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Festini e mostri: i crimini irrisolti italiani più famosi

I casi di cronaca nera rimasti irrisolti e che in qualche modo hanno influenzato l'immaginario popolare, la politica e la controcultura italiana sono moltissimi. Abbiamo raccolto alcuni dei più famosi dell'ultimo secolo.

di Niccolò Carradori
11 aprile 2016, 6:29am

L'agente Giovanni Santone, in borghese e armato, durante gli scontri del 12 maggio 1977 che portarono alla morte di Giorgiana Masi. Immagine via Wikipedia Commons.

Il rapporto morboso che spesso il nostro paese ha con i casi di cronaca nera, specie se ci si può basare un intero palinsesto televisivo pomeridiano, esiste praticamente dall'epoca in cui la diffusione di queste storie non era più affidata ai cantastorie ma a mezzi di comunicazione leggermente più avanzati.

Me ne sono reso conto dopo aver scritto un lungo articolo sul caso del Mostro di Firenze, una vicenda di cui ormai, a 50 anni dal primo delitto, non è più possibile contare il numero di teorie alternative e snodi giudiziari. Nell'immaginario comune la sua vicenda ha inoltre assunto una grossa rilevanza—probabilmente anche a causa del fatto che secondo molti esperti e giornalisti che si sono occupati della questione il caso rimarrebbe ancora oggi irrisolto.

I casi italiani di cronaca nera rimasti senza un colpevole sono del resto molti, quindi ho pensato di raccogliere alcuni dei più controversi, relativi a momenti diversi del Novecento e dei primi anni Duemila, in modo da stilare una specie di lista dei più famosi delitti italiani irrisolti.

Caso Montesi

Pietro Piccioni al processo per l'omicidio colposo di Wilma Montesi. Immagine via Wikimedia Commons.

Il caso legato alla misteriosa morte della ventunenne romana Wilma Montesi, avvenuta il 9 aprile 1953, è uno dei più famosi della cronaca nera italiana, che in qualche modo ricorda quello statunitense della Dalia Nera per i suoi strani risvolti apparentemente legati al mondo dello spettacolo, della politica, dei faccendieri e del presunto giro di torbidi festini a base di droghe e orge che in un'epoca di forte impronta democristiana fecero parecchio scandalo.

Il caso iniziò l'11 aprile 1953, quando sulla spiaggia di Torvaianica venne ritrovato il corpo di Wilma Montesi, una ragazza della classe operaia di 21 anni, che da tempo stava progettando il matrimonio con un giovane carabiniere. Al momento del ritrovamento la ragazza era stesa a faccia in giù, con la parte superiore del corpo affondata nell'acqua. Il medico legale che esaminò per primo il cadavere sulla spiaggia notò che il corpo non era ancora rigido, e che lo stato dei vestiti e dello smalto sulle unghie indicava che non poteva trovarsi in quella situazione da più di 24 ore.

Dalle dinamiche ricostruite attraverso le dichiarazioni della famiglia e le dichiarazioni di due testimoni, che avevano visto la Montesi uscire di casa il 9 aprile e poi sul treno per andare a Ostia, il caso venne inizialmente archiviato come decesso dovuto a una "sincope da pediluvio" che aveva causato l'annegamento. Quindi si chiese l'archiviazione degli atti, e il giudice istruttore la accolse.

Ma c'erano delle evidenti incongruenze fra i tempi di avvistamento rilasciati dai testimoni, e soprattutto sullo stato del corpo di Wilma. Se fosse realmente annegata il 9 aprile, il cadavere non si sarebbe trovato in quello stato di conservazione. Soprattutto se il corpo, come da ricostruzione ufficiale, fosse stato trasportato per due giorni dalla corrente della spiaggia di Ostia fino a quella di Torvaianica. I giornali quindi cominciarono a ricostruire i buchi della vicenda in modo morboso, e quello che inizialmente sembrava un semplice incidente diventò quasi un affare di stato.

Grazie alle speculazioni dei media, venne fuori che Wilma Montesi non era la semplice ragazza di borgata che tutti conoscevano, ma un'aspirante attrice che aveva amicizie importanti e conduceva uno stile di vita che le sue condizioni economiche non avrebbero potuto consentirle. In particolare alcuni giornali riportarono l'indiscrezione secondo cui la Montesi era stata vista pochi giorni prima dell'omicidio con il figlio di un noto politico italiano, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Attilio Piccioni, Piero Piccioni.

Secondo la ricostruzione del periodico scandalistico Attualità, la sera della sua scomparsa Wilma avrebbe preso parte a un festino privato organizzato a Capocotta, vicino Torvaianica, per membri di spicco della nobiltà e della politica italiana, a base di cocaina e orge. In quell'occasione si sarebbe sentita male, e gli altri invitati credendola morta l'avrebbero abbandonata in mare, dove priva di sensi sarebbe annegata.

