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Il rap è poesia: intervista a Dutch Nazari

“In Palestina il rap è imperialismo culturale e i poeti sono superstar”: abbiamo parlato con Dutch di musica, scrittura, soldi e vacanze.

di Carlotta Sisti
07 novembre 2019, 1:56pm

Dutch Nazari, foto di Davide Ruggeri

Dopo aver portato a termine un lavoro, che di solito mi impiega dai 40 ai 180 minuti, normalmente sento la necessità fisiologica di ricaricare corpo e mente con momenti di riposo lunghi circa il doppio. Pensando che tutto il mondo avesse i miei stessi problemi di stress e recupero delle energie, ho intervistato Dutch Nazari al termine del suo Ce lo chiede l’Europa Tour, lungo più di settanta date, pensando di trovarlo in uno stato di svacco più totale, o almeno di voglia di partire per una destinazione lontanissima.

E invece Duccio da Padova, dopo aver chiuso le danze il 23 ottobre con un mega evento ai Magazzini Generali, con in apertura il compagno di etichetta e amico Dola (“Che per me", mi dirà poco dopo Dutch, "ha scritto il disco italiano più bello dell’anno, cioè Mentalità, troppo sottovalutato”), sta già lavorando al nuovo disco.

dutch nazari ce lo chiede l'europa
La copertina di 'Ce lo chiede l'Europa' di Dutch Nazari, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Nessuna fuga in programma per ricaricare le batterie, nessun bisogno di rifiatare: Dutch Nazari maneggia il lavoro di musicista con lucidità, qualche avvisaglia di stacanovismo, ma soprattutto come un lavoro normale. E quest’ultimo potrà sembrare un aggettivo sciatto, ma in realtà rispecchia molto bene la piacevolezza del poter chiacchierare con un rapper-cantautore che sta raccogliendo un successo crescente, ma che ne parla con sincera pacatezza. Suppongo sia perché sa che il riscontro non è arrivato per un qualche sconosciuto algoritmo, ma grazie agli occhi ben piantati sull’obiettivo e un naturale talento per una scrittura brillante, politica ma non retorica, efficace e ricchissima di spunti—non a caso sviluppata anche all'interno della Lega Italiana Poetry Slam.

Sono tre le cose che dal 2017, anno del suo ottimo disco di debutto Amore Povero, non sono cambiate: non ha ricominciato a fumare (“perché per quanto ambirei ed amerei essere uno di quelli che fuma ogni tanto, so di appartenere alla categoria o un pacchetto al giorno o zero, ma posso garantire che si può scrivere benissimo anche senza una siga accesa in mano”); considera sempre Dargen D’Amico il suo maestro (“Dargen mi ha mostrato la via: quando è uscito Di vizi di forma virtù nel 2008 mi ha aperto un mondo, perché il rap era stilisticamente fighissimo, con giochi e metriche straordinarie, e con un contenuto di narrazione originale al 100 percento suo. Mi ha fatto capire che si può fare anche questo, non per forza solo auto esaltarsi o insultare qualcuno, ma che si può proprio raccontare qualcosa con metriche e flow da paura”); ama sempre gli inizi (“Sia quando inizio a scrivere un disco che quando parto per un tour, la fase iniziale è la più esaltante, quella di mezzo la più critica, perché senti il primo accenno di stanchezza o, come nel mio caso, ti torna la voglia di scrivere cose nuove e ti tocca farlo mentre suoni in giro”).

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Dutch Nazari con Frah Quintale ai Magazzini Generali, Milano

Una così scarsa propensione all’ozio mi porta a chiedergli se, almeno, si lascia un po' andare sul palco: “C’è una differenza importante", mi spiega, "tra una data clou come quella ai Magazzini, alla quale voglio arrivare lucidissimo e super concentrato, e la routine da tour, dove la tensione cala gradualmente e con la band ci si concedono man mano sempre più bicchieri di vino pre-live”. E si sa che nelle osterie nascono spesso grandi storie: “Sì, è vero, una delle cose che amo di più del girare l’Italia per suonare è farmi portare nei posti autentici di una città, ascoltare gli accenti, gli slang; e quelli che mi colpiscono di più me li porto dietro, come bagaglio utile per un pezzo, per una poesia, o semplicemente nel mio vocabolario”.

Quando gli chiedo che domanda gli viene fatta più spesso dai fan a fine concerto, Dutch risponde serissimo: “Qual è il mio vero nome”. E lì non capisci se la sua vis comica stia nel saper rispondere in modo volontariamente ironico o involontariamente buffo, ma alla fine non riuscire a mettere del tutto a fuoco un artista è più un’abilità sua che una mancanza mia.

