Segreti di Stato

Il misterioso caso della morte di Attilio Manca, il medico che avrebbe curato Provenzano

Anatomia di un caso che sembra racchiudere le diverse declinazioni dei segreti che hanno caratterizzato la storia criminale del nostro paese: morti sospette, mafia, servizi segreti. E la latitanza di Bernardo Provenzano.
12.7.16
Attilio Manca con il camice da medico. [Foto via linformazione.eu]

La storia italiana dell'ultimo secolo è costellata di misteri, più o meno noti.

Uno in particolare sembra racchiudere le diverse declinazioni dei segreti e dei complotti che hanno caratterizzato la storia criminale del nostro paese: morti sospette, mafia, servizi segreti. E la latitanza del numero uno di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano.

È la vicenda di Attilio Manca, urologo di 34 anni originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, trovato morto la mattina del 12 febbraio 2004 nella sua casa di Viterbo.

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Manca fu ritrovato riverso sul letto di casa sua, con due buchi sul braccio sinistro. Accanto al corpo furono ritrovate anche due siringhe, entrambe con i tappi salva ago e salva stantuffo inseriti.

La morte venne attribuita a un'overdose per "inoculazione volontaria" di eroina, tranquillanti e alcool. Una morte accidentale, quindi, o un possibile suicidio. Secondo la Procura di Viterbo, Manca sarebbe stato un consumatore abituale - seppur non dipendente - di sostanze stupefacenti.

Sembrerebbe un caso triste, e tutto sommato abbastanza semplice. Già poche ore dopo la morte del giovane medico, tuttavia, alcuni particolari non convincono i suoi famigliari, e mettono in discussione le indagini e le conclusioni investigative della Procura di Viterbo.

Attilio Manca. [via]

Le incongruenze investigative

In primo luogo, Attilio Manca era un mancino puro. È questo particolare che spinge i famigliari e i colleghi di Manca a fare notare alla Procura di Viterbo quanto sia improbabile che un mancino si sia iniettato la droga nel braccio sinistro.

La Procura, invece, sostiene la tesi secondo cui Manca, essendo medico, fosse ambidestro, in grado quindi di usare entrambe le mani.

L'incongruenza del mancinismo "non ha attivato alcun tipo di riflessione, di reazione, di sospetto sul fatto che la scena del delitto, così come pensato dalla Procura, era la scena di un morto per overdose che però si era iniettato due siringhe di eroina sul braccio sbagliato," spiega a VICE News l'avvocato Fabio Repici, legale della famiglia Manca.

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Un altro dubbio riguarda il fatto che nell'appartamento di Manca a Viterbo non vengono rinvenuti gli attrezzi solitamente usati per preparare e assumere l'eroina — niente cucchiaino, niente bilancino, niente laccio emostatico.

Attilio Manca si sarebbe dunque drogato con due siringhe già 'confezionate', le uniche che sono poi state ritrovare in casa sua.

Un terzo elemento poco chiaro riguarda la presunta tossicodipendenza di Manca.

La famiglia e i colleghi hanno testimoniato di non aver mai sospettato che il medico facesse uso di droga. La Procura di Viterbo, tuttavia, ha preferito credere alle dichiarazioni di Lelio Coppolino, amico d'infanzia di Barcellona Pozzo di Gotto, che lo ha definito un consumatore frequente di eroina.

Un'altra prova della tossicodipendenza di Attilio Manca, secondo la Procura, viene dall'analisi di un suo capello da parte di un consulente. Questo esame tricologico attesterebbe un consumo pregresso di eroina. Ma l'esame in questione non è mai stato richiesto dalla procura, e mai notificato alla famiglia Manca, la quale avrebbe avuto il diritto di nominare un consulente tecnico di parte.

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In più, non esiste traccia dello svolgimento dell'analisi nelle carte processuali — il consulente non ha documentato né la data in cui si è svolto l'esame, né come sia stato reperito il capello. "Non c'è traccia di quest'esame, è un esame tricologico che non esiste," accusa a VICE News l'avvocato Repici.

Un quarto punto controverso riguarda le foto scattate dalla polizia al momento del ritrovamento del corpo di Manca, e rese pubbliche qualche anno fa dalla trasmissione televisiva Servizio Pubblico.

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Dalla foto del volto di Manca, ricoperto di sangue che era poi sgocciolato fino al pavimento, il setto nasale appare completamente deviato, il labbro superiore sembra gonfio, e un testicolo appare anch'esso notevolmente gonfio.

Il cadavere di Manca, così come trovato dalla polizia. [via]

La relazione autoptica non dà traccia di questi segni sul corpo, mentre la Procura di Viterbo sembra confusa: a volte sembra riconoscere una deviazione del setto nasale dovuta alla posizione prona in cui è rimasto il corpo per molte ore; altre volte afferma che il setto nasale non fosse deviato.

Questi sono solo alcune delle anomalie rilevate dalla famiglia, dai legali e da alcune inchieste giornalistiche svolte nel corso degli anni sul caso di Attilio Manca. Ma le indagini nel loro complesso, secondo l'avvocato Repici, sono state caratterizzate dall'inerzia e da numerose lacune.

"Ogni adempimento investigativo che andava fatto nell'immediatezza - cioè nei momenti più importanti che possono portare più facilmente all'accertamento della verità - è stato puntualmente omesso," afferma il legale.

"Sicuramente le indagini di Viterbo sono oltre che lacunose, anche contraddittorie," spiega Lorenzo Baldo, giornalista e autore del libro Suicidate Attilio Manca. "Gli avvocati della famiglia sono i primi a dire che non si può più parlare solo di sciatteria giudiziaria. Qua c'è qualcosa di più."

La pista mafiosa

Da subito i famigliari di Attilio Manca non credono alla pista dell'overdose o a quella del suicidio, e alcuni episodi li portano nel tempo a ipotizzare un risvolto molto più inquietante.

Più o meno una settimana dopo la morte di Attilio Manca, verso il 20 febbraio del 2004, proprio il padre di Lelio Coppellino - l'amico d'infanzia - chiede ai genitori di Manca se non sospettino che Attilio sia stato ucciso per aver curato un non meglio precisato "latitante."

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Esattamente un anno dopo, lo stesso Vittorio Coppellino segnala ai genitori di Attilio Manca un'intercettazione del boss Francesco Pastoia, legatissimo a Bernardo Provenzano, in cui si alludeva a un urologo siciliano - di cui non faceva il nome - che avrebbe curato proprio Provenzano.

Provenzano, su cui pendono condanne in contumacia per 3 ergastoli e che si trova oggi al 41-bis, è stato latitante dal 1963 al 2006, anno in cui è stato arrestato in una masseria a Corleone, un piccolo paese in provincia di Palermo.

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È a questo punto che i famigliari di Manca ipotizzano che la sua morte possa essere collegata all'operazione per l'asportazione di un tumore alla prostata subita da Provenzano a Marsiglia, in Francia, nell'ottobre 2003.

Anche perché i genitori ricordano di aver ricevuto - proprio nell'autunno del 2003 - una telefonata da Attilio, in cui il medico gli racconta di essere in Costa Azzurra di ritorno da una 'attività sanitaria' in Provenza.

"Queste cose vengono portate per iscritto alla conoscenza della Procura di Viterbo, che però decide di non fare nulla," afferma l'avvocato Repici. "Tanto la loro convinzione era che Attilio Manca fosse morto per overdose."

Ma nel corso degli anni, gli indizi che puntano in questa direzione continuano ad arrivare. E gli avvocati di Manca chiedono a gran voce di continuare a indagare.

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I legali Fabio Repici e Antonio Ingroia - che dal 2013 si è aggiunto al collega come avvocato di parte civile - sono convinti che Manca, probabilmente inconsapevolmente, forse indotto da persone di cui si fidava come parenti ed amici, abbia assistito o operato Bernardo Provenzano senza conoscere la sua identità.

Poi, col tempo, lo avrebbe scoperto o perlomeno sospettato, diventando un testimone ingombrante e venendo quindi eliminato.

Attilio Manca insieme ai genitori Gino e Angela. [Foto via Wikimedia Commons/Sdb1409]

Il coinvolgimento dei servizi

Un risvolto ancora più inquietante, però, è rappresentato dal sospetto coinvolgimento dei servizi segreti.

Secondo quanto riferito da Ingroia a VICE News, Manca "non è stato eliminato come negli omicidi di mafia, è stato eliminato come negli omicidi dei servizi segreti, degli apparati dello stato."

Secondo la tesi dei legali, infatti, la morte di Attilio Manca doveva risultare accidentale, affinché non si risalisse al suo coinvolgimento con l'operazione di Bernardo Provenzano, mettendo in pericolo il sistema di protezione del boss di Cosa Nostra.

Rendendo nota l'identità dell'entourage di Provenzano, infatti, "si sarebbe scoperto che la sua rete di protezione non era solo mafiosa, era anche in parte dello stato," prosegue Ingroia.

"E questa rete statale trova un senso e una spiegazione solo se letta nell'ambito della trattativa stato-mafia — l'interesse dello stato italiano a mantenere Provenzano sano e vigile, garante del patto che la mafia aveva stipulato con lo stato."

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Lo stato, quindi, voleva che Provenzano rimanesse saldamente al comando dell'organizzazione mafiosa, in modo da tutelare la tregua raggiunta tra stato e mafia - che comportava, tra le altre cose, l'interruzione della guerra mafiosa e la rinuncia alle stragi. Per fare questo lo stato stesso doveva garantire l'anonimato e la sicurezza di quegli elementi statali che avevano protetto la latitanza di Provenzano.

Questa ricostruzione sarebbe confermata dalle dichiarazioni di diversi boss o pentiti: oltre alle intercettazioni del boss Francesco Pastoia, delle affermazioni dei pentiti Giuseppe Setola - poi ritrattate - e Stefano Lo Verso, le più recenti in ordine temporale sono le dichiarazioni del pentito Carmelo D'Amico.

Al momento, però, tali dichiarazioni non sono state prese in considerazione nel procedimento legale per determinare le cause della morte di Attilio Manca.

Al momento, infatti, è in corso solamente un processo contro Monica Mileti, detta Monique, la donna accusata di aver venduto a Manca la dose letale di eroina — mentre l'imputazione di morte in seguito all'altro reato è caduto in prescrizione.

Per cercare di dare una svolta alle indagini, il 19 giugno 2016 i legali della famiglia Manca hanno presentato un esposto presso la Procura Nazionale Antimafia, chiedendo al Procuratore Franco Roberti di svolgere un ruolo di coordinamento, di impulso e di stimolo fra le Procure.

"Qual è il rischio nel cercare di fare le indagini? Nessuno," dice a VICE News l'avvocato Repici. "Può essere considerato un rischio quello di fare le indagini solo da chi ha qualcosa da nascondere."

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Tuttavia, sostiene Lorenzo Baldo, "gli apparati dello stato non vogliono andare a rivangare queste cose, anche perché abbiamo l'esempio quotidiano del processo sulla trattativa [stato-mafia], che viene ignorato completamente dai media, ostacolato a tutti i livelli — politico, istituzionale e anche mediatico. Quindi il nostro è sicuramente un paese che non vuole processare se stesso, uno stato che non vuole processare se stesso."

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Foto di apertura via Wikimedia Commons, rilasciata su licenza Creative Commons