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Il coronavirus rischia di farci tornare indietro su plastica monouso e sostenibilità

Con tutti gli imballaggi usati nella delivery e al supermercato, la plastica sembra essere tornata di moda. E viene smaltita peggio che mai.

di Andrea Strafile
25 maggio 2020, 6:17am

Foto by Getty

"Il 12% della plastica che troviamo nei nostri mari era destinata al monouso. Ed è una stima al ribasso."

In questa lunga quarantena molti di noi si sono concessi almeno un delivery dal proprio ristorante preferito. Comodi, a casa, abbiamo ricevuto piatti caldi, freddi, pizze e sushi, spesso racchiusi in scrigni di plastica: a volte lo era solo il coperchio, altre ancora tutto il packaging. Forse non ci avete pensato, ma il delivery potrebbe essere una delle ragioni per cui stiamo facendo passi indietro sulla questione plastica.

Fino a questa pandemia, i numeri dei materiali biosostenibili parlavano di una crescita vertiginosa. Un rapporto sulle bioplastiche, che prende in considerazione il periodo che va dal 2012 al 2017, mostra una crescita di produzione dell'86% e di una previsione di un altro 15% per il 2018. In un altro studio, nel 2026 le produzioni dovrebbero aumentare di un altro 26%. Questi dati incoraggianti potrebbero, però, subire un calo a causa del Covid-19. Per dirla semplicemente: la situazione economica è grave nel settore della ristorazione, che potrebbe ridare nuova vita alla classica, economica, non sostenibile plastica.

Sono convinto che questa pandemia abbia contribuito all'incremento della plastica monouso

Sul mercato ci sono fondamentalmente tre macrocategorie di packaging monouso in plastica: quella tradizionale che, se smaltita bene è totalmente riciclabile e quindi non rappresenterebbe un vero problema; la bioplastica, che proviene da un materiale di partenza organico; la plastica compostabile, la cui struttura polimerica permette di trattarla come fosse organico.

Per molti giorni packaging monouso è diventato l'unico contenitore per il cibo dei nostri ristoranti preferiti. Forse perché molte attività non erano adeguatamente informate sui materiali da utilizzare? E insieme al cibo a domicilio, la Grande Distribuzione Organizzata sta vivendo un periodo d'oro per quanto riguarda packaging monouso, ma qui il discorso economico, come vedremo, incontra quello sanitario.

"Il problema non risiede tanto nella plastica, quanto nello smaltimento"

"Non abbiamo dati al momento, perché i laboratori sono rimasti chiusi" mi dice Stefano Aliani, ricercatore in Italia per l'Ismar-Cnr di Lerici ed esperto di Oceanografia fisica e chimica, che mi ha spiegato come funziona il mondo della plastica oggi, e cosa è probabile che succeda in futuro. "Sono, però, convinto" continua "che questa pandemia abbia contribuito all'incremento della plastica monouso e studieremo subito il fenomeno."

Secondo il dottor Aliani il problema non risiede tanto nella plastica, quanto nello smaltimento. E porta l'esempio dei caffè per farmi capire appieno la questione. "La tazzina in plastica di caffè viene smaltita malissimo, per esempio. Oggi, che è spesso d'asporto, una volta bevuto lo butti in un comune cestino in città, ma non c'è niente di più sbagliato. Dovrebbero esserci dei centri di raccolta, ma spesso non c'è nemmeno il cestino della differenziata nello stesso bar." E se parliamo di nuovi strumenti monouso, lo stesso problema di smaltimento hanno guanti e mascherine, che tendiamo a buttare nel primo cestino disponibile, col rischio che finiscano negli oceani. "Nei mari abbiamo trovato 70 tonnellate di plastica a livello globale. Il 12%, solo in Italia, è rappresentato dai contenitori monouso. Ma è sicuramente una stima al ribasso, perché spesso ci troviamo pezzi piccolissimi di plastica che potrebbero essere di imballaggi monouso."

"In questi mesi la frutta ha venduto molto, persino le mele, che vendono poco. E si prediligono i packaging da quattro"

Le due grandi aree della plastica monouso alimentare si possono dividere in quelle destinate ai ristoranti e quelle destinate a grandi aziende e GDO. Per fare chiarezza ho chiamato un produttore di plastica per alimenti "standard" e uno di plastica e packaging biodegradabili, per capire se la produzione e le vendite fossero aumentate durante la pandemia.

"Sì, la mia azienda ha fatto numeri un po' più alti durante questo periodo," mi dice il signor Efre Turrini dell'azienda Agripack. "Finché c'è richiesta da parte della Grande Distribuzione noi lavoriamo, soprattutto per quanto riguarda frutta e verdura: in questi mesi la frutta ha venduto molto per via del virus, persino le mele, che vendono poco. E si prediligono i packaging da quattro mele." A quanto pare i dati dicono che la gente, in questo momento di pandemia, si fida più di un incarto di plastica, che dei freschi sfusi (ma, per dovere di cronaca, sono dati che vedevano già l'anno scorso un incremento dell'imballato rispetto al fresco).

L'idea del consumatore è che la plastica fungerebbe da barriera per il virus, ma purtroppo non è ancora provato.

