Dall'arresto alla latitanza: la controversa storia del caso Cesare Battisti

Il neoeletto Jair Bolsonaro ha promesso di concedere l'estradizione dell'ex terrorista.

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06 novembre 2018, 4:30am

Cesare Battisti negli anni Ottanta. Foto via Wikimedia Commons.

Aggiornamento del 14 gennaio 2019: Ieri l'ex terrorista rosso Cesare Battisti è stato individuato e arrestato da agenti dell’Aise e dell’Interpol a Santa Cruz, in Bolivia, dov'era scappato dal Brasile. Secondo quanto annunciato da Giuseppe Conte e Matteo Salvini, oggi dovrebbe arrivare in Italia alle 11.30. Per l'occasione, riproponiamo la lunga storia del caso.

La vittoria di Jair Bolsonaro in Brasile ha riportato al centro dell’attenzione il caso di Cesare Battisti, l’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo—una delle formazioni di estrema sinistra attive durante gli “anni di piombo”—che il nuovo presidente brasiliano ha promesso di estradare in Italia.

Durante la campagna elettorale, Bolsonaro aveva annunciato più volte questo proposito: prima con alcuni tweet in portoghese e in italiano; e poi registrando un video surreale con il deputato leghista italo-brasiliano Roberto Lorenzato, che ne ha approfittato anche per ricordare le origini italiane dello stesso Bolsonaro.

Matteo Salvini, che è stato tra i primi a fare le congratulazioni al nuovo presidente, ha colto al volo l’occasione per trasformare Battisti in una sorta di pegno, a suggellare questa nuova bromance sul fronte delle destre internazionali. Il giorno dopo la vittoria gli ha risposto direttamente il figlio di Jair, Eduardo Bolsonaro, ri-eletto deputato federale nello stato di San Paolo, scrivendo su Twitter: “Il regalo è in arrivo! Grazie per il supporto, la destra diventa più forte.”

La notizia di una sua possibile estradizione è stata accolta positivamente non soltanto dalla Lega, ma anche dal resto del governo: il ministro della giustizia Bonafede (M5S) ha detto che “da mesi gli uffici del ministero hanno avviato contatti con le autorità brasiliane, tenendosi pronti a un evento che avrebbe potuto cambiare le cose,” mentre il ministro degli Esteri Moavero Milanesi ha parlato di un “segnale positivo per la giustizia e doveroso nei confronti del dolore delle vittime.”

Quanto a Battisti, secondo un articolo pubblicato sulla Stampa mercoledì scorso sarebbe “irreperibile da giorni” a Cananeia, la città dove abita da aprile. In seguito, il suo avvocato e poi lui stesso hanno smentito le voci di una fuga: Battisti starebbe ora rientrando a casa da San Paolo, dove si reca regolarmente per ragioni di salute e impegni legati alla sua attività di scrittore, e afferma di non essere per nulla preoccupato dalle minacce di Bolsonaro, che direbbe solo “fanfaronate.”

Ma per quale motivo sia Salvini sia Bolsonaro sono così interessati a riportare Battisti in Italia, descrivendolo come una sorta “pacco regalo” da smistare da una parte all’altra dell’Atlantico? Per capirlo, bisogna riprendere in mano una storia giudiziaria e politica molto lunga, che inizia nel 1979, quando Cesare Battisti viene arrestato per detenzione illegale di armi.

È il primo arresto per terrorismo, ma non il primo in assoluto: già più volte era stato in prigione negli anni precedenti per rapine e altri reati comuni, e proprio in carcere aveva conosciuto Arrigo Cavallina, uno dei fondatori dei PAC, a cui una volta libero decide di unirsi.

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Cesare Battisti nel carcere di Frosinone, nel 1981. Foto via Wikimedia Commons

Battisti dichiarerà in seguito di aver lasciato la lotta armata e i PAC già nel 1978, dopo l’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse e dopo il primo omicidio compiuto dai PAC nello stesso anno—quello del maresciallo Antonio Santoro a Udine—a cui ha sempre negato di aver preso parte, così come nei tre successivi che gli saranno imputati, compiuti nel 1979. Battisti viene arrestato proprio nell’ambito delle indagini dell’ultimo di questi, l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani, ma la condanna che gli viene comminata nel 1981—13 anni e cinque mesi—riguarda soltanto la partecipazione a banda armata con finalità di terrorismo.

