Attualità

Festini e mostri: i crimini irrisolti italiani più famosi

I casi di cronaca nera rimasti irrisolti e che in qualche modo hanno influenzato l'immaginario popolare, la politica e la controcultura italiana sono moltissimi. Qui alcuni dei più famosi dell'ultimo secolo.
Niccolò Carradori
Florence, IT
11.4.16
crimini italiani
Simonetta Cesaroni, vittima del "delitto di Via Poma." Foto via Wikimedia Commons

Aggiornamento del 10/09/2020: tutti i casi di cui si parla nel pezzo sono stati aggiornati a data odierna, compatibilmente al progredire delle indagini.

Il rapporto morboso che spesso il nostro paese ha con i casi di cronaca nera, specie se ci si può basare un intero palinsesto televisivo pomeridiano, esiste praticamente dall'epoca in cui la diffusione di queste storie non era più affidata ai cantastorie, ma a mezzi di comunicazione leggermente più avanzati.

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Me ne sono reso conto dopo aver scritto un lungo articolo sul caso del Mostro di Firenze, una vicenda di cui ormai, a 50 anni dal primo delitto, non è più possibile contare il numero di teorie alternative e snodi giudiziari. Nell'immaginario comune la sua vicenda ha inoltre assunto una grossa rilevanza—probabilmente anche a causa del fatto che secondo molti esperti e giornalisti che si sono occupati della questione il caso rimarrebbe ancora oggi irrisolto.

I casi italiani di cronaca nera rimasti senza un colpevole sono del resto molti, quindi ho pensato di raccogliere alcuni dei più controversi, relativi a momenti diversi del Novecento e dei primi anni Duemila, in modo da stilare una specie di lista dei più famosi delitti italiani irrisolti.

Il caso Montesi

Caso Montesi crimini italiani

Pietro Piccioni al processo per l'omicidio colposo di Wilma Montesi. Immagine via Wikimedia Commons.

Il caso legato alla misteriosa morte della ventunenne romana Wilma Montesi, avvenuta il 9 aprile 1953, è uno dei più famosi casi italiani. In qualche modo ricorda quello statunitense della Dalia Nera, per i suoi risvolti apparentemente legati al mondo dello spettacolo, alla politica, e al giro di torbidi festini a base di droghe e orge che nell’Italia democristiana degli anni Cinquanta fecero parecchio scandalo.

Dalle dinamiche ricostruite attraverso le dichiarazioni della famiglia e le dichiarazioni di due testimoni, che avevano visto Montesi uscire di casa il 9 aprile e poi sul treno per andare a Ostia, il caso venne inizialmente archiviato come decesso dovuto a una "sincope da pediluvio" che aveva causato l'annegamento. Quindi si chiese l'archiviazione degli atti, e il giudice istruttore la accolse.

I giornali quindi cominciarono a ricostruire i buchi della vicenda in modo morboso, e quello che inizialmente sembrava un semplice incidente diventò quasi un affare di stato.

Grazie alle speculazioni dei media, venne fuori che Wilma Montesi non era la semplice ragazza di borgata che tutti conoscevano, ma un'aspirante attrice che aveva amicizie importanti e conduceva uno stile di vita che le sue condizioni economiche non avrebbero potuto consentirle. In particolare, alcuni giornali riportarono l'indiscrezione secondo cui Montesi era stata vista pochi giorni prima dell'omicidio con Piero Piccioni, il figlio dell'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Attilio Piccioni.

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Secondo il periodico scandalistico Attualità, la sera della sua scomparsa Wilma avrebbe preso parte a un festino privato, organizzato a Capocotta (vicino Torvaianica) per alcuni membri di spicco della nobiltà e della politica italiana. In quell'occasione si sarebbe sentita male, e gli altri invitati, credendola morta, l'avrebbero abbandonata in mare priva di sensi. Dove sarebbe annegata.

Il direttore del giornale, Silvano Muto, venne processato per diffusione di notizie false e pretenziose, ma il caso finì per esplodere in una vera e propria questione politica. Nel marzo del 1954 il tribunale di Roma sospese il processo a Muto e aprì una nuova indagine sulla morte della Montesi, smontando formalmente l'ipotesi di annegamento dovuto a malore.

Qualche mese più tardi Pietro Piccioni venne arrestato per concorso in omicidio colposo, e un mandato di comparizione venne inviato anche all'ex questore di Roma con l'accusa di aver prodotto prove false che avrebbero portato alla prima archiviazione del caso.

