sappiano che vengo da un posto dove una ragazzina di nome Sharon sarebbe in grado di renderli impotenti con un solo sguardo.

Guardando i poster lasciati da Cri dove sono disegnate tutte le resistenze che il comitato di lotta per la casa ha saputo produrre contro il mostro della speculazione edilizia negli anni più vivi di Conchetta e dintorni, mi chiedo se questa non sia un’occupazione a scadenza proprio perché non ha una comunità intorno che saprebbe poi organizzare un progetto di abitazione comune: occupiamo le case ma abbiamo ambizioni spiccatamente individuali, ritmi dettati dal capitalismo, carte di credito e Netflix. Se davvero ne parlassimo forse avremmo modi molto diversi di stabilire le priorità di una comunità e io non ho abbastanza immaginazione per la rivoluzione e per le forme di resistenza collettiva. “Uniti si vince,” ok, ma uniti chi? C’è anche chi si rivende l’occupazione, ma io ho avuto il privilegio di conoscere persone che non provano neanche a toccare la sacralità di questo essenziale gesto politico.

C’è un comitato di quartiere “civico” (di gente che la casa l’ha comprata o l’ha ereditata) che organizza festicciole pulite e colorate e yoga in strada (aridaje con lo yoga), nel tentativo di riprendersi il quartiere, liberarlo dallo spaccio, magari liberarsi degli occupanti e far finalmente salire il prezzo degli immobili. Tutte queste contraddizioni in poco più di due strade mi sono cresciute addosso lente come rampicanti insieme al familiare odore di menta e ora mi sento più che mai parte di questa comunità che non c’è.

Una mattina di gennaio suonano, vado ad aprire, un tizio con cartellino dice con voce pimpante, “Buongiorno Aler! Mi può dare un documento?” In panico chiamo subito Cri, che mi dice di dare il suo nominativo perché forse spera in un’assegnazione dell’appartamento. Io mi dichiaro un nessuno di passaggio come Ulisse nella caverna di Polifemo. Chiedo al tizio dell’Aler perché stiano facendo il censimento e lui dice, “Be’ in questa bolgia infernale diciamo che Lucifero vuole sapere quanti gironi ci sono” (no, non dice così ma nella mia testa avrebbe anche potuto dirlo).

Poco dopo un’amica mi dice, "Mi dispiace, ho letto sul giornale che vi sgomberano." Scopro che Aler ha gettato la spugna perché i buchi di bilancio sono irrecuperabili e lascia quindi in gestione tutto all’azienda metropolitana di Milano—alla ricerca di "operatori immobiliari per la successiva vendita dei fabbricati o la loro concessione per un numero di anni compatibile con il sostegno dei costi necessari alla riqualificazione dell’edificio," come si legge sul bilancio 2018.

Mi sembra di essere l'unica in panico, gli altri entrano, escono, vivono. Così si occupa una casa, si afferma il proprio diritto ad abitare, semplicemente abitando un luogo. Secondo Staid, a differenza di altre occupazioni milanesi più facili da neutralizzare come nel gallaratese, Gola ha un futuro più incerto, perché sebbene il desiderio del comune sia di metterla a profitto, gli assegnatari ufficiali sono ancora tanti e rendono più difficile uno smantellamento. Salta fuori che proprio le vecchiette di carta velina che camminano lente e le sontuose mamme con 32 nipoti al guinzaglio sono la forza silenziosa che protegge noi squatter individualisti dal mostro della speculazione edilizia.

Il nuovo murales.

Oggi hanno ridipinto il murales sul ponte su via Gola: da una parte i poliziotti in divisa antisommossa. Dall’altra tre casalinghe in grembiule incazzate. Mancano le panze da birra, i tatuaggi sui polpacci e i crani rasati, ma immagino che sia quella la vera faccia di via Gola, quella resistente. Intanto Salvini chiede a Sala di fare una “bella pulizia” e ogni giorno è buono perché sbattano fuori tutti, famiglie, cani, militanti, disadattati e me, con il mio zainetto, i miei tarocchi e la mia esile partita IVA.

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