Federico Umberto D'Amato
Crediti: in fondo.
Attualità

Federico Umberto D'Amato, la spia più intoccabile d'Italia che rimane ancora oggi un mistero

D'Amato ha diretto a lungo la polizia politica dell'Italia democratica, ed è stato implicato in tanti episodi oscuri della nostra storia.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
24.2.21

La storia recente dell’Italia è piena di buchi neri e questioni irrisolte—soprattutto nel periodo della cosiddetta “strategia della tensione.” Se per alcuni grossi eventi di quei decenni si è più o meno raggiunta la verità storica, come la strage di piazza Fontana del 1969, per molti altri la ricerca di mandanti e colpevoli procede ancora tra mille difficoltà.

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L’attentato alla stazione di Bologna, che nel 1980 ha causato 85 morti e più di 200 feriti, è uno di questi. A qualche anno dalla riapertura delle indagini, a inizio di febbraio 2021 è stato rinviato a giudizio il neofascista Paolo Bellini—ex membro dell’organizzazione terroristica Avanguardia Nazionale—con l’accusa di essere uno degli esecutori, insieme ad altri fascisti dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) già condannati in vari gradi.

La grossa novità è che questa volta sarebbero stati individuati alcuni mandanti e organizzatori del massacro—i quali tuttavia sono deceduti da tempo. Oltre al capo della loggia P2 Licio Gelli, già responsabile dei depistaggi sulla prima inchiesta, un altro nome di spicco è quello di Federico Umberto D’Amato.

A molti questo nome non dirà nulla, ma D’Amato è stato una delle spie più potenti della storia repubblicana che—tra le varie cose—ha ispirato il personaggio del Vecchio in Romanzo Criminale. D’Amato è stato per molti anni il capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale, una struttura di intelligence che di fatto era una vera e propria “polizia parallela,” e di lui si diceva che “sapeva quasi tutto di tutti, e quello che non sapeva, tutti pensavano che lo sapesse.”

Naturalmente, un suo effettivo coinvolgimento nella strage di Bologna è da verificare fino in fondo. Ma una buona parte della sua vita è stata ricostruita in dettaglio in un libro uscito per Einaudi, intitolato La spia intoccabile. L’autore è lo storico Giacomo Pacini, che in altri saggi si è occupato dell’Ufficio affari riservati e delle reti segrete anticomuniste in Italia durante la Guerra fredda.

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L’ho chiamato per farmi raccontare cosa ha scoperto su D’Amato attraverso le sue ricerche negli archivi, e se davvero è stato questo “grande vecchio” dei misteri italiani.

VICE: Ciao Giacomo. Anzitutto, come nasce il libro? Perché hai scelto di concentrarti proprio su D’Amato?
Giacomo Pacini
: Questo libro viene da lontano. Ai tempi dell’università avevo fatto una tesi su Gladio e mi ero imbattuto in D’Amato e nell’Uar. Mi colpì soprattutto il fatto che, pur essendo stato indubbiamente una grande spia italiana, ufficialmente passava come gastronomo [per anni D’Amato è stato il critico culinario dell’Espresso].

Più in generale da anni studio il ruolo dei servizi segreti nella Guerra fredda, che sono stati i veri protagonisti di quel conflitto. Per ovvie ragioni, non potendoci essere un confronto armato tra le superpotenze, i servizi sono diventati depositari della sicurezza del paese—indipendentemente dall’autorità politica da cui formalmente dipendevano, e spesso anche contro di essa.

Da questo punto di vista, Federico Umberto D’Amato è un emblema di tutto ciò. Dagli anni Quaranta fino ai Novanta sono cambiati i governi, sono cambiati i ministri, ma lui in varie forme è sempre rimasto ai vertici della polizia politica. Il che dà la misura dell’importanza che hanno avuto questi uomini, e della necessità di studiare la loro vicenda; anche mettendo in luce i lati oscuri.

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Com’è nato l’Ufficio affari riservati, e perché per così tanti anni è rimasto praticamente nell’ombra?
Il moderno Uar nasce nel 1948 come centro di coordinamento degli uffici politici delle varie questure, ma nel corso degli anni il suo ruolo muta profondamente.

Diventerà a tutti gli effetti un corpo separato sganciato dalle questure, con una serie di squadre sparse in varie città italiane—spesso in abitazioni private—e formate da sottoufficiali che raccoglievano informazioni, gestivano infiltrati e confidenti e riferivano esclusivamente ai vertici (cioè a D’Amato, a partire dagli anni Sessanta).

I documenti presenti negli archivi danno l’idea di quanto fosse ampia l’infiltrazione dell’Uar: nei partiti d’opposizione (Partito Comunista Italiano in testa), nei sindacati e addirittura nei partiti di governo; quelli cioè a cui formalmente l’Ufficio faceva riferimento. Inoltre, emerge anche come questi uomini avessero una notevole cultura politica—specialmente sull’area dei movimenti extraparlamentari di sinistra—a differenza dei servizi segreti militari.

Nel saggio racconti che c’è stata una sostanziale continuità tra gli uomini che facevano parte della polizia segreta fascista, l’Ovra, e quelli postfascisti. Come mai?
Guido Leto, uno dei principali capi dell’Ovra, notava ironicamente che tutti i suoi principali collaboratori erano arrivati a rivestire ruoli di rilievo negli apparati informativi della nuova Italia. Come a dire: il nostro mestiere di spioni lo sappiamo fare talmente bene che le istituzioni democratiche sono state “costrette” a chiamare noi.

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In effetti, il primo capo dell’Uar è stato Gesualdo Barletta, responsabile della zona laziale dell’Ovra tra la fine degli anni Trenta e i Quaranta. Quello che impressiona non è solo la continuità di uomini e di mentalità, ma proprio l’organizzazione stessa dell’Uar. L’Ovra era divisa in ispettorati in varie aree d’Italia, formate a loro volta da sottoufficiali che gestivano confidenti, informatori e provocatori.

L’Uar assume praticamente questo modus operandi: un centro a Roma e i “tentacoli” sparsi in tutta la penisola. Le informazioni poi arrivano da questi ultimi al centro, che decide se renderle note o meno a magistrati e ministri. In questo modo, insomma, l’Uar riusciva a bypassare il potere politico.

Qual è la storia personale di Federico Umberto D’Amato? Cos’ha fatto prima di arrivare all’Uar?
Questa è la parte che mi ha più mi ha colpito. In alcune rare interviste, rilasciate a fine anni Ottanta, D’Amato aveva raccontato di essere riuscito a sgominare intere filiere di agenti che operavano al servizio dei nazisti nella Roma occupata.

Io pensavo che fossero dichiarazioni esagerate, anche perché D’Amato fu sempre un grande cultore di sé stesso. Negli archivi di Stato ci sono però le prove che D’Amato, all’epoca un giovanissimo funzionario di polizia, aveva effettivamente fatto consegnare agli Alleati centinaia di collaboratori nazifascisti. Per queste operazioni—in alcuni casi fatte in collaborazione con il padre—ricevette addirittura un telegramma di congratulazioni dal comandante delle forze alleate in Italia, il generale Harold Alexander.

È proprio in quel momento che stabilisce legami inscindibili con gli alleati, gli americani e soprattutto James Jesus Angleton, a lungo il comandante del controspionaggio della Cia che rimarrà sempre l’uomo di riferimento di D’Amato. Per questo è stato spesso definito “l’uomo degli americani in Italia,” essendo legato a doppio filo a quel mondo.

Nonostante questa nomea, negli anni Sessanta il servizio segreto militare italiano (che all’epoca si chiamava Sid) varò un’operazione per far credere che D’Amato fosse un informatore dei sovietici.

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A tal proposito: nella tua ricostruzione emerge il feroce scontro tra i servizi militari e quelli civili durante tutta la “strategia della tensione.” Come mai?
L’Uar e il Sid incarnavano due forme diverse di anticomunismo. Quello di D’Amato era, diciamo così, più “raffinato”: nel senso che non credo volesse una svolta autoritaria nel paese, cosa alla quale puntavano invece alcune dottrine militari di quegli anni.

Ci sono molti documenti dell’Uar, infatti, in cui ci si preoccupa per le incaute iniziative dei servizi militari. Dopotutto, se anche da noi ci fosse stato un governo militare come in Grecia o in Cile, anche gli uomini di D’Amato rischiavano di non avere più potere.

Inoltre, D’Amato si definiva uno “sbirro di professione” e pensava che i suoi colleghi militari non sapessero nulla di investigazioni politiche. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha detto che “un vero spione deve sempre tenere un passo nella legalità e tre passi fuori, ma non deve mai farsi beccare.” E i militari, diceva, spesso si sono fatti beccare—basti pensare al piano Solo [un progetto golpista dei carabinieri], o alla scandalo del SuperSismi [una struttura parallela deviata dentro il Sismi]—mentre D’Amato a suo modo è stato bravo a non lasciare tracce.

D’Amato è stato accostato al “grande vecchio” della “strategia della tensione”. Ma che ruolo ha avuto davvero in quella stagione?
Sarebbe fuorviante fare di D’Amato una sorta di immaginifico “grande vecchio,” capace di indirizzare a piacimento le indagini. Oggi però abbiamo dei riscontri tangibili del fatto che quantomeno l’Uar avesse raccolto informazioni rilevanti che, se fornite tempestivamente agli organi inquirenti, potevano fare chiarezza su alcune vicende—in particolare sulla strage di piazza Fontana.

Non ho materiale per dire che D’Amato fu certamente coinvolto nella preparazione di piazza Fontana, anche se ci sono fonti che lo affermano; di sicuro, l’informativa che porta alla pista anarchica—quindi all’arresto di Valpreda—viene da una fonte della squadra milanese dell’Uar. E fin dalle prime ore successive alla strage, gli uomini di D’Amato erano nella questura di Milano, lo stesso luogo in cui si verificherà la morte di Giuseppe Pinelli. Per anni e anni questa presenza non è mai emersa, anche a causa di un vincolo di segretezza tra i funzionari della questura milanese e l’Uar di Roma.

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Su questo non c’è timore di fare dietrologie: c’è veramente qualcosa di molto poco limpido sull’azione di questo apparato. Da quell’episodio probabilmente si è creato un sistema di ricatti incrociati tra Uar e servizi militari, che avevano un collegamento diretto con i neofascisti veneti di Ordine Nuovo che hanno avuto un ruolo di primo piano in quella strage.

A parte questi lati oscuri della sua biografia, ce n’è uno davvero curioso: quello di apprezzato critico culinario per L’Espresso. Perché gli è stata affidata quella collaborazione? Era l’ennesima copertura da spia?
Per carità: D’Amato qualche competenza ce l’aveva, ma di certo non era il più grande chef in circolazione. È difficile credere che la ragione di questa collaborazione fosse di natura solo gastronomica, ecco.

Tra l’altro, non solo teneva questa rubrica di cucina: fu anche il fondatore della Guida ai ristoranti dell’Espresso, che era una specie di bibbia nel mondo della cucina. Chi l’ha conosciuto, però, una spiegazione di questa collaborazione non ha saputo darla.

D’Amato era comunque un personaggio poliedrico che—anche in attività di questo tipo—portava le sue conoscenze di uomo di intelligence che potevano tornare utili.  

L’Uar viene formalmente sciolto nel 1974, dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia. Come mai? E che fine fa D’Amato?
Di fronte alle critiche che avevano investito gli apparati di sicurezza dopo la strage, l’allora ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani—che pure ha sempre difeso D’Amato—decide di sciogliere l’Uar e creare l’ispettorato anti-terrorismo, dentro il quale finiranno comunque ex funzionari dell’Ufficio.

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D’Amato invece viene mandato a dirigere la polizia di frontiera. Un ruolo di prestigio, ma distante dalle investigazioni politiche. In realtà ha sempre mantenuto suoi uomini nel ministero; la sua “corrente” durerà a lungo.

Anche dopo essere andato in pensione nel 1984, continua a lavorare nell’intelligence: ad esempio ha avuto un rapporto di collaborazione retribuito con il Sisde (il servizio segreto interno), che sarà ritenuto del tutto legittimo in sede giudiziaria.

Per finire: se dovessi assegnare una posizione nella storia recente d’Italia a D’Amato, quale sarebbe?
Una posizione da protagonista, senza dubbio, rimanendo però sempre sullo sfondo. In qualche modo ha rappresentato il “sommerso della Repubblica,” per citare il titolo di un libro di qualche anno fa di Francesco Biscione.

E forse, ancora adesso, tutto il suo potere non lo conosciamo fino in fondo.

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​Nel collage di apertura: Federico Umberto D'Amato, al centro (via Wikimedia Commons/Pubblico dominio​); in alto a sinistra, il principe Junio Valerio Borghese (via Wikimedia Commons/Pubblico dominio​); in basso a sinistra, un momento dell'attentato a piazza della Loggia (via Wikimedia Commons/Pubblico dominio​); in alto a destra, la strage di Bologna (via Wikimedia Commons/Pubblico dominio​); in basso a destra, l'interno della Banca nazionale dell'agricoltura a piazza Fontana (via Wikimedia Commons/Pubblico dominio​); in basso al centro, scontri armati a Milano nel 1997 (via Wikimedia Commons/Pubblico dominio​).