A carico di Piccioni—a parte la testimonianza di una ragazza che sostenne di aver preso parte a una di queste feste con Wilma—non c'era però alcun tipo di prova. Quindi il processo si sgonfiò, e nel maggio 1957 tutti gli imputati vennero assolti.

Il mostro di Udine

Questo caso, molto meno noto rispetto a quello del Mostro di Firenze, riguarda una storia piuttosto simile che si incentra su 16 omicidi avvenuti tra il 1971 e il 1991. Il killer, mai identificato, uccideva donne—spesso prostitute—che avvicinava sempre durante temporali notturni.

Gli inquirenti, in realtà, hanno collegato tra loro solo quattro omicidi. In questi casi, infatti, le vittime presentavano tutte lo stesso tipo di taglio dal ventre al pube (simile a un cesareo), un’evidenza che per diverso tempo aveva alimentato l'ipotesi che l'assassino fosse un medico.

Le piste e le teorie sono state svariate, così come gli indagati, ma non si è mai riusciti ad arrivare a nulla di concreto. In particolare sembrerebbe esista un identikit, redatto dalla polizia di Udine, che descriverebbe l'assassino come un maschio borghese di mezza età affetto da schizofrenia e costretto ad abitare con la famiglia, che durante la gioventù si era laureato in medicina ma che—a causa del suo disturbo psichiatrico—non aveva mai potuto esercitare.

Su richiesta dell’avvocato delle famiglie di due vittime (Maria Luisa Bernardo e Maria Carla Bellone), e alla luce di recenti reperti ritrovati sui luoghi dei delitti, nel maggio del 2019 il caso è stato riaperto. La speranza è che i progressi tecnologici consentiranno di ottenere nuove evidenze che possano portare all’identificazione di un colpevole.

Il delitto di via Carlo Poma

Quello di Simonetta Cesaroni è stato uno degli omicidi più discussi e controversi degli ultimi decenni, e nonostante siano passati trent’anni tutt'ora si continua a parlarne e a ipotizzare nuovi sviluppi.

Il 7 agosto 1990, nella sede dell'Associazione italiana alberghi della gioventù di via Carlo Poma, venne ritrovato il corpo nudo e senza vita di Simonetta Cesaroni). La donna era stata colpita con 29 colpi di tagliacarte, anche se la morte venne ufficialmente attribuita ad un forte trauma alla testa.

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Fin dalle prime ricostruzioni i responsabili delle indagini non riuscirono a trovare nessun tipo di movente che giustificasse un omicidio così barbaro, e le indagini presero una piega concitata e controversa, alimentata in modo morboso dai giornali e dalle televisioni.

Nel'l’immaginario comune, il delitto di via Poma è un errore investigativo e giudiziario talmente che oggi è praticamente impossibile risalire al vero colpevole. Nell'arco di tre diversi processi, l'ultimo dei quali terminato nel 2014), a tre diversi imputati—Pietrino Vanacore, Federico Valle, e Raniero Busco, il fidanzato di Simonetta dell'epoca—gli inquirenti non sono stati in grado di dimostrare la colpevolezza di nessun sospettato.

Nell’agosto del 2020, il legale della famiglia Federica Mondani ha sollecitato i magistrato a riaprire le indagini e dare “un segnale che in questi ultimi anni non è mai arrivato.” Secondo l’avvocata, infatti, l’assassinio di via Poma “rappresenta una sconfitta per tutto il sistema giudiziario italiano, uno sconfitta per lo Stato.”

L’omicidio di Giorgiana Masi

Crimini italiani irrisolti

L'agente Giovanni Santone, in borghese e armato, durante gli scontri del 12 maggio 1977 che portarono alla morte di Giorgiana Masi. Immagine via Wikipedia Commons.

Quello di Giorgiana Masi rimane ancora oggi uno degli episodi simbolo degli “anni di piombo”: un fatto che per anni ha acceso le polemiche fra cultura dominante e controcultura italiana, ma che quasi quarant'anni dopo non ha ancora un colpevole.

Il 12 maggio 1977 Giorgiana Masi, una studentessa italiana di 18 anni, si trovava nel centro di Roma durante una manifestazione del Partito Radicale a cui si erano uniti membri della sinistra extraparlamentare. La manifestazione si era trasformata in uno scontro violento fra forze dell'ordine—di cui a quanto pare vi erano anche esponenti in borghese—e membri di Autonomia Operaia.

