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La guida di VICE alla salute mentale

Storia della mia storia con lo Xanax

Quando ho cominciato a prenderlo, lo Xanax mi si è presentato come un’esperienza estremamente piacevole.

di Elena Viale
10 ottobre 2018, 5:00am

Foto di Vincenzo Ligresti.

Questo post fa parte della Guida di VICE alla salute mentale, realizzata da VICE in collaborazione con Progetto Itaca in occasione della Giornata mondiale per la salute mentale. Puoi vedere tutti gli articoli della serie qui.

I Lester Bangs del futuro ricorderanno questi anni come il periodo Xanax del rap, a causa della proliferazione di rapper che prendono Xanax, fanno canzoni sullo Xanax, mangiano torte a forma di stecca di Xanax, e una volta fatto tutto il giro si chiamano Lil Xan e fanno campagna contro l’uso smodato di Xanax reale o contraffatto.

Figo (no). Invece questo articolo parla della mia storia media e un po’ noiosa con lo Xanax, più simile a quella del cinque percento di persone che in Italia hanno assunto benzodiazepine nel 2017.

Ciao, sono Elena. Premessa: non soffro di—non mi hanno mai diagnosticato e non credo lo faranno mai—disturbi dell'umore, condizioni permanenti e continuative. Sono quasi sempre calma, non mi presento in aeroporto con ore di anticipo e non ho mai mancato un appuntamento perché non riuscivo a convincermi a uscire di casa. Mi affascinano i farmaci, quello sì.

La prima volta che mi hanno prescritto dello Xanax avevo 22 anni e secondo il mio costosissimo terapeuta vecchia scuola, di quando la psicoterapia era una specializzazione fricchettona che facevi dopo medicina, doveva essere una misura temporanea per affrontare un periodo di crisi—due settimane, nessun sintomo di astinenza. La mia salute mentale aveva fatto crack e, lasciando da parte la tassonomia, questo si traduceva in un assalto di pensieri ossessivi e nella capacità (che mi accompagna da allora) di dimenticare blocchi temporali interi o rimuovere del tutto la mia presenza dal qui e ora.

Lo Xanax mi si è presentato come un’esperienza estremamente piacevole—molto meglio averlo preso che non averlo preso. Con la caratteristica secchezza della bocca, una dose di Xanax comporta anche quanto segue: la tachicardia si ferma, smetti di sentirti un animale braccato, e semplicemente quello che ