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Com'è fare il sindaco di un piccolo comune a vent'anni

Andrea Fiori, eletto sindaco a 23 anni in un paese vicino Roma, ci ha parlato delle sue responsabilità e di tutte le cose che la gente ignora.
Alessandro Pilo
Budapest, Hungary
1.11.20
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Andrea Fiori. Foto per gentile concessione dell'intervistato.

Durante il lockdown i video dei sindaci italiani arrabbiati coi cittadini hanno fatto il giro del mondo e trasformato alcuni di loro in popolari eroi dei social. La figura del sindaco-sceriffo non è priva di ambiguità, ma sicuramente ha contribuito a dare visibilità a questo ruolo. Eppure, per la maggior parte dei primi cittadini amministrare una città non è di certo un lasciapassare per la popolarità o l’inizio di sfolgoranti carriere politiche.

Soprattutto nei centri più piccoli, essere eletti equivale all’inizio di un servizio civile volontario, ma con più impicci. Quali sono le difficoltà e cosa resta dell’entusiasmo iniziale una volta ottenuto il ruolo? E com’è farlo quando si hanno poco più di vent’anni? Me lo sono fatto raccontare da Andrea Fiori, eletto a 23 anni primo cittadino di Montopoli di Sabina, città di 4mila abitanti a 50 chilometri da Roma.

Vengo da una famiglia molto attiva politicamente: quarant’anni fa mio zio fu eletto sindaco appena ventenne, mio nonno invece era molto attivo nel PCI locale. Anche io ho iniziato da ragazzo a impegnarmi in organizzazioni giovanili e nella Proloco. Quando ho ricevuto la proposta di candidarmi in una lista civica di centrosinistra ero indeciso, mi sembrava una responsabilità troppo grande.

Ma questa zona è nota per la battaglia dell’Arcucciola, in cui sette partigiani giovanissimi vennero trucidati dai nazisti. Può suonare retorico, ma è pensando alla loro sorte che mi sono deciso ad accettare—come se glielo dovessi. Nel maggio del 2019 ho vinto le elezioni, diventando così uno dei sindaci più giovani d’Italia.

Mi ricordo il mio primo imbarazzante giorno, un senso di spaesamento totale. Non sapevo la differenza tra una determina e una delibera. Ci ho messo circa un anno ad avere un quadro della situazione, con tutte le cose che ci sono da fare non hai tempo per sederti a studiare la mastodontica e farraginosa macchina amministrativa: impari col lavoro quotidiano. Oltre a capire come gestire la cosa pubblica, imparare a fare il sindaco significa prendere consapevolezza del ruolo e comportarti da primo cittadino.

Sono ancora un po’ ingenuo, a volte mi accollo cose che nemmeno mi competono e mi prendo rogne facilmente evitabili. Sto provando a diventare più pragmatico: se dai udienza a tutti passi un sacco di tempo ad ascoltare, ma poi non hai tempo per prendere decisioni e dare risposte. I cittadini si aspettano soprattutto queste, possibilmente semplici e immediate. Non è facile, visto che certe scelte avrebbero bisogno di spiegoni di mezz’ora su vincoli, regolamenti e procedure—ma nessuno vuole ascoltarli e pochi sono interessati a capirli.

Ovviamente ho dovuto ridimensionare le mie aspettative. Se amministri un piccolo comune non hai meno incombenze, i servizi da mandare avanti sono gli stessi di una grande città e il personale è sempre sottodimensionato rispetto alle reali esigenze. Prima di fare le cose esaltanti, quelle legate al tuo programma, ti devi occupare delle priorità del momento come alluvioni, incendi o lockdown.

Ci sono poi le incombenze quotidiane come tappare le buche o la pulizia delle strade, quelle attività a cui la gente dà importanza perché sono immediatamente visibili—d’altronde sono le prime cose che noto anche io quando vado in un paese vicino. Non è facile fare più dell’ordinaria amministrazione senza una buona programmazione. Anche fornire servizi e farli funzionare bene non è mica così scontato.

In più, a sei mesi dal mio insediamento, ecco una pandemia. È un vero onore diventare un punto di riferimento per la cittadinanza in un momento di difficoltà, ma non è facile essere all’altezza delle aspettative e avere la lucidità per fare sempre la cosa giusta, specialmente in scenari totalmente inediti come quello attuale.

In quest’ultimo anno mi sono trovato spesso a non dormire la notte. Pensa quando hai un caso positivo in paese e devi gestire il panico e l’isteria collettiva; oppure quando devi prendere qualche decisione difficile. In occasione del funerale di una persona molto amata e conosciuta in paese, in cui si sarebbe verificata una grande affluenza, ho dovuto emettere un’ordinanza per limitare il numero dei partecipanti. Comunicarlo ai familiari non è stato affatto facile.

Naturalmente mi è capitato di fare errori di valutazione, prendere decisioni frettolose o fare cose ingenue come rilasciare dichiarazioni alla stampa di cui poi mi sono pentito. Non c’è bisogno di dirlo, la mia vita è cambiata drasticamente. Vivo praticamente dentro il Municipio e non stacco mai. A volte mi dico che dovrei rendere pubblico quanto guadagno, molti sono convinti che prenda 3.000 euro al mese, in realtà è un’indennità di massimo 1.400 euro.

Non mi lamento, ma di certo i guadagni non sono commisurati a quanto lavoro e ai rischi che corro: un sindaco si assume un sacco di responsabilità penali o civili, diventi il responsabile della salute pubblica, il capo della protezione civile, il garante della sicurezza, il tutore dei bambini che stanno nelle case famiglia, solo per dirne alcune.

Spesso inoltre i cittadini non hanno un’idea realistica della situazione del proprio comune. Qui a Montopoli siamo nel mezzo di un piano di riequilibrio pluriennale per ripianare il debito e qualche voce resterà necessariamente scoperta. Quando però lo fai notare rischi di essere preso per un vittimista in cerca di scuse.

Le critiche che mi fanno più male sono queste: “non fate niente,” “non è cambiato niente” o “non funziona niente”. Certo, fa parte del gioco diventare la persona numero uno su cui scaricare le responsabilità dei problemi della comunità, e con questo lavoro scontenterai sempre qualcuno; ma soffro molto quando le critiche sono strumentali, devo ancora imparare a farmi scivolare le cose addosso. Ci sono comunque dei momenti che ti ripagano della fatica, mentre tanti cittadini capiscono quant’è difficile il mio ruolo.

Per il resto, mi considero già fortunato: da bambino avevo due sogni, fare il sindaco e l’archeologo. Visto che mi sono recentemente laureato in archeologia, posso dire di averli realizzati entrambi a 23 anni. Se domani mi centrasse un fulmine, morirei contento.

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