Nello stesso 1981 riesce a evadere dal carcere di Frosinone, fuggendo prima in Francia e poi in Messico, dove si dedica all’attività letteraria. Nel frattempo, però, alla condanna per banda armata si aggiungono due ergastoli, comminati in contumacia, per la partecipazione diretta in tre omicidi—oltre a Santoro, quello del macellaio Lino Sabbadin e dell’agente della Digos Andrea Campagna—e l’ideazione di quello di Pierluigi Torregiani: praticamente tutti i crimini di sangue commessi dai PAC. I nuovi capi di imputazione derivano dalle deposizioni di uno degli ex compagni di Battisti, Pietro Mutti, passato a Prima Linea e poi arrestato nel 1982. La sua vicenda giudiziaria, divisa in tre filoni e piuttosto complicata, finisce con una sentenza della Cassazione del 1993, che conferma la sua colpevolezza.

In questo periodo Battisti si trova nuovamente in Francia, protetto dalla cosiddetta “dottrina Mitterrand,” la politica d’asilo adottata dal governo francese nei confronti dei fuggitivi su cui pendevano processi condotti sulla base delle “leggi speciali” varate in Italia tra gli anni Settanta e Ottanta per contrastare il terrorismo. E in Francia rimane anche dopo la condanna, mantenendosi come autore di romanzi gialli e portinaio in uno stabile.

La sua situazione cambia nel 2004: accantonata la “dottrina Mitterrand,” Battisti viene arrestato in seguito a un accordo tra il Ministro della Giustizia francese e il suo omologo italiano Castelli per l’estradizione in Italia. In quell’anno, a sua difesa si forma un ampio movimento d’opinione che coinvolge numerosi intellettuali sia italiani sia francesi, che firmano un appello per la sua liberazione e puntano il dito sulle irregolarità del processo e sull’incostituzionalità delle leggi speciali anti-terrorismo. Una sintesi delle posizioni a favore di Battisti si può leggere nel libro Il Caso Battisti. L’emergenza infinita e i fantasmi del passato, oltre che in numerosi articoli pubblicati su Carmilla.

I dubbi sulla condanna di Battisti riguardano soprattutto l’attendibilità di Pietro Mutti, il suo principale accusatore, che si è avvantaggiato della cosiddetta “legge sui pentiti” varata nel 1984—una delle “leggi speciali” che giustificavano la dottrina Mitterrand—per ottenere un forte sconto di pena come collaboratore di giustizia. Il sospetto, insomma, è che ne abbia approfittato per scaricare su Battisti (già latitante) le responsabilità più gravi, peraltro cambiando più volte versione e fornendo dichiarazioni contraddittorie, anche se ha sempre attribuito a Battisti la responsabilità degli omicidi anche in anni recenti.

In secondo luogo, Battisti ha denunciato difficoltà e ostacoli per la propria difesa nel processo in contumacia—che, per l’ordinamento italiano, non può comunque essere ripetuto in presenza dell’imputato. Su questo punto però pesa una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2006 ha respinto il ricorso presentato da Battisti contro lo stato francese in merito all’estradizione, dichiarando “equo” il processo, perché, nonostante l’assenza, l’imputato aveva potuto nominare i propri difensori ed era informato sui suoi svolgimenti.

Comunque, quando l’estradizione dalla Francia sembra ormai cosa fatta, Battisti riesce a fuggire in Brasile. Qui, arrestato nel 2007, riuscirà ad ottenere lo status di rifugiato politico per la prima volta nel 2009, e poi nel 2010 per iniziativa personale del presidente Lula, che riconferma la sua protezione come ultimo atto della propria presidenza, nonostante un parere contrario ma non vincolante del Tribunale Supremo Federale (TSF)—l’organo più alto della giustizia brasiliana.

Battisti resta protagonista di uno scontro diplomatico a bassa intensità fra Roma e Brasilia, che rifiuta tutte le richieste di estradizione avanzate dal governo italiano—questo, almeno, fino al 2017. Sebbene Salvini abbia scritto che, con l’elezione di Bolsonaro, “anche in Brasile i cittadini hanno mandato a casa la sinistra,” in Brasile la sinistra non governa più dall’agosto 2016, quando in seguito all’impeachment di Dilma Rousseff è subentrato alla presidenza il centrista Michel Temer. Già il governo Renzi ne aveva approfittato per tornare a far pressioni sull’estradizione di Battisti a fine settembre 2017, e la richiesta era stata accolta favorevolmente da parte del governo brasiliano.

Pochi giorni dopo, a inizio ottobre, Battisti viene fermato dalla polizia brasiliana al confine con la Bolivia, con l’accusa di “contrabbando di valuta.” Più tardi dirà di essere finito in “una trappola,” ma in molti pensano a un tentativo di fuga.

