Tutte le foto: Steve Gullick via PR

Questo è il cervello di Jon Hopkins sotto stupefacenti

Nel suo studio di Londra, il producer inglese ci ha raccontato come il nuovo album ‘Singularity’ condensi una fattanza trascendentale nei beat della techno.

di Tom Connick; traduzione di Andrea Bosetti
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01 giugno 2018, 10:30am

Tutte le foto: Steve Gullick via PR

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da Noisey UK.

Chiunque si sia spinto oltre il bordo della psichedelia conosce quella sensazione: puoi passare velocemente da un’eccitazione pre-fattanza a vomitare ovunque. In un’altrimenti tranquilla serata d’inverno, mi sono ritrovato a sboccare una tazza di tèe ai funghetti magici nel giardino di un amico. Anche dopo aver vomitato tutto, ho passato per la prima volta un lasso di tempo (a me parso particolarmente elastico) su un altro piano di coscienza, con Immunity, il quarto album di Jon Hopkins, in repeat nello stereo. Quando mi sono ripreso, un post sponsorizzato della Johns Hopkins University, che cercava partecipanti in una ricerca sulle sostanze psichedeliche, mi fissava dallo schermo. Molto Truman Show.

Il quinto album di Hopkins, Singularity (uscito il 4 maggio per Domino Records) sembra un testamento dedicato a quegli stati alterati, che sembrano appartenere a un altro mondo - indotti dall’uso di droghe o meno. E quando lo incontro in un pomeriggio di pioggia, nel suo piccolo studio casalingo, qualche mese dopo la mia, uh, esperienza col tè, è entusiasta di ascoltarla. Addirittura, la definisce “eccellente” (ho omesso la parte del vomito, lo confesso). Anche Singularity si sviluppa come un’esperienza psichedelica, le sue basi ambient delicatamente costruite che si ingrossano in un universo alternativo che ti riempie il cervello man mano che ogni traccia scorre. Il “singolo” principale “Emerald Rush” e ciò cui Hopkins si riferisce con “un enorme pezzo techno bastardo” come “Everything Connected” fanno un ottimo lavoro per catturare quel gusto spirituale, ma devi metabolizzare l’album nella sua interezza perché si riveli davvero. È un sogno escapista di un’ora, costruito in ugual misura su splendidi turbinii elettronici e pezzoni da club che spingono duro, ed entrambi iniziano e finiscono sullo stesso mi bemolle.

Mentre il trentottenne mi porta in giro per lo studio - un tour da circa 0.6 secondi - ciò che mi colpisce è quanta poca attrezzatura ci sia: giusto un paio di synth, una tastiera e un MacBook. “Cos’altro ti serve?” dice lui sorridendo, come se creare quei soundscape liquidi e in continuo mutamento fosse facile come… beh, buttare là un paio di frasi per raccontare di quando eri strafatto nel capanno degli attrezzi del tuo amico (scusa mamma). Quando ci rifugiamo sui divani del salotto adiacente, ben più grande, parliamo del potere della psichedelia nella sua musica, e dell’importanza di prendersi il tempo di allontanarsi da tutto ciò, davanti a una tazza di tè - una colazione, stavolta.

Jon Hopkins suonerà a Milano il 30 giugno in occasione di Astro Festival. Acquista i biglietti sul sito.

Allora Jon, sono venuto a scusarmi per essermi fatto un viaggio sulla tua musica, ma sembra quasi che tu voglia che la gente abbia questo tipo di esperienze.
Non direi che lo voglio, ma è piacevole sapere che succede, perché conosco la potenza delle esperienze che ho avuto con la musica, in quegli spazi. Sento che in una certa misura, se hai avuto quelle esperienze, non puoi non rimanerne toccato. Spero che il mio lavoro significhi qualcosa qualunque sia lo stato in cui ti trovi, ma non c’è dubbio che - in particolar modo con quest’album - ci sia più di un cenno all’esperienza psichedelica. È un bel trip! [ride] Ma è il tuo cervello che crea quell’effetto, non la molecola che assumi. Quella dà inizio al cambiamento nel cervello, alla sua connettività interna, ma sei sempre tu che crei davvero il tutto - è per questo che, esattamente com’è possibile raggiungere quegli stati di coscienza attraverso la meditazione, la musica è un pezzo del puzzle.