Il direttore del giornale, Silvano Muto, venne processato per diffusione di notizie false e pretenziose, ma il caso finì per esplodere in una vera e propria questione politica. Nel marzo del 1954 il tribunale di Roma sospese il processo a Muto e aprì una nuova indagine sulla morte della Montesi, smontando formalmente l'ipotesi di annegamento dovuto a malore. Qualche mese più tardi Pietro Piccioni venne arrestato per concorso in omicidio colposo, e un mandato di comparizione venne inviato anche all'ex questore di Roma, con l'accusa di aver prodotto false prove e piste che avrebbero portato alla prima archiviazione del caso.

A carico di Piccioni, però, a parte la testimonianza di una ragazza che sostenne di aver preso parte a una di queste feste con Wilma—e che poi era stata la prima a far trapelare le informazioni all'Attualità—non c'era alcun tipo di prova. Quindi il processo si sgonfiò, e nel maggio 1957 tutti gli imputati vennero assolti. Lasciando un caso di omicidio che si era trasformato in un processo di costume prima, e in uno scandalo politico poi, ufficialmente senza un colpevole.

Mostro di Udine

Questo caso, molto meno noto rispetto a quello del Mostro di Firenze, riguarda una storia piuttosto simile, che lega 16 omicidi nell'arco di vent'anni, dal 1971 al 1991. Il killer, mai identificato, uccideva donne—spesso prostitute— che avvicinava sempre in nottate piovose.

Gli inquirenti, in realtà, non sono mai stati in grado di legare obiettivamente fra loro in base a perizie e modus operanti non più di quattro omicidi. In questi quattro casi, infatti, le vittime presentavano tutte lo stesso tipo di taglio dal ventre al pube—simile a un cesareo—evidenza che aveva per diverso tempo alimentato l'ipotesi che l'assassino fosse un medico.

Le piste e le teorie ipotizzate sono state svariate, così come gli indagati, ma non si è mai riusciti ad arrivare a niente di concreto. In particolare sembrerebbe esista un identikit redatto dalla polizia di Udine che descrive l'assassino come un maschio borghese di mezza età affetto da schizofrenia e costretto ad abitare con la famiglia, che durante la gioventù si era laureato in medicina ma che, a causa del suo disturbo psichiatrico, non aveva mai potuto esercitare. Secondo alcuni esperti questo identikit si sposerebbe alla perfezione con un sospettato, laureato in ginecologia, su cui per diverso tempo gli inquirenti udinesi avrebbero indagato, non riuscendo mai a produrre un numero di prove sufficienti a reggere la fase istruttoria di un processo.

Delitto di via Carlo Poma

La vittima del delitto, Simonetta Cesaroni. Immagine via Wikimedia Commons.

Quello di Simonetta Cesaroni è stato uno degli omicidi più discussi e controversi degli ultimi decenni, e nonostante siano ormai passati 26 anni tutt'ora si continua a parlarne e a ipotizzare nuovi sviluppi.

Il 7 agosto 1990, nella sede dell'Associazione italiana alberghi della gioventù di via Carlo Poma venne ritrovato il corpo nudo e senza vita di Simonetta Cesaroni, uccisa con 29 coltellate. Fin dalle prime ricostruzioni i responsabili delle indagini non riuscirono a trovare nessun tipo di movente che giustificasse un così barbaro omicidio, e le indagini presero una piega concitata e controversa, alimentata in modo enorme dai giornali e dalle televisioni, che fecero passare alla storia questo caso, almeno nell'immaginario comune, come uno dei più scandalosi episodi di errori investigativi italiani. Errori che avrebbero compromesso le indagini a tal punto da rendere oggi praticamente impossibile risalire al vero colpevole.

Nell'arco di tre diversi processi, l'ultimo dei quali terminato nel 2014, a tre diversi imputati—Pietrino Vanacore, Federico Valle, e Raniero Busco, il fidanzato dell'epoca di Simonetta—gli inquirenti non sono stati in grado di dimostrare la colpevolezza di nessun sospettato.

Giorgiana Masi

Quello di Giorgiana Masi rimane ancora oggi uno degli episodi simbolo degli Anni di Piombo in Italia: un fatto che per anni ha acceso le polemiche fra cultura dominante e controcultura italiana, ma che quasi quarant'anni dopo non ha ancora un colpevole.

Il 12 maggio 1977 Giorgiana Masi, una studentessa italiana di 18 anni, si trovava nel centro di Roma durante una manifestazione del Partito Radicale a cui si erano uniti membri della sinistra extraparlamentare. La manifestazione si era trasformata in uno scontro violento fra forze dell'ordine—di cui a quanto pare vi erano anche esponenti in borghese—e membri di Autonomia Operaia.

Poco prima delle 20 Giorgiana, insieme al fidanzato, si trovava in piazza Belli, dove si stavano svolgendo alcuni scontri; fu allora che un proiettile calibro 22 la colpì all'addome, uccidendola. Nessun testimone, nel caos degli scontri, era stato in grado di individuare in modo certo da dove fosse provenuto il colpo.