L’11 ottobre il governo Temer decide di revocare ufficialmente lo status di rifugiato all’ex terrorista, ma il provvedimento resta vincolato alla decisione del giudice Luiz Fux del Tribunale Supremo Federale sull’habeas corpus richiesto dalla difesa di Battisti. Fux a sua volta rinvia il pronunciamento a un comitato dello stesso TSF, che a fine ottobre rimanda nuovamente la decisione sfruttando un cavillo giuridico.

In questo modo, la pratica per l’estradizione resta in una situazione di stallo—bloccata nel braccio di ferro tra l’esecutivo e il Tribunale Supremo sulla possibilità di revocare o meno la concessione di status fatta nel 2010 da Lula—e non se ne parla più fino al marzo di quest’anno, quando la procura generale del Brasile sostiene che Temer avrebbe effettivamente il potere di decidere l’estradizione. Ma anche in questo caso non se ne fa nulla.

Nei mesi successivi Battisti continua ad avere qualche noia con la giustizia brasiliana—a dicembre i giudici gli impongono il braccialetto elettronico come misura cautelare nel procedimento per evasione fiscale, mentre ad aprile di quest’anno un giudice distrettuale gli toglie il passaporto perché avrebbe fornito un indirizzo falso in occasione del matrimonio—ma l’estradizione resta una matassa difficile da sbrogliare, e per questo Battisti probabilmente non ha tutti i torti a dire di non temere Bolsonaro: a meno di non cercare uno scontro diretto con il potere giudiziario, il presidente non può prendere una decisione del genere unilateralmente.

Con questa intricata e pluridecennale vicenda giudiziaria, di cui ancora non si intravede l’esito, Cesare Battisti è finito per diventare il simbolo di un’intera stagione della storia italiana—malgrado la sua appartenenza a una delle organizzazioni “minori” e meno conosciute del terrorismo rosso, peraltro in un ruolo di secondo piano—e il catalizzatore di un sentimento da “resa dei conti” che affiora periodicamente ogni volta che si torna a parlare di lui. Un sentimento che nasce dall’impunità e dal desiderio di giustizia per i familiari delle vittime, ma che finisce per coinvolgere più il personaggio Battisti che i crimini che gli vengono imputati.

Accusato di non essersi mai pentito e di aver mantenuto sempre un atteggiamento di sfida nei confronti della giustizia italiana, in molte ricostruzioni giornalistiche Battisti è trasformato in una sorta di caricatura, come sanguinario terrorista protetto dagli intellettuali della “sinistra radical chic,” e dedito a una vita beata tra ostriche e champagne nella sua latitanza dorata.

“Un palmarès da delinquente di provincia, un coatto” dalla “faccia odiosa,” “modestissimo scrivente” e “dilettante di maniera,” ha scritto per esempio Fulvio Abbate su Linkiesta. “L’assassino così amato dagli intellettuali,” l’ha definito Famiglia Cristiana. Un “criminale ordinario [...] trasformato in terrorista rivoluzionario,” secondo Panorama, che “con questo abile paso doble è riuscito a ingraziarsi buona parte della cultura radical chic italiana e della gauche caviar d’Oltralpe” e che “dopo gli omicidi andava a vantarsi con le ragazze” (Il Giornale.) Addirittura Giuseppe Cruciani ha scritto un libro sull’argomento, che si intitola significativamente Gli amici del terrorista.

Probabilmente lo stesso Battisti non ha fatto del suo meglio per scongiurare questa impressione di antipatia, complici alcune sue dichiarazioni alla stampa brasiliana enfatizzate dai media italiani (come quando ha equiparato l’estradizione a “una condanna a morte”) e i brindisi davanti ai fotografi, per quanto nelle sue interviste—compresa una discussa apparizione a Le Iene nel 2015—l’ex terrorista non mantenga la posa da “irriducibile” che spesso gli si attribuisce, riconoscendo le proprie responsabilità nella lotta armata.

Colpevole o perseguitato politico, di certo Cesare Battisti si trova al centro di una pressione mediatica che per qualche ragione ha risparmiato altri latitanti degli anni di piombo, come l’ex brigatista Alessio Casimirri, condannato in via definitiva per il sequestro Moro e rifugiato in Nicaragua dal 1983. O i terroristi di parte “nera,” tendenzialmente rimossi dal dibattito pubblico, come l’ex Nar Vittorio Spadavecchia, rifugiato a Londra, o il più celebre Delfo Zorzi, l’ordinovista indagato (e poi assolto) per le stragi di piazza Fontana e piazza della Loggia, da decenni in Giappone.

Nel quarantesimo anniversario del caso Moro, a pochi mesi dalle polemiche sulle recenti apparizioni televisive di alcuni ex brigatisti, questa ennesima riapertura dell’affaire Battisti dimostra che l’Italia fatica a fare i conti con la memoria degli anni di piombo.

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