È evidente che si tratta di qualcosa in cui ti sei cimentato, sia attraverso la meditazione che con mezzi meno raccomandabili.
Ho avuto alcune esperienze psichedeliche belle importanti. Ad essere sincero ho familiarità soltanto con le sostanze psichedeliche che si trovano in natura, cose con cui l’umanità ha un rapporto da molto, molto tempo. Ad interessarmi sono le cose già a lungo “testate”, droghe derivate da piante utilizzate da generazioni prima di noi, in particolare la psilocibina. Questa piccolissima parte di umanità recentemente ha deciso che c’è qualcosa di sbagliato a riguardo. Per il resto della storia del genere umano, questa sostanza è stata riverita, la gente aveva un atteggiamento di riguardo nei suoi confronti, e apprezzava il valore di ciò che puoi imparare fondamentalmente lasciandoti cadere nei meandri più profondi della tua psiche, l’inconscio collettivo, il subconscio - tutte quelle cose che riposano sotto la superficie.

È qualcosa di cui vai in cerca, quando componi musica?
Posso trovare traccia del mio desiderio di trasmettere queste cose fino alle mie prime esperienze con l’erba, come tutti, quando ero ragazzo. All’epoca, compravi quello che potevi se volevi sperimentare. Nei primi mesi, ricordo che avevo queste esperienze euforiche vividissime, molto trascendenti, bellissime; un corpo fatto, ma con una forte componente mentale. È come se si fosse aperta una porta che poi non è più stata chiusa, e il mio interesse nella spiritualità attraverso la musica è decisamente derivato da lì per il resto della mia vita.

Insomma, eri un fattone?
Era interessante - il fumo mi fotté così tanto da diventare spiacevole. Verso i 18 anni ho smesso, e non ho più avuto alcun interesse nelle sostanze psicoattive per almeno i dieci anni successivi. Continuavo a sentire quella porta aperta, ma mi sentivo anche troppo fragile per l’esperienza. Ecco perché ho iniziato a studiare i metodi di meditazione, perché volevo un modo controllato con cui poter accedere quegli stati di coscienza. Quello è davvero il ruolo fondamentale delle sostanze psicoattive, mostrarti lo stadio finale della meditazione. Non spronerei mai qualcuno a fare qualcosa senza la giusta preparazione e senza che sia consapevole di ciò che sta per fare. D’altronde, avere a disposizione semplici tecniche di respirazione o di concentrazione quando ti trovi in certe situazioni può trasformare l’esperienza da potenzialmente preoccupante a qualcosa di stupefacente e stimolante.

Suona molto “Talk To Frank”.
Da ragazzino non hai limiti. Scopri questa cosa che ti fa sentire super bene, e qualsiasi altra cosa nella vita è noiosa, a quell’età - di certo lo era per me a quel punto - e i tuoi genitori non sanno cosa stai facendo, per cui perché non dovresti farlo? È tutto underground! So che negli Stati Uniti, dove la marijuana è legale ad uso ricreativo, questa viene usata molto meno dai giovani. Non è quella cosa misteriosa, fica e affascinante che è da noi, è soltanto qualcosa di cui gli adulti fanno uso. Il mercato nero spinge nella direzione scorretta, e rende tutto molto più rischioso.

Ne deduco tu sia pro-legalizzazione, quindi.
Credo ci sia un diritto dell’umanità a sperimentare con la propria coscienza, finché non crei problemi a nessun altro. E penso che sia qualcosa che succede, nell’arco della nostra vita, prima o poi. Mi manda ai matti il fatto che se mangio un fungo cresciuto in modo del tutto naturale in un campo - se lo raccolgo e lo assumo, tecnicamente qualcuno possa sbattermi in una gabbia [ride]. È incredibile!

È abbastanza perverso, se la metti così.
Recentemente ho seguito un percorso legale di trattamento con la psilocibina, appena fuori Amsterdam. Puoi comprare funghetti alla psilocibina, e tutto viene facilitato - c’erano dei terapisti professionisti, ed è stato un esempio incredibile di ciò che puoi ottenere “giocando” con questi stati rimanendo però in un ambiente controllato. Un sacco della musica del disco è figlia di questo tipo di esperienze.

Come fai per provare a replicare qualcosa di inconscio e ultraterreno?
È una buona domanda - la risposta è non provandoci. Tutto ciò di cui hai esperienza entra nel tuo subconscio, è così che funziona il cervello. Ha questa capacità pressoché infinita di immagazzinare informazioni sotto la superficie. Non possiamo sempre richiamarle, e non lo sappiamo, ma è questa capacità che influenza il nostro comportamento. Scrivere musica, in particolare strumentale, ha a che fare principalmente con il subconscio. Per cui, davvero, tutto ciò che devo fare è conoscere queste esperienze, questi stati mentali e di coscienza, e nella musica verranno fuori da sé.

È un processo lungo? Immagino tu non possa forzare questi accadimenti, che in fondo sono accidentali.
Una volta seduto in studio, segui l’istinto. Solo una volta che hai quasi finito sei in grado di guardarti indietro e dire: “Oh, già, ne è venuta fuori una trasposizione piuttosto fedele di quella volta che ho preso la psilocibina,” ma non sapevo che stavo scrivendo proprio quella. All’inizio avevo questa sensazione come di essere perso e un po’ confuso - abbiamo fatto un trailer di questo, nello specifico, che abbiamo pubblicato all’inizio della campagna promozionale del disco, con solo un estratto del pezzo - ma poi subentra la sensazione di chiarezza, di un cielo sconfinato sopra di te, e tutto inizia ad acquistare un senso, e ci sono luci sopra di te che si illuminano seguendo il ritmo delle note. Sono sensazioni molto specifiche, che ho provato in questi stati di coscienza.

È un’immagine molto letteraria. Perché non scrivere semplicemente un libro?
La musica è il linguaggio necessario quando le parole non bastano. Come saprai, una delle maggiori peculiarità delle sostanze psichedeliche è la loro ineffabilità - non puoi star lì seduto e descriverlo a qualcuno che non ne ha mai avute; è come cercare di descrivere il sesso a qualcuno che non l’ha mai fatto. Non puoi farlo senza usare parole che sono associate solo al sesso [ride]. La musica può supplire, e quantomeno provare a dare un assaggio di quel tipo di sensazione.

Quindi vuoi essere in grado di descrivere queste sensazioni a qualcuno che non è mai stato lì?
Sì, o almeno una piccola parte di quel senso di meraviglia che puoi provare. Questa credo sia la cosa che può manca alle nostre esperienze quotidiane. La natura è sempre meno presente nelle nostre vite… Non abbiamo conoscenza delle stelle, e ci fermiamo così poco a riflettere sul sistema di cui facciamo parte. C’è così tanto da scoprire, e quando elimini queste componenti non diventi altro che una persona disillusa, la parte di un ingranaggio. Le musica, così come queste esperienze, e la meditazione, sono dei mezzi tramite cui riaccendere quella scintilla - ritrovare quel senso di meraviglia. Per me è importante provare a tradurre tutto questo in musica e metterla a disposizione di tutti, là fuori.

Si parla di un’epidemia di disturbi mentali, soprattutto tra i più giovani. Pensi che la responsabilità sia anche della scomparsa della natura nella vita di tutti i giorni?
Sì, direi che le cose sono collegate. Do la colpa a queste cose [tocca il suo iPhone], per lo più. Abbiamo lasciato entrare questi strumenti nelle nostre vite, e loro ci contattano, mandano notifiche, avvisano in ogni momento. Non siamo mai davvero liberi da questa rete di informazioni. Penso che, crescendo in un ambiente simile, non ci sia di che sorprendersi se la gente poi non sta troppo bene. Ma ogni volta che un particolare modo di vivere acquista troppo potere, ecco che arriva una virata in direzione opposta. E questo sta già succedendo anche in questo caso, con l’esplosione d’interesse nei confronti dello yoga, e la ricerca nelle sostanze psichedeliche. La gente sta cercando soluzioni a questi problemi, e le trova in metodi diversi.

Vuoi che le persone siano in grado di sedersi, avere tempo, e ascoltare il disco come un lavoro coerente e organico? Magari stando alla larga dal telefono?
Sì. Se qualcuno davvero volesse trovare qualcosa in più nell’ascolto del disco, allora quello sarebbe il mio consiglio. Non mi aspetto che la maggior parte della gente lo faccia, e sono stato io per primo a fare degli edit dei pezzi così che possano stare anche in buchi più brevi in qualche programma radio o altro. Però, in quest’epoca dove tutto viene accelerato, penso sia bello dire: “Ok, qui c’è un disco con un po’ di pezzi da 12 minuti l’uno [ride], da cui trarreste beneficio con un ascolto completo, tutto in una volta, più che a pezzi”. Puoi fare una scelta tra seguire le modalità di oggi, o ciò che davvero preferisci, ciò in cui credi.

È una cosa molto rara al giorno d’oggi: l’idea di sedersi e ascoltare un album senza fare altro.
Sì, e anche se nessuno lo fa più, io scrivo comunque in questo modo. L’unica cosa che ho davvero il diritto di fare è scrivere un album nel modo in cui voglio io. Non ho alcun diritto su ciò che succede dopo quel momento, e nel momento in cui accetti questo, puoi essere sempre in pace con te stesso con tutto quello che succede - come la gente ascolta la tua musica, o se la ignora, o qualsiasi altra cosa.

Hai dei concerti in programma. Speri che, una volta che si troveranno nella stessa stanza con te, queste persone riescano ad entrare nel tuo stesso spazio, per un paio d’ore? Senza distrazioni.
Ecco cosa c’è di grandioso nei concerti: un’energia condivisa. Hai l’occasione di sparare fuori la musica, proprio nel mezzo di quell’energia. È un rituale molto importante, che il genere umano ha avuto in varie forme nel corso del tempo. La cosa migliore di questo genere, in particolare, è che non è ancora stato infestato, o almeno non quanto la musica mainstream, dalla piaga dei filmati fai-da-te. Sono stato ad eventi più commerciali, e vedi letteralmente il 95% della gente con il cellulare in mano a filmare mentre succede qualcosa di interessante. Non guardano la cosa, guardano la cosa attraverso il loro cellulare. Per ora non è ancora il caso della techno, o della musica underground in generale. C’è ancora la sensazione che siano degli eventi speciali, soprattutto i gruppi principali.

Ti senti mai stranito facendo questa musica, così strettamente collegata alle esperienze naturali? C’è una leggera dicotomia, visto che fai elettronica…
C’è, è vero, non fosse che queste cose non sono apparse dal nulla, sono creazioni umane. Sono strumenti, e abbiamo sempre fatto uso strumenti di vario genere e tipo per dare sfogo alla nostra creatività. Semplicemente, questi nello specifico sono più complessi. Puoi fare la musica più umana del mondo con strumenti puramente elettronici - devi soltanto lavorarci un po’ più a fondo.

Meno telefoni, più computer. Capito. Grazie Jon!

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