Secondo le ricostruzioni fornite dal Ministero dell'Interno, allora retto da Francesco Cossiga, il colpo sarebbe stato esploso accidentalmente da una pistola appartenuta a uno degli esponenti armati di Autonomia Operaia, mentre secondo molti altri a sparare fu un poliziotto in borghese. L'inchiesta aperta sul caso venne chiusa nel 1981 dal giudice istruttore Claudio D'Angelo, per l'impossibilità oggettiva di rintracciare il responsabile.

Le reciproche accuse vennero poi sostenute da una serie di indagini, ritrovamenti, e dichiarazioni che alimentarono entrambe le teorie di colpevolezza. Secondo un testimone rimasto anonimo, a sparare quel giorno fu Fabrizio Nanni, fratello della brigatista Mara Nanni, che all'epoca faceva parte degli autonomi e che aveva colpito la Masi per errore. Nel 1998, in un'intercapedine del bagno del rettorato dell'Università La Sapienza, venne ritrovata una pistola nascosta lì dagli anni Settanta, che secondo la DIGOS sarebbe stata occultata proprio da Nanni dopo l'omicidio colposo, ma che dopo esami balistici accurati si rivelò non essere collegabile al caso.

Ad oggi, secondo ricostruzioni e dichiarazioni che si sono succedute negli anni, il sospetto che quel giorno a sparare sia stato un membro delle forze dell'ordine è quello che prevale. Secondo l'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino, poi, le parole di Cossiga pronunciate sull'accaduto quel giorno confermerebbero come "ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell'ordine democratico."

Unabomber

Solitamente con il nome Unabomber ci si riferisce alla storia del criminale statunitense Ted Kaczynski, arrestato nel 1996 dopo che per 18 anni aveva costruito e inviato ordigni esplosivi via posta causando tre morti e 23 feriti. Ma in Italia fra l'inizio degli anni Novanta e la metà dei Duemila ha agito un bombarolo seriale—che la stampa italiana indicava utilizzando ugualmente il nome Unabomber— molto simile allo psicotico statunitense.

L'Unabomber italiano è stato artefice di circa 33 attentati esplosivi (31 secondo altre ricostruzioni) fra il 1993 e il 2006, sempre distribuiti in una vasta zona che copriva le regioni del Friuli Venezia Giulia e del Veneto. I suoi ordigni erano pensati, almeno si ritiene dalla portata della loro deflagrazione, soltanto per ferire e menomare le vittime, non per ucciderle (anche se alcune di loro dopo l'esplosione sono andate vicine al decesso): ma la sua maniacalità (soprattutto l'apparente mancanza di movente), continuità, e astuzia nel non lasciare alcun tipo di indizio che avrebbe potuto portare al suo arresto hanno fatto sì che Unabomber fino al 2006 abbia rappresentato una specie di enorme spauracchio per l'opinione pubblica italiana.

In particolare era il modus operandi di Unabomber a inquietare: gli ordigni venivano lasciati in luoghi pubblici, dove avrebbero potuto essere raccolti e innescati da chiunque (alcune delle sue vittime erano bambini), durante giorni di festa o in luoghi in cui le famiglie si ritrovano per passare il tempo libero: piazzali delle chiese durante festività religiose, in spiaggia durante i mesi estivi, nelle piazze in cui si svolgevano le parate nei giorni del Carnevale.

Fin dai primi attacchi le indagini si sono rivelate piuttosto complicate, perché la mancanza di un movente logico o maniacale e la casualità nella scelta delle vittime non permettevano la creazione di un profilo psicologico che potesse restringere il campo degli indagati. Anche se nel tempo grazie ad alcune testimonianze gli inquirenti—che a causa della dislocazione degli attentati nel tempo sono arrivati a far parte di ben quattro procure—sono riusciti a creare un profilo sommario dell'attentatore.

Negli anni il caso è stato piuttosto controverso, e i sospettati sono stati moltissimi. Il più celebre di tutti, per oltre un decennio considerato da gran parte dell'opinione pubblica come il vero Unabomber è stato l'ingegnere Elvo Zornitta, finito sotto indagine nel 2004. A suo carico c'erano alcune prove indiziarie, come il ritrovamento nella sua abitazione di petardi privi di polvere pirica.

Per diverso tempo Zornitta fu tenuto sotto osservazione dagli investigatori, che poterono così osservare come per gli attentati del 2005 e del 2006 l'ingegnere avesse evidenti alibi. L'inchiesta su di lui, però, non si fermò, con il sospetto che l'ingegnere continuasse ad agire tramite altre persone, e nel 2007 ai giornali fu rivelata la notizia secondo cui una nuova prova avrebbe finalmente potuto avvalorare i sospetti su di lui: un paio di forbici ritrovato nella sua abitazione combaciava con una sezione di taglio effettuata su uno degli ordigni repertati dalla polizia. L'avvocato di Zornitta ribaltò però questa ipotesi, sostenendo che quella sezione di taglio era stata eseguita dopo il sequestro dagli inquirenti con lo scopo di incastrare Zornitta.

A causa di questa accusa, il poliziotto Ezio Zernar finì sotto inchiesta, conclusasi nel novembre del 2014 in Cassazione con la condanna del poliziotto per "manomissione di prove".

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