Ma volendolo a tutti i costi portare in territori altri rispetto al lavoro, gli chiedo se ha quantomeno in programma un altro viaggio, magari intenso come quello di cinque anni fa in Palestina. “Credo che quello rimarrà a lungo il viaggio della vita, anche perché nasceva con lo scopo di fare un documentario insieme al mio amico e fratello Burbank, con il quale volevamo capire che importanza avessero rap e poesia in quel contesto. Abbiamo scoperto che in Palestina la poesia ha una tradizione secolare, i poeti sono delle superstar, mentre i rapper sono ancora malvisti. Lentamente rapper come Rami GB si stanno conquistando i propri spazi, anche se devono costantemente lottare contro i pregiudizi. Il rap è vissuto come una forma di imperialismo culturale: se non sei americano dovresti dedicarti alla poesia, non al rap. È una dialettica che ho trovato molto interessante”. Duccio, ma un viaggio solo per svagarti e vedere cose belle? “Non l’ho in programma a breve, ma dato che mia mamma è australiana, vorrei andare in Australia. Quando potrò prendermi una ventina di giorni andrò”.

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Accantonati i tentativi di portarlo altrove rispetto a dove sente di dover stare adesso, e cioè in studio, gli chiedo di Undamento, la sua label, notoriamente una delle realtà più fighe della scena italiana: “Questo lo hai detto tu, ma sono molto d’accordo. Si sta da dio, qui. Banalmente, mi piace tutto: dal fatto che ci sia un ufficio dove ci si incontri ogni giorno con tutti, al fatto di sentirci realmente un gruppo affiatato di amici, che amano passare del tempo insieme anche quando non sarebbero costretti a farlo”.

Cito la genialità presente in “Tutte le direzioni”: “Hai la ragazza che ti stressa / vuole che vai a vivere con lei / ma lei per te è un po’ come Venezia / sì cioè bella ma non ci vivrei”, e gli chiedo quale straziante o logorante o disfunzionale storia d’amore abbia ispirato queste rime, ma Dutch ancora una volta mi rimanda a casa coi sogni infranti, dicendomi che “la frase mi è venuta in mente mentre stavo passeggiando per Venezia, la rima è nata proprio lì, ma non c’è alcun riferimento a cose o persone, è solo legata a quel particolare luogo”.

Faccio all-in e per concludere gli domando come viva alcuni degli elementi base del suo lavoro: competizione, fama, soldi e moda. "La competizione la sento poco, eccezion fatta per la competizione positiva sulla qualità, quando, cioè, sento qualcuno che mi gasa tantissimo, che trovo bravissimo: quella cosa lì diventa lo stimolo perfetto per scrivere, ma in altre accezioni non è affar mio. Poi cosa c’era?” I soldi. “I soldi ben vengano, se fatti secondo un proprio canone estetico ed etico. Dopo?” La moda. “La moda non la seguo molto, ma ho imparato da Sick et Simpliciter [Luca Patarnello, amico e producer di Dutch fin dai primi lavori] un gusto, diciamo, decente nel vestire. Poi?” La fama. “Sono abbastanza grato di non averne tantissima e non ne cerco di più a tutti i costi. Penso che abbia i suoi pro e i suoi contro—e le figure più fortunate, per me, sono quelle che riescono a fare grandissime cose nella musica senza per forza diventare delle celebrità, come accade a certi autori, per esempio”.

L’autrice di Concertini che è in me non può, agli sgoccioli di una telefonata che sta palesemente sforando il tempo a disposizione, non chiedere quale sia stato il live più figo che gli è capitato di vedere nel 2019: “Calcolando che ho visto solo gente che suonava ai miei stessi festival, mi ha colpito moltissimo Aimone Romizi come frontman dei Fast Animals and Slow Kids, perché è generosissimo, tiene il palco da dio, ha una fanbase quasi commovente, insomma bella band, bello show”. Appena prima di riattaccare gli chiedo a bruciapelo chi sia, secondo lui, il miglior songwriter italiano in assoluto, e il lunghissimo silenzio che ha seguito la domanda mi fa temere il peggio, fino a che Nazari non mi risponde, sorprendendomi: “Calcutta, perché ha messo sul tavolo uno stile che hanno poi 'usato' in tanti. Ma lui, in quel gioco, rimane il più bravo di tutti".

Carlotta è una scrittrice, una DJ e un paio di altre cose. Seguila su Instagram.

Tutte le foto in questo articolo sono di Davide Ruggeri.

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