Poco prima delle 20 Giorgiana, insieme al fidanzato, si trovava in piazza Belli; fu allora che un proiettile calibro 22 la colpì all'addome, uccidendola. Nessun testimone, nel caos degli scontri, era stato in grado di individuare in modo certo da dove fosse provenuto il colpo. Secondo le ricostruzioni fornite dal Ministero dell'Interno, allora guidato da Francesco Cossiga, il colpo sarebbe stato esploso accidentalmente da una pistola appartenuta a uno degli esponenti armati di Autonomia Operaia; secondo molti altri, a sparare fu un poliziotto in borghese.

Le reciproche accuse vennero poi sostenute da una serie di indagini, ritrovamenti e dichiarazioni che alimentarono entrambe le teorie di colpevolezza. Secondo un testimone rimasto anonimo, a sparare quel giorno fu Fabrizio Nanni, fratello della brigatista Mara Nanni, che all'epoca faceva parte degli autonomi e che aveva colpito la Masi per errore. Nel 1998, in un'intercapedine del bagno del rettorato dell'Università La Sapienza, venne ritrovata una pistola nascosta lì dagli anni Settanta, che secondo la DIGOS sarebbe stata occultata proprio da Nanni dopo l'omicidio colposo. Dopo esami balistici accurati si rivelò però non collegata al caso.

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Ad oggi, il sospetto che quel giorno a sparare sia stato un membro delle forze dell'ordine è quello che prevale. Secondo l'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino, le parole di Cossiga pronunciate sull'accaduto quel giorno confermerebbero come "ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell'ordine democratico."

Unabomber

Solitamente con il nome Unabomber ci si riferisce alla storia del criminale statunitense Ted Kaczynski, arrestato nel 1996 dopo che per 18 anni aveva costruito e inviato ordigni esplosivi via posta causando tre morti e 23 feriti. Ma in Italia, fra l'inizio degli anni Novanta e la metà dei Duemila, ha agito un bombarolo seriale—che la stampa italiana indicava utilizzando ugualmente il nome Unabomber—per certi versi simile a quello statunitense.

L'Unabomber italiano è stato artefice di circa 33 attentati esplosivi (31 secondo altre ricostruzioni) fra il 1993 e il 2006, sempre distribuiti tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. I suoi ordigni erano costruiti per ferire e menomare le vittime, non per ucciderle (anche se, alcune di loro, dopo l'esplosione sono andate vicine al decesso).

Eppure la sua maniacalità, l'apparente mancanza di movente, la continuità, e l’astuzia nel non lasciare alcun tipo di indizio, hanno fatto sì che Unabomber abbia rappresentato una specie di enorme spauracchio per l'opinione pubblica italiana.

Fin dai primi attentati le indagini si sono rivelate piuttosto complicate, perché le modalità d’azione non permettevano la creazione di un profilo psicologico che potesse restringere il campo degli indagati, che infatti sono stati moltissimi.

Il più celebre, e per oltre un decennio considerato da gran parte dell'opinione pubblica come il vero Unabomber, è stato l'ingegnere Elvo Zornitta, finito sotto indagine nel 2004. A suo carico c'erano alcune prove indiziarie, come il ritrovamento nella sua abitazione di petardi privi di polvere pirica.

Per diverso tempo Zornitta fu tenuto sotto osservazione dagli investigatori, che poterono così osservare come per gli attentati del 2005 e del 2006 l'ingegnere avesse evidenti alibi. L'inchiesta su di lui però non si fermò, con il sospetto che l'ingegnere continuasse ad agire tramite altre persone.

Nel 2007 ai giornali fu rivelata l’esistenza di una nuova prova schiacciante: un paio di forbici, ritrovato nella sua abitazione, che combaciava con una sezione di taglio effettuata su uno degli ordigni repertati. L'avvocato di Zornitta ribaltò però questa ipotesi, sostenendo che quella sezione di taglio era stata eseguita dopo il sequestro dagli inquirenti con lo scopo di incastrare Zornitta.

A causa di questa accusa, il poliziotto Ezio Zernar finì sotto inchiesta. Il processo si è concluso nel novembre del 2014, con la condanna definitiva del poliziotto per "manomissione di prove."

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