economia dopo il coronavirus
Illustrazione di Hunter French.
Attualità

Il COVID-19 ha distrutto l'economia per come la conosciamo. E se non la sistemassimo?

Anziché cercare di riportare l'economia a ciò che era, perché non continuare a lavorare meno, comprare meno e produrre di meno—per il bene del pianeta?
22 luglio 2020, 6:00am

Alla fine di marzo, Donald Trump ha twittato, tutto in lettere maiuscole, "NON POSSIAMO LASCIARE CHE LA CURA SIA PEGGIO DEL PROBLEMA." Si riferiva alle conseguenze economiche del mettere in quarantena il paese per proteggere la popolazione dal coronavirus, che ha ormai ucciso oltre 100.000 americani.

L'economia è indubbiamente nei guai. In questi mesi il prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti è collassato del 5 percento, segnando un nuovo record dall'ultima recessione, stando al Wall Street Journal. A fine maggio, le richieste di disoccupazione sono arrivate a 40 milioni—che equivale a dire un lavoratore su quattro negli USA. In Europa, Italia compresa, le difficoltà a continuare a lavorare durante la pandemia o a tornare al lavoro dopo la quarantena hanno colpito in modo sproporzionato le donne. Inoltre, l'impatto su settori fondamentali in Italia, come quello turistico e della ristorazione, è ancora inimmaginabile.

Le proposte di incentivi e sussidi puntano a rimettere in piedi economia e mondo del lavoro esattamente com'erano prima della pandemia. Ma se, invece, tenessimo certe industrie chiuse? E se, anziché tornare a lavorare a tempo pieno, decidessimo di lavorare meno, comprare meno, produrre meno e non lottare per risollevare il PIL a tutti i costi?

Alcuni ricercatori sostengono che l'attenzione estrema alla crescita economica era problematica già da molto prima del COVID-19. Il movimento per la "decrescita" spinge da tempo per la riduzione della produzione di beni, ore lavorative e, inevitabilmente, il PIL—tutto con l'obiettivo finale di ridurre le emissioni di CO2. Con l'economia stagnante, la sfida che lanciano gli esperti è di immaginare un tipo diverso di economia—una che possa aiutarci a risolvere la crisi climatica, anziché peggiorarla.

Per quanto la pandemia abbia condizionato la capacità delle persone di lavorare e spendere soldi, ha anche portato a un crollo delle emissioni di più dell'8 percento, come riporta Nature—tre volte le emissioni annuali dell'Italia. Le emissioni sono crollate di oltre un miliardo di tonnellate nei primi 4 mesi del 2020, rispetto agli stessi mesi del 2019. Una cifra vicina alle riduzioni necessarie per rispettare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi del 2015 e restare sotto la soglia di riscaldamento globale dei 1,5/2°C.

Il crollo di consumi, emissioni e l'abbassamento del PIL in atto in questo momento sono un effetto collaterale della pandemia, e non sono un modo né sostenibile né desiderabile di ridurre effettivamente la nostra impronta, per via della perdita di vite umane, delle costrizioni della quarantena, della chiusura delle scuole e delle piccole attività a cui diamo valore.

Ma in Future Earth, Maurie Cohen, professore del New Jersey Institute of Technology, scrive che la pandemia, da un punto di vista di sostenibilità, offre un'opportunità più unica che rara per la qualità della vita e l'abitabilità del pianeta. Questo potrebbe essere un momento per pensare a come tenere basse le emissioni mentre riapriamo e ricostruiamo le attività umane. E potrebbe voler dire abbandonare il concetto di crescita.

Jason Hickel, antropologo alla London School of Economics, ha detto che dobbiamo convertirci all'energia rinnovabile il prima possibile, ma che è impossibile farlo mentre puntiamo a una crescita economica infinita.

Un gruppo di 1.100 esperti provenienti da oltre 60 paesi ha di recente firmato una lettera che propone delle linee guida su come riavviare l'economia, con un focus su clima, salute e benessere, anziché sulla crescita economica. Le difficoltà che stiamo affrontando ora potrebbero aprirci a un esperimento fatto di politiche più progressiste e che permettono alle persone di avere accesso a ciò di cui hanno bisogno, come un reddito universale o un sistema sanitario gratuito.

