politiche sul cibo gaza
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Per capire la crisi di Gaza, basta chiedere a chi ci vive cosa mangia e perché

Nell'eterna lotta tra le forze in campo, il cibo è diventata un'arma potentissima per esercitare il proprio controllo sul territorio.

Al posto di blocco israeliano, due sorelle palestinesi di Gaza implorano gli ufficiali perché lascino passare un vassoio di dolci. "La prego," chiedono, "nostra sorella è incinta e l'unica cosa che desidera è sentire questo profumo."

L'uomo al primo controllo di sicurezza, lui stesso palestinese, rifiuta la loro richiesta. Le regole di Israele sui prodotti che possono essere introdotti sul territorio da Gaza possono sembrare arbitrarie: quel giorno di novembre, per via di una nuova direttiva, il vassoio di dolci non può più essere ammesso. Poco dopo, l'uomo indirizza le due donne allo step seguente di controlli, al valico di Erez—l'unico punto di ingresso e uscita tra Israele e la striscia di Gaza—mentre i dolci requisiti, insieme agli altri oggetti proibiti trovati nelle loro borse, come trucchi e ciotole in argilla per cucinare, vengono rispediti nella Gaza sotto rigido embargo.

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Basta una scena come questa per capire quanto il cibo sia diventato fortemente politicizzato a Gaza—trasformato in una sorta di arma. Le forze e gli interessi in gioco nell'area stanno profondamente influenzando la crisi umanitaria sul territorio.

Dalle restrizioni ferree imposte da Israele sui prodotti in entrata e in uscita, alla divisione politica palestinese, dalle leggi repressive di Hamas fino ai punti deboli di un'economia sostenuta dagli aiuti economici, per capire cosa sta succedendo a Gaza, basta chiedere a chi ci vive cosa mangia e perché.

Dai alcuni documenti risultava che nel 2008 l'esercito israeliano aveva calcolato alla precisione il numero esatto di calorie quotidiane necessarie per evitare un problema di malnutrizione a Gaza, per decidere quanto cibo fosse consentito introdurre sul territorio.


Prendiamo il caso di Warda, 31 anni, chef e giovane madre con un divorzio alle spalle e tre figli, costretta a vivere con la famiglia estremamente conservatrice a Gaza City. (Munchies ha scelto di omettere il cognome di Warda per tutelare la sua privacy.) Il cibo per lei rappresenta uno dei più grandi piaceri della vita—ma è anche fonte di tanto dolore e pressioni.

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Warda mostra foto di cibo sul suo cellulare.

Warda non ha mai lasciato Gaza, questa enclave sulla costa di soli 365 chilometri quadrati, abitata da circa due milioni di persone. I blocchi occasionali per volere dello stato di Israele hanno segnato la sua vita, riducendo drasticamente le possibilità di spostarsi. Nel 2007, Israele ed Egitto hanno imposto un rigido embargo a Gaza dopo che Hamas, gruppo terroristico con ampie reti di servizi sociali, ha preso il controllo del territorio ed espulso il rivale, l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sostenuta dal partito Al Fatah e dalle forze dell'occidente. Dopo tre guerre e continue ritorsioni tra i missili di Hamas e i bombardamenti israeliani, Gaza, tra i posti più densamente popolati al mondo, versa in condizioni precarie, ha poche ore di elettricità al giorno, acque inquinate, ospedali senza personale e una situazione di disoccupazione dilagante che non fa che peggiorare ogni giorno.

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"Io non ho libertà," mi ha detto Warda lo scorso giugno. È alta e robusta, ha una personalità prorompente anche se ogni tanto si chiude in se stessa. "Dove altro potrei andare?" si chiede.

Warda è contro il regime di Hamas, che ha imposto una forma di Islam estremista e i cui militanti, dice, trovano ogni tipo di scusa per multare le persone e rimpinzare le casse del governo corrotto (o le proprie tasche). Per un lungo periodo da quando è iniziato l'embargo, i cittadini di Gaza sono riusciti a eludere queste misure restrittive importando ogni tipo di prodotto (armi comprese) attraverso tunnel sotterranei collegati con la penisola del Sinai, nel vicino Egitto. Il sistema dei tunnel, però, è crollato nel 2013, quando l'Egitto ha rafforzato i controlli, e da cinque anni a questa parte, l'economia di Gaza si è praticamente fermata.

Oggi Warda gestisce una società di catering con altre donne—ma si sente costantemente minacciata e non ha certezze sul proprio futuro. Ha accettato il lavoro a gennaio perché ama cucinare e vuole mettere da parte dei soldi per poter ampliare la casa di famiglia, e creare un po' più di spazio per sé e i suoi figli. La verità è che la società di catering, i cui clienti sono i fortunati cittadini di Gaza più abbienti che hanno maggiore capacità di spesa, sta in piedi per miracolo. Inoltre, non possono esportare i prodotti in Israele o nella Cisgiordania occupata, dove l'Autorità Palestinese ha la sua base, a causa dei bandi israeliani. Nel frattempo, la divisione tra Hamas e Fatah si è aggravata: lo scorso anno, l'ANP ha smesso di pagare a Israele la fornitura elettrica per Gaza, come gesto punitivo nei confronti di Hamas.

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Rivenditori di armi fuori dalla sede dell'UNRWA. La scritta sul muro recita "armi proibite".

Come quasi tutti i residenti a Gaza, Warda fa affidamento sul supporto dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (UNRWA), che fornisce pacchi di prodotti alimentari e beni di prima necessità, gestisce le cliniche e le scuole sul territorio. ll presidente statunitense Donald Trump ha sospeso parte del contributo americano all'UNRWA lo scorso gennaio, per poi ridurlo ulteriormente alla fine di agosto, aggravando ancora di più la situazione di crisi, dati i tagli ai servizi, e la costante minaccia di ulteriori tagli futuri. La fornitura di cibo da parte di UNRWA non è certo la soluzione più sana, ma dopo decenni di questo sistema, l'intero territorio di Gaza ne è quasi totalmente dipendente. Il problema maggiore è che al momento non ci sono alternative, secondo Warda. Ogni suo risparmio verrà utilizzato per costruire quell'ambitissima stanza in più in casa, e questo fa di Warda una privilegiata.

Nonostante tutto, Warda ha deciso di diventare vegetariana (o meglio semivegetariana, perché mangia ancora il coniglio): la carne non le è mai piaciuta tanto e gli ormoni al suo interno la preoccupano, così, come parte della sua lotta all'indipendenza, Warda ha deciso di mangiare solo quello che le piace. Nel Medio Oriente ossessionato per il consumo di carne, c'è chi dice, scherzando, che essere vegetariani costituisca un elemento favorevole per ottenere asilo—anche se qui a Gaza, le vie d'uscita sono davvero inesistenti.

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Storicamente, però, Gaza vanta una tradizione culinaria ricca di sapori e ingredienti, come spiega Laila El Haddad nel suo libro di ricette del 2013, The Gaza Kitchen.

"Sebbene faccia parte dell'universo gastronomico del Mediterraneo, fatto di pesce, olive, ceci e ortaggi, la cucina di Gaza è un ponte verso le tradizioni del deserto tipiche di Arabia, Mar Rosso e Valle del Nilo," scrive El Haddad. "All'interno della regione, la cucina della costa urbanizzata—nota per i sofisticati piatti di pesce—si distingue chiaramente dalla tradizione contadina dell'interno, ricca di verdure e legumi."

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Shatta nel Zawiya Market a Gaza City.

Quello che accomuna tutti i cittadini di Gaza è l'amore per il cibo speziato: shatta, la salsa piccante preferita di tutto il Medio Oriente e fatta con peperoncini rossi tritati è un grande classico sulle tavole di Gaza. Storicamente, Gaza è stato un importante crocevia tra mare e terra, e il punto di connessione tra Africa e Asia, ed è grazie a queste influenze che la sua tradizione gastronomica si è arricchita di sapori e ingredienti. La celebre daqqa (a volte scritto dagga) salad—pomodoro, peperoncino piccante, olio d'oliva e aneto—abbraccia tutto l'heritage gastronomico della regione. Quello che troviamo sulla tavola riflette le forze in campo nel conflitto: i rifugiati palestinesi che sono arrivati qui dopo la creazione di Israele nel 1948 (la Nakba, o disastro, secondo la storia palestinese), che, tra tanti altri cambiamenti, ha reso la cucina un tratto distintivo della regione, arricchendola di nuovi sapori.

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Daqqa salad.

Per via dell'attuale divisione geografica, i piatti di Gaza sono meno conosciuti di altri grandi classici della cucina medio-orientale e palestinese. C'è un piatto famoso, ad esempio, che non si trova da nessun'altra parte al di fuori di Gaza: Knafa arabiya, una ricetta simile al knafa nablusieh, un dolce tipico fatto di pasta di riso ripieno di formaggio e ricoperto di zucchero.

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Knafa arabiya a Gaza.

Questa ricetta si trova raramente fuori dai confini di Gaza, e con le restrizioni in atto al momento, è praticamente impossibile portare il dolce oltre la barricata. Anche a Gaza, i guardiani della tradizione sono sempre più scoraggiati ed esausti: "Creare un sistema solido è difficile," dice Mahmoud Saqallah, proprietario di Saqallah Sweets, una delle pasticcerie più rinomate per un buon knafa arabiya, in attività a Gaza City da oltre 100 anni. "Oggi è sempre più difficile reperire le materie prime [necessarie] e tutto costa di più."


Le restrizioni imposte da Israele sull'importazione di prodotti, via terra e via mare, ai cittadini di Gaza hanno inevitabilmente politicizzato l'approvvigionamento di cibo, a ogni livello della catena alimentare, secondo quando riportano i Palestinesi e i gruppi umanitari sul campo.

Al valico di Kerem Hashalom, il punto d'entrata e di uscita principale dei prodotti tra Israele e Gaza "mancano delle regole chiare," su quello che si può e non si può introdurre nel paese, dice Miriam Marmur di Gisha, un'organizzazione sui diritti umani israeliana. Tra il 2007 e il 2010, Israele ha imposto restrizioni generiche sull'uscita di qualsiasi tipo di prodotto o individuo da Gaza. Durante questo periodo, tutto era proibito per ragioni di sicurezza, a parte alcune eccezioni, di cui però nessuno pubblicò mai una lista chiara, dice Marmur.

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Nel 2012, Gisha ha pubblicato alcune di queste informazioni dopo averle ottenute grazie a una petizione sulla libertà di informazione. Dai documenti risultava che nel 2008 l'esercito israeliano aveva calcolato alla precisione il numero esatto di calorie quotidiane necessarie per evitare un problema di malnutrizione a Gaza (2279 a persona, in conformità alle direttive dell'Organizzazione Mondiale della Salute) per decidere quanto cibo fosse consentito introdurre sul territorio.

"La teoria [del governo israeliano] era che non voleva che i cittadini di Gaza morissero di fame, ma neanche che fossero pienamente soddisfatti e felici," mi ha detto Marmur a giugno. Quella che lei definisce una sorta di "guerra economica" con lo scopo di "forzare le persone a rovesciare Hamas."

"Sono passati undici anni ormai ed è evidente che quella politica non ha funzionato," aggiunge.

L'esercito ha negato il fatto che quel calcolo fosse stato fatto per ridurre la fornitura di alimenti, sostenendo che il motivo fosse invece quello di evitare una crisi umanitaria.