Secondo il Sole24Ore, si dedurrebbe dalle tendenze di mercato più che dall'incremento della produzione, ma i dati a livello globale possono già confermarlo: Bloomberg riporta di come in Germania due aziende di packaging in plastica abbiano aumentato a doppia cifra di percentuale la produzione, mentre una statunitense di polistirolo ha aumentato il profitto del 55%. "Nel nostro mercato comandano le GDO e in questo momento c'è sempre più richiesta di cartone per confezionare," continua Efre Turrini di Agrypack. "Quindi stiamo cambiando la produzione sempre di più." Cartone in parte del packaging o no, l'idea del consumatore è che la plastica fungerebbe da barriera per il virus. Ma sulla sicurezza della plastica in questi tempi di pandemia, arriva uno studio condotto dal New England Journal of Medicine, afferma come il virus riesca a sopravvivere sulla plastica - seppur indebolito dopo sette ore - per 72 ore.

Stefano Galbiati e la sua Bio Pack producono packaging bio da dieci anni. In questo periodo sono stati più richiesti? "Il problema maggiore è dato dal fatto che molte delle bioplastiche arrivano dalla Cina. E quindi in questo momento c'è poca reperibilità." Il dottor Aliani mi ha anche spiegato come funziona il packaging biodegradabile: "Il packaging bio non è mai stato un vero trend. Il problema è che spesso la dicitura inganna il consumatore: la maggior parte delle plastiche biodegradabili sono solo dei polimeri con magari il mais come materiale di partenza." E continua: "Ma il risultato finale è una plastica a tutti gli effetti, come quella generata dal petrolio, quindi non biodegradabile. Anche nel caso in cui fosse fatta nella maniera giusta, non dobbiamo pensare di buttarla a terra. Non è come una foglia: c'è bisogno di smaltirla con macchinari specializzati."

Per tornare al produttore di packaging bio: "La plastica bio comunque è un prodotto sempre meno richiesto: ormai ci concentriamo più sulla carta che resiste anche in microonde o le scatole per chiudere il cibo da asporto. La plastica non è il futuro del packaging: lo è la carta."

Forse il packaging biodegradabile non è mai stato un vero trend, ma di sicuro molte sono state le soluzioni alternative al problema della plastica per uso casalingo. Uno di questi è Apepak, creato dall'italiano Massimo Massarotto: un telo di cotone e cera d'api malleabile, riutilizzabile, per coprire e conservare gli alimenti. "Ho capito che non c'è lavoro se alla base non esiste un'etica per risolvere i problemi," mi ha raccontato Massimo. "Apepak si modella per adattarsi alle forme delle cose da conservare, è completamente bio (compresa la cera d'api di cui è ricoperto) e lavabile. Io vivo in California e qui ho capito, vedendo le tante startup nate per risolvere problemi, che un mondo giusto si può avere."

Cerchiamo di mantenere una filosofia green nei nostri ristoranti, anche se a volte c'è un'incidenza di 20/30 centesimi in più rispetto ai contenitori di plastica tradizionali.

Ma se parliamo di packaging monouso, la maggior parte viene dalla ristorazione. La Metro di Roma, che rifornisce molti ristoranti della Capitale, ha risposto a un po' di mie domande sui contenitori dei delivery ordinati dai ristoranti. In questo periodo le vendite dei contenitori per asporto in plastica sono aumentate di circa il 5%, contro il 2% del packaging biodegradabile (in riferimento ad Aprile, ndr). Certo, è un dato locale, ma confermerebbe la tendenza del settore a preferire il risparmio su un certo tipo di servizio.

"Noi abbiamo adottato una filosofia green nelle nostre catene di bistrot", mi dicono da Pandenus, catena di ristoranti milanese. "E cerchiamo di mantenerla, anche se a volte c'è un'incidenza di 20/30 centesimi in più rispetto ai contenitori di plastica tradizionali." Il costo delle bioplastiche e dei packaging etici è effettivamente molto superiore a quello della plastica. Ma il problema si porrebbe veramente su grandi numeri: forse, come mi ha detto anche il produttore di Bio Pack, gli esercenti capiscono che bisogna spendere un po' di più per alzare la qualità. "Per provvedere alla crisi abbiamo anche abbassato i prezzi dell'asporto, che prima erano equiparati a quelli dei bistrot."

Una vaschetta normale piccola costa alle gelaterie 30 centesimi, la nostra compostabile 80: più del doppio

Se pensate che 20 centesimi in più siano molti, non avete ancora sentito quanto costa una vaschetta di gelato da portare a casa. Stefino, a Bologna, è una gelateria che abbraccia un'etica sostenibile da quando è nata. "Tutti i nostri contenitori sono biodegradabili," mi dice Riccardo Occhionero. "E considera che una vaschetta normale piccola alle gelaterie costa 30 centesimi, la nostra compostabile 80: più del doppio."

Il coronavirus ha senza dubbio destabilizzato le nostre menti, la nostra società e il nostro lavoro, e ora sta facendo brutti scherzi anche all'ambiente. La tendenza green, che si stava facendo largo sempre di più nella ristorazione, sembra affievolirsi, ma potrebbe essere solo un attimo di sbandamento, questo noi lo speriamo.

Intanto ricordo che la UE, che aveva deciso di bandire la produzione di plastica monouso a partire dal 2021, sembra non voler rimandare la messa in vigore della legge. Che significa dare una bella lezione all'Italia, tra i maggiori produttori di plastica monouso in Europa. "I produttori chiederanno sempre di più proroghe alla UE, giocando sul fatto che non ci sono alternative sicure come la plastica," conclude il dottor Stefano Aliani. "Ma cerchiamo di ricordarci come sono stati questi giorni con l'aria pulita senza andare troppo lontani, e di capire che differenziare nella maniera giusta può cambiare le cose."

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