"L'occasione di fare un reset dell'economia non capita tutti i giorni—e neanche ogni cinque anni," ha scritto un gruppo di ricercatori di recente su Jacobin. "Questa è la nostra occasione. Dobbiamo fare le cose per bene."

La ragione per cui la crescita economica è desiderabile per un paese è che implica che le persone che vivono lì abbiano soldi, e tutto ciò che può essere comprato coi soldi: case, servizi sanitari, educazione, cibo e molto altro. Implica che il governo di quel paese possa investire in grandi progetti per proteggere le persone da determinate minacce—come la crisi climatica o una pandemia, per esempio.

Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, il PIL è stato usato come "la misura definitiva del welfare generale di un paese." Rappresenta il valore totale di tutto ciò che viene prodotto in un paese, beni e servizi compresi. Ma come ha detto in un'intervista David Pilling, autore di The Growth Delusion: Wealth, Poverty, and the Well-Being of Nations, "più roba non equivale automaticamente a più benessere o, per metterla in modo più colloquiale, a più felicità."

Anche se i beni materiali fossero un indicatore di benessere, il PIL è un numero cumulativo; il fatto che sia alto non significa che quella roba sia distribuita in modo tale da aumentare il welfare. Al momento il famoso 1 percento di più ricchi al mondo possiede oltre il 40 percento della ricchezza del pianeta; negli Stati Uniti, gli stipendi di fascia altissima stanno aumentando a un ritmo molto più rapido di quelli di fascia media.

Avere un PIL alto non garantisce neanche vite più lunghe: il PIL pro capita degli Stati Uniti è di 60.000 dollari, uno dei più alti del mondo. L'aspettativa di vita è 78,5 anni. Molti paesi con PIL più bassi hanno aspettative di vita più alte. La Corea del Sud ha il 50 percento in meno di PIL pro capite, ma una aspettativa di vita di 82,6 anni.

La risposta iniziale alla pandemia ci ricorda di questa cosa a sua volta. Gli Stati Uniti non sono riusciti a fornire le risorse necessarie ai lavoratori del sistema sanitario né i tamponi in tempo, nonostante il PIL così alto—e sono al momento tra i paesi con il più alto numero di decessi da COVID-19.

Già ora, la pandemia sta costringendo i paesi a rivalutare il significato del PIL. Con una mossa senza precedenti, la Cina ha deciso di non stabilire un obiettivo di PIL per quest'anno—la prima volta da quando ha iniziato a porsi obiettivi di PIL nel 1990. Piuttosto, "daranno priorità a stabilizzare l'occupazione e assicurare standard di vita," ha detto il Primo ministro Li Kegiang all'Assemblea nazionale del popolo. Negli Stati Uniti, l'amministrazione Trump ha annunciato che non rilascerà l'aggiornamento sulle previsioni economiche di metà anno.

Le persone allineate con il movimento per la decrescita dicono che essere sull'orlo della più grande crisi economica globale dai tempi della Grande Depressione rivela di per sé la fragilità della nostra economia. "Quale sistema implica che se tiriamo il freno e ci calmiamo per qualche settimana implode tutto?" ha scritto Laura Basu, ricercatrice all'Institute for Cultural Inquiry dell'università di Utrecht.

Poiché la nostra economia per come funziona ora dipende dalla crescita, quando smette di crescere, non è più gestibile. Robert Pollin, professore di economia all'Università del Massachusetts Amherst e co-direttore dell'istituto di ricerca di politica economica lì, in passato aveva detto a VICE che per quanto ridurre l'economia permetterebbe di ridurre anche le emissioni, era preoccupato perché una soluzione del genere avrebbe causato quasi certamente anche una recessione.

Aveva ragione. La nostra economia si è appena ristretta e il risultato è una recessione. Ma questo non fa che sottolineare come sia necessario slegare i picchi e i crolli dell'economia dalla qualità della vita, ha detto Hickel.

"Non c'è relazione tra il PIL e il benessere umano," ha detto Hickel. Il movimento per la decrescita vuole costruire un'economia che si concentra sulla vita umana, anziché sullo spingere un numero astratto sempre più in alto. Questo assicurerebbe che il pianeta su cui esistiamo resti abitabile.

Se le cose non cambiano, le temperature globali cresceranno tra i 3 e i 5°C sopra la media pre industriale entro la fine del secolo. Alla fine del 2018, il report dell'IPCCC ha detto chiaramente che per evitare un collasso climatico le emissioni dovevano essere dimezzate entro il 2030, e arrivare a zero entro il 2050.

Certo, non siamo al momento in un vero e proprio percorso di "decrescita", ha detto Julia Steinberger, professoressa di economia ecologica dell'Università di Leeds.

Non abbiamo i servizi e programmi sociali che assicurano i beni di prima necessità a tutti, nonostante la situazione in corso. La decrescita insiste da sempre sull'accompagnarsi a politiche sociali per compensare la riduzione delle entrate che le persone subirebbero.

Ed è qui la differenza tra decrescita e recessione, ha detto Hickel. La decrescita è a favore di politiche come un reddito universale, una settimana lavorativa più breve e altri servizi fondamentali, come la sanità e l'educazione, per compensare la riduzione del lavoro e della produzione. Altri sostengono un garanzia di lavoro federale, per cui alle persone che svolgono mestieri per un salario minimo per mandare avanti la produzione di cose che danneggiano il clima, viene garantito un impiego nei settori e nelle infrastrutture green. La cancellazione del debito potrebbe alleviare le persone dalla necessità di lavorare di più per pagare debiti sempre più cospicui.

Insieme a politiche robuste su salute, casa ed educazione, decrescita significa anche che le persone potrebbero lavorare e guadagnare meno, senza perderne in qualità della vita. Sostiene anche un sistema di tassazione progressivo, così che la ricchezza sia distribuita più equamente.

Il mondo dopo tutto questo

"La decrescita non significa ridurre l'intera economia indiscriminatamente, ma far crescere alcuni settori che sono importanti e decrescerne altri che sono distruttivi," ha detto Hickel. "Abbiamo bisogno che alcuni settori crescano perché sono importanti per il benessere umano, mentre possiamo ridurne altri come l'industria delle armi, quella dei SUV, delle case di lusso, della plastica monouso, e via dicendo."

Steinberger ha insistito sul fatto che, come per altre forme di attivismo ambientale, le azioni individuali sono importanti, ma sono soprattutto governi, leggi e industrie che devono fare un passo verso il cambiamento. Un report del Center for Economic and Policy Research ha scoperto che riducendo le ore lavorative negli Stati Uniti a quelle imposte in Europa, il consumo di energia calerebbe del 20 percento. Ma un individuo non può scegliere da solo di vivere in un'economia post-crescita e diminuire le proprie ore di lavoro. Non hanno il sostegno sistemico necessario.

La cosa è stata resa evidente dall'assegno da 1.200 dollari insufficiente che molti cittadini americani hanno ricevuto all'inizio della pandemia, o dal fatto che gli uffici per la disoccupazione non hanno saputo rispondere alle richieste delle persone, e dai programmi per le piccole imprese, che non hanno funzionato. Lo stesso si può dire delle indennità mensili date ad alcune categorie in Italia durante il lockdown.

"Non sorprende che la classe politica voglia che le persone tornino a lavorare," ha detto Juliet Schor, professoressa di sociologia al Boston College.

È sbagliato non volere che l'economia cresca di nuovo come prima e continui a crescere? Solo se non si riconoscono i modi in cui ha fallito, ha detto Steinberger, e come quella crescita non stesse beneficiando la maggior parte della gente. Nel 1965, i CEO guadagnavano 20 volte lo stipendio di un lavoratore medio, ma nel 2013 quella differenza era di 296 volte. Tra il 1973 e il 2013, la paga oraria è aumentata solo del 9 percento, ma la produttività è aumentata del 74 percento. Nonostante la crisi economica, il mercato azionario ha continuato a impennare e il mondo vedrà presto il suo primo trilionario.

Quindi, cosa c'è di buono nella crescita economica? Chi ci guadagna davvero? Perché dovremmo lottare per riaverla, quando l'alternativa potrebbe essere una soluzione concreta alla crisi climatica?

"È evidente che la nostra economia è organizzata a tutti gli effetti intorno al benessere del capitale e non a quello delle persone," ha detto Hickel. "Non c'è motivo di accettare questa cosa."

Come ha scritto Kate Aronoff su The New Republic, "Un pacchetto di ripresa potrebbe semplicemente—e probabilmente senza successo—cercare di riportare l'economia dov'era prima che scattassero le misure per il COVID-19, con anche i suoi stipendi stagnanti da decenni, le sue emissioni senza limiti, e la sua terrificante disuguaglianza."

La decrescita vuole anche farci riflettere su che aspetto avrebbero le nostre vite se il lavoro non ne fosse la componente centrale. "Ogni volta che si manifesta una crisi, diciamo tutti che dobbiamo lavorare di più. In realtà no, nel momento in cui vuoi salvare il pianeta, devi lavorare meno," ha detto David Graeber, antropologo americano e autore di Bullshit Jobs, un libro che sostiene che molti mestieri al momento non hanno alcun significato.

Come società, attribuiamo valore morale al lavorare. "Crediamo davvero che se non lavori duramente non ti meriti nulla. Sei una brutta persona," ha detto Graeber. "Ma questa morale sta distruggendo senza sosta il pianeta."

Eppure, in molti modi, la pandemia ci ha costretti a ridefinire perché un lavoro o il consumo di un certo bene sia importante al di là della crescita economica. La pandemia ci ha dotati del termine "lavoratori essenziali," e "ci ha anche mostrato che molto del lavoro che facciamo non è particolarmente necessario o piacevole—lo facciamo solo per avere i soldi per sopravvivere," ha scritto Basu.

Gaeber ha detto che mentre stava scrivendo Bullshit Jobs ha scoperto che molte persone che lavorano non fanno niente che serva, né in senso strettamente necessario alla sopravvivenza ma neanche in senso di realizzazione creativa. "Cose come il telemarketing o le consulenze finanziarie esistono tanto per esistere," ha detto Graeber. "Wall Street esiste tanto per esistere. Il lavoro di quelle persone è convincerti che ci sono altri motivi per cui devono fare quel lavoro."

Steinberger ha detto che se ci chiediamo cosa ci serve affinché tutti possano vivere bene, la lista sarà probabilmente più breve di quanto crediamo.

Nel 2018, Steinberger e i suoi colleghi Dan O'Neill, Andrew Fanning e William Lamb, hanno usato un dataset internazionale per dimostrare che una vita soddisfacente era legata all'accesso a una nutrizione sufficiente, cure mediche, energia, educazione, aiuto sociale, uguaglianza, democrazia, occupazione e reddito—non plastica monouso, fast fashion, SUV giganti o ville mastodontiche.

La decrescita vuole tagliare o ridurre drasticamente quelle parti dell'economia, ma non a spese di quelle fondamentali. "Se riuscissimo a mettere in atto queste politiche, riusciremmo a fornire condizioni di vita davvero buone," ha detto Steinberger.

"Non vogliamo causare una privazione materiale per le persone che vogliono avere un'economia migliore e un pianeta migliore," ha detto Schor. "Ecco perché non mi piace il termine decrescita negli Stati Uniti. Ha un che di negativo. Si concentra su ciò che viene tolto, mentre il concetto è molto più far combaciare le necessità delle persone con quelle del pianeta."

La pandemia ci sta insegnando che ridurre le emissioni è possibile. Ci sta mostrando il potere di un'azione davvero collettiva. "Anche se non era quello l'obiettivo [della quarantena], le persone ci sono riuscite lo stesso," ha detto Steinberger. "Se le persone prendono la cosa davvero seriamente, possono agire dalla sera alla mattina per ridurre le emissioni."

La pandemia ha mostrato anche che i governi possono mettere insieme migliaia di miliardi di dollari ed euro per sostenere la popolazione quando necessario—il che lascia pensare che operazioni simili potranno essere fatte anche per altri problemi di salute e sicurezza, come la crisi climatica, in futuro. "Abbiamo visto quanto in fretta i governi hanno agito per fare qualcosa che sembrava impossibile," ha detto Schor.

E Hickel ha detto che chi prima era critico vero i movimento per la decrescita dicevano che non si può tirare il freno a mano per l'economia, mentre ora sappiamo che non è così.

"Improvvisamente arriva un virus ed è chiaro che c'è un freno a mano che possiamo tirare con relativa facilità," ha detto Hickel. "Il governo può, anzi, rallentare parti dell'economia per proteggere la salute pubblica. In un certo senso, il velo è stato tirato e il mago di Oz smascherato. Possiamo immaginare modi di tirarlo che sono ecologicamente significativi e socialmente sicuri. I sigilli cognitivi, in questo senso, sono andati davvero in frantumi."