Tonnellate di liquame grezzo vengono riversate quotidianamente nelle acque del Mediterraneo di fronte a Gaza, perché Israele ha distrutto quasi tutte le infrastrutture fognarie durante gli scontri del 2014

L'esercito israeliano ha attenuato alcune delle restrizioni—in particolare nel 2010 quando ha iniziato a lasciare passare ogni tipo di prodotto, ad eccezione di quelli catalogati come prodotti "con doppio uso," una categoria piuttosto ampia che comprende qualsiasi cosa possa essere utilizzata per fabbricare un'arma.

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Secondo i Palestinesi, però, alcune delle restrizioni sono solo punitive e arbitrarie, e volte solo a garantire la supremazia economica di Israele, piuttosto che a preservare la sicurezza della zona. Negli anni, le importazioni di cioccolato, coriandolo e margarina industriale in grande quantità sono state proibite, mentre altre spezie come l'issopo e le confezioni più piccole di margarina erano ammessi, secondo Aeyal Gross e Tamar Feldman, ricercatori israeliani. Nel 2009, anche pasta e lenticchie furono tolte dall'elenco dei prodotti proibiti, dopo che il senatore John Kerry e i funzionari statunitensi in visita alla Striscia di Gaza erano rimasti sconvolti dalle restrizioni su questi prodotti, secondo il quotidiano israeliano Haaretz.

"Questo non ha fatto che rafforzare il senso di insicurezza e la totale mancanza di controllo sulle proprie scelte alimentari dei cittadini di Gaza," secondo quanto scrivono Gross e Feldman in uno studio del 2015 sul Berkeley Journal of International Law. "Nuovi prodotti sono stati aggiunti alla lista dei cibi proibiti per favorire gli interessi economici di Israele, come proteggere i prezzi sul mercato per i contadini israeliani che hanno un surplus di prodotti agricoli."

Gross e Feldman hanno osservato che la salsa tahina prodotta in Israele, o pasta di sesamo, si è rapidamente diffusa sul mercato di Gaza dopo che Israele aveva proibito l'importazione di semi di sesamo ai produttori di Gaza. La tahina rossa, fatta con semi tostati, è una delle salse preferite dai cittadini di Gaza ma è ormai diventata davvero troppo costosa da produrre.

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Oggi, i cibi processati potrebbero lasciare Gaza per l'esportazione estera "attraverso il valico di Kerem Shalom, secondo quanto stabilito dal Ministero della Salute, dopo aver passato i dovuti controlli di sicurezza," come ha dichiarato un portavoce del Coordinamento delle Attività Governative sui Territori (COGAT) in una mail a me indirizzata nel mese di agosto. "Non c'è esportazione di prodotti processati dalla Striscia di Gaza verso Israele, la Giudea e la regione della Samaria [il nome che il governo usa per indicare la Cisgiordania] a causa del rifiuto da parte del Ministero della Salute," ha continuato il portavoce di COGAT.

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Al Wadia nella sua fabbrica alimentare.

Wa’el Al Wadia, CEO della più grande azienda alimentare di Gaza, in passato esportava circa l'80 percento dei suoi prodotti verso la Cisgiordania, mi ha detto ad aprile. Ma ora questa cifra si è drasticamente ridotta: nessuno vuole più i suoi prodotti come sacchetti di patatine e snack. Ha dovuto ricostruire la sua fabbrica dopo che i bombardamenti israeliani l'avevano distrutta nel 2009, e nel 2014.

L'embargo ha letteralmente messo a repentaglio l'intera economia alimentare locale. Abu Hasira Street è il posto dove tutti a Gaza City comprano il pesce fresco. Qui, si trovano diverse pescherie di proprietà della famiglia Abu Hasira, e ogni cittadino ha la sua preferita. Da Muneer Abu Hasira, l'orata viene fatta al forno, mentre i gamberetti saltati in un pentolone di argilla con la tipica salsa speziata di Gaza.

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Gamberetti di Gaza ad Abu Hasira.

Tonnellate di liquame grezzo vengono riversate quotidianamente nelle acque del Mediterraneo di fronte a Gaza, perché Israele ha distrutto quasi tutte le infrastrutture fognarie durante gli scontri del 2014, e non c'è abbastanza elettricità per far funzionare quelle poche parti che ancora potrebbero essere utilizzate. Questo rende inavvicinabile gran parte del pesce e dei frutti di mare tanto cari alla tradizione culinaria della regione, come il pregiato granchio blu, per paura delle acque pericolosamente inquinate dai veleni e gli scarichi. In altri casi, invece, molti dei cittadini semplicemente non si possono più permettere l'acquisto di pesce e frutti di mare.

Prima dell'arrivo al potere di Hamas nel 2007, Gaza esportava il pesce verso Israele e la Cisgiordania. Oggi, Israele non permette ai pescatori di allontanarsi più di tanto dalla costa, per presunte ragioni di sicurezza. È già capitato che i soldati israeliani sparassero ai pescatori troppo avventurosi, considerati minacciosi trafficanti. L'industria del pesce e a Gaza è ormai ridotta ai minimi termini.

Anche le aziende agricole della regione risentono dell'embargo in moltissimi modi diversi. Molte delle principali aree rurali di Gaza si trovano al confine con Israele. Negli anni, le bombe riversate sulla zona e i pesticidi spruzzati dal governo di Israele (per impedire ad Hamas di usare quei territori come copertura di tunnel e attacchi terroristici) hanno reso inutilizzabili moltissimi lotti di terreno; inoltre, i costi altissimi dell'importazione di fertilizzante e semi da Israele hanno ostacolato ulteriormente la produzione.

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Zakaria e i suoi peperoncini

"Siamo bloccati nel mezzo," mi dice Hesham Zakaria, 33 anni, agricoltore in serie difficoltà, e padre di sei figli che lavora in una fattoria a Beit Hanoun, nella parte nord della Striscia di Gaza.

Tra i Palestinesi a Gaza circolano voci secondo cui le verdure importate da Israele sarebbero avvelenate, anche se non ci sono ricerche a supporto di queste tesi. Nonostante tutto, la sola speculazione riflette il clima che si respira nella regione, in cui anche il cibo è diventato una sorta di arma, e motivo di scontro.


Nei centri di distribuzione di UNRWA a Gaza, ci sono sacchi e scatoloni pieni di riso, farina, zucchero, lenticchie, ceci, lattine di sardine, latte in polvere, salsa tahina e olio di semi di girasole per cucinare. Circa la metà della popolazione viene qui da una a quattro volte l'anno per ritirare il proprio pacco di cibo, mi dice Asem Abu Shawish, a capo del programma di UNRWA a Gaza. Tra questi, i più bisognosi, ovvero il 68 percento ricevono quantità più abbondanti di prodotti.

Al di fuori delle strutture cubiche in cemento dove vengono dispensati questi beni, le persone si ritrovano e alcuni di loro vendono le scatole di sardine contenute nel loro pacco per poter pagare altri beni di prima necessità.

Mutasem, 24 anni, racimola qualche soldo trasportando gli scatoloni di cibo fino alle case degli altri cittadini, sul dorso del suo asinello. Ha una laurea in servizi sociali ed è il più giovane tra dodici fratelli e sorelle. "Questo è l'unico lavoro che ho trovato," mi ha detto lo scorso giugno.

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Mutasem, con la maglia blu, al centro distribuzione di prodotti alimentari

UNRWA ha iniziato a distribuire cibo nella regione di Gaza nel 1950, due anni dopo la creazione dello stato d'Israele, quando 700mila palestinesi furono sfollati e allontanati dalle proprie abitazioni, i cui discendenti sono ancora oggi considerati profughi. Dal 1948, l'UNRWA ha agito come rappresentante ufficiale dei profughi palestinesi sul territorio, offrendo cibo, istruzione e servizi sanitari sulla Striscia di Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria.

"Quello che rende la situazione ancora più disperata per i profughi di Gaza è che l'unico sbocco per loro sarebbe l'UNRWA," spiega Abu Shawish, lui stesso profugo che ha studiato nelle scuole dell'UNRWA. Oggi, Abu Shawish si ritiene fortunato perché non ha bisogno degli aiuti. Ma senza i pacchi di alimenti, fa notare, molti farebbero la fame. Dopo che l'America—che era storicamente il più grande donatore all'agenzia dell'ONU—ha ridotto i finanziamenti ad agosto, l'UNRWA ha avuto serie difficoltà a trovare i fondi e a prevenire ulteriori tagli che potrebbero rivelarsi fatali per Gaza. L'UNRWA, inoltre, rimane un organo fondamentale per la sussistenza dei discendenti dei profughi palestinesi, perché mantenendo il loro status di rifugiati, preservano anche il loro diritto legale a rientrare sul territorio dell'attuale stato di Israele (che America e Israele continuano a negare)

Negli anni, i parametri di assegnazione degli aiuti da parte dell'UNRWA sono cambiati. Per quanto riguarda quel 68 percento più bisognoso della popolazione, l'agenzia dell'ONU conta di fornire loro circa l'80 percento dell'apporto calorico giornaliero (1675 in media, so 2100 totali), secondo quanto dichiara Abu Shawish.

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Non tutte le calorie, però, sono uguali. Nel corso dei decenni, i cibi come farina bianca, riso, olio di canola e latte in polvere hanno gradualmente perso qualità, compromettendo le ricette tradizionali e la salute generale della popolazione di Gaza.

"Le agenzie di aiuto internazionale che operano a Gaza distribuiscono principalmente farina bianca e meno cereali tradizionali, come il frika (grano verde), bulgur, e orzo," scrivono Gross e Feldman nel loro paper del 2015. "A causa della forte dipendenza dei cittadini di Gaza da questi aiuti per la propria fornitura di cibo, questi cereali nutritivi sono praticamente spariti dalla loro alimentazione, compromettendo sia la cucina locale tradizionale, sia la sana nutrizione della popolazione."

"Gli aiuti alimentari dovrebbero essere pensati per convergere verso un modello di auto-sostentamento, per evitare la dipendenza totale," continuano i due ricercatori.

Purtroppo, a Gaza questa strategia non è stata applicata. E questa è una delle critiche principali che i Palestinesi fanno all'UNRWA: a distanza di decenni, l'agenzia è diventata uno strumento di immobilismo e status quo—anche in materia di occupazione e di mancanza di leadership palestinese. Ma mentre i palestinesi criticano il modo in cui opera l'UNRWA, chiunque conosca questa realtà, si renderà facilmente conto che se gli Stati Uniti dovessero tagliare del tutto i propri finanziamenti, la stabilità e la sicurezza della regione sarebbero ancora più a rischio.

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"Sono molto critico nei confronti dell'UNRWA," dice Omar Shabaan, economista politico a Gaza, formato nelle scuole dell'UNRWA e ex-dipendente dell'agenzia. "Ma preferisco una critica volta alla riforma… Non si può interrompere il finanziamento USA all'UNRWA e chiedere all'UNRWA di continuare a fungere come strumento di stabilità. L'organizzazione crollerebbe del tutto."

"Proprio a causa di questa continua minaccia, a volte i cittadini sono restii al cambiamento," aggiunge."

Nel 2016, l'UNRWA ha modificato il contenuto dei pacchi per includere cibo più sano e più energetico: sono state introdotte lenticchie, ceci e latte in polvere, la carne in scatola è stata sostituita da altri alimenti in scatola più nutrienti, come le sardine, e il contenuto di zucchero dei cibi è stato ridotto.

"Uno dei criteri che valutiamo è l'accettazione da parte della comunità," dice Abu Shawish. Per questo motivo, lo zucchero è stato ridotto ma non eliminato del tutto, perché anche le famiglie più in difficoltà hanno bisogno di un po' di dolce ogni tanto.

"Se non hai nulla da mangiare, fai del tè con lo zucchero e mangi del pane," spiega.

C'era un tempo in cui a Gaza si poteva comprare di tutto, grazie ai tunnel sotterranei, persino il pollo fritto di KFC dall'Egitto

I cibi forniti ai cittadini nei pacchi dell'UNRWA sono importati da tutto il mondo, mi dice Awni Madhoun, 61 anni, che lavora nei magazzini dall'agenzia. Il riso, ad esempio, viene dal Pakistan, l'olio dalla Turchia, e il latte dall'Argentina, ma attraverso una società in Giordania. Chi si occupa degli acquisti, sceglie ovviamente il produttore che ha i prezzi più bassi, e alcuni paesi hanno dei piccoli monopoli per determinati prodotti. Questo processo, inoltre, va a discapito dei produttori locali di Gaza.

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"I fornitori locali sostengono costi diversi, come l'elettricità e i beni costosi da Israele," dice Madhoun. "E tutto questo fa sì che i loro prezzi siano più alti di quelli proposti dai produttori esteri."

La farina è il prodotto principale a livello locale: circa il 30 percento della farina distribuita viene dai mulini sul territorio di Gaza, il resto proviene in gran parte dalla Turchia, dice Madhoun. Questa percentuale, però, varia di anno in anno, sulla base del valore di mercato e dei costi di produzione.

Madhoun non ha voluto rispondere a domande che riguardassero la politica: non fa parte del mandato di UNRWA, ha detto.

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Sabah Abdul Kareem Jarbewa e suo figlio.

Sabah Abdul Kareem Jarbewa, 50 anni, vive in una casa decrepita fatta di cemento, con porte e tetto di fortuna, in una delle strade più povere di Gaza City. Lei e suo marito, disabile, fanno molta fatica a pagare l'affitto e a mantenere i loro sette figli.

"A volte vendo i prodotti dell'UNRWA per potermi permettere una confezione di zaatar [un mix di spezie] o dei pomodori," mi dice. Il suo piatto preferito è il maftoul, un cous cous a grani grossi con della carne, che però ora non si può permettere di acquistare. Con il taglio degli aiuti e di sussidi, sono davvero pochi i prodotti che può rivendere per avere del denaro contante.

"Vorrei acquistare del pollo, dei pomodori…" dice, con la voce tremante.


Eppure, c'era un tempo in cui a Gaza si poteva comprare di tutto, grazie ai tunnel sotterranei, persino il pollo fritto di KFC dall'Egitto, sebbene a prezzi salati. Tra il 2008 e il 2013, i tunnel in attività erano circa un migliaio, secondo Shaban, un economista locale, che aggiravano così l'embargo imposto via terra e via mare da Israele.

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"Fino al 2013, circa il 95 percento del cibo proveniva dai tunnel," dice Shaban. "Era molto più economico, per questo la gente preferiva acquistare in questo modo."

Il sistema dei tunnel permise ad Hamas di continuare a importare armi e soldati. E allo stesso tempo, rappresentò per lungo tempo l'unica fonte di sostentamento per il governo assediato. "Il bilancio del governo non è mai stato reso noto," dice Shaban, che però insieme ai colleghi ha stimato che Hamas avrebbe prodotto un giro d'affari di circa mezzo miliardo ogni anno, attraverso le tasse imposte sui prodotti che passavano nei tunnel.

Per un periodo, ha funzionato piuttosto bene: Hamas riusciva a combattere contro Israele e a contrastare la rivale ANP in Cisgiordania. Poi nel 2013 l'esercito egiziano ha ripreso il controllo del governo del paese e ha annientato i movimenti islamisti. Con l'insurrezione nella penisola del Sinai, in Egitto, l'esercito inondò e bombardò i tunnel per tenere lontano Hamas e gli altri islamisti dal proprio territorio.

Sempre più a corto di soldi, Hamas iniziò a tassare qualsiasi prodotto e servizio. Per Wadia, fondatore della più grande azienda di trasformazione alimentare della regione, questo significava pagare ben tre livelli di tasse onerose su qualsiasi cosa importasse.

"Paghiamo le tasse a Israele," mi ha detto. "Paghiamo le tasse a Fatah. Paghiamo le tasse a Hamas. Abbiamo tre amministrazioni. E tutti ci vogliono annientare, siamo oppressi da ogni fronte."

La mancanza di un accordo tra Hamas e Israele, o tra Hamas e Fatah, "rende molto complicata la produzione," mi spiega. Lui ne aveva abbastanza, mi dice, ma quell'azienda era il suo sogno e doveva cercare di salvarla.

Hamas, si sa, non è certo un'organizzazione trasparente e anzi tiene segrete quasi tutte le sue attività, quindi è praticamente impossibile quantificare il grado di corruzione e l'uso improprio che viene fatto dei fondi governativi, spiega Shaban.

La divisione tra Hamas e Fatah del 2007 ha polarizzato la società palestinese, e ha avuto un impatto anche sul sistema di welfare: i cittadini a Gaza hanno accusato Hamas di offrire servizi solo ai suoi sostenitori, isolando gli oppositori.

"È impossibile stabilire la correttezza e la trasparenza della distribuzione [degli aiuti], per molti motivi," dice Shaban, quando gli chiedo come ha fatto Hamas ad utilizzare e abusare degli aiuti alimentari per guadagnare supporto pubblico. In parte è perché "questa è la cultura dei partiti politici in Palestina, danno priorità ai loro membri." E continua, "Potresti chiederti la stessa cosa sull'ANP quando loro ricevono gli aiuti alimentari. Li avranno mandati a tutti? No. Conosco tanta gente povera e non affiliata che non riceve gli aiuti. Non li riceve ora, e non li riceveva prima [quando l'ANP era al potere]."

Israele accusa Hamas di utilizzare i fondi e le risorse per costruire tunnel e contrabbandare armi per aizzare la violenza, piuttosto che per aiutare la propria popolazione a uscire da questa condizione di de-sviluppo. Dentro Gaza, molti palestinesi mi hanno detto di essere arrabbiati con gli ufficiali di Hamas perché ostentano la propria condizione agiata, mentre il popolo non ha da mangiare, o un posto dove dormire. Tuttavia, in un territorio sotto embargo, la frustrazione di queste persone non ha alcuna possibilità di sfociare in qualcosa di produttivo. Al contrario, i problemi di Gaza non fanno che alimentarsi a vicenda.

"Puoi migliorare un pochino le condizioni di vita in prigione, ma resterà sempre una prigione," dice Shaban.

I tagli all'UNRWA sono solo l'ultimo dei colpi bassi inflitti all'economia e alla società di Gaza, già in ginocchio e affamata. Dopo tutto, per capire le politiche assurde che hanno trasformato il cibo in una sorta di arma letale, basta chiedere alla popolazione cosa mangia e perché.

Ghazi M. Mushtaha, 45, anni, è il proprietario di una delle più famose aziende produttrici di gelato di Gaza, Eskimo el Arousa. Ad eccezione delle ultime due estati, mi dice, ha praticamente sospeso la produzione: i generatori per far funzionare la fabbrica costano troppo, e la gente non si può permettere l'elettricità per tenere in fresco i gelati. Prima di Hamas e dell'embargo, Mushtaha vendeva i propri gelati in Cisgiordania e aveva contatti commerciali in Israele. Nel suo ufficio, conserva ancora una foto di 25 anni fa, in cui portava dei folti baffi neri e si trovava a Tel Aviv.

"Abbiamo già affrontato problematiche simili nelle ultime tre guerre, ma questa volta è più dura e più complicata che mai," dice. "Ora quando ho sete e qualcuno mi porta un bicchiere d'acqua, penso subito che sia troppo."

L'articolo è comparso originariamente su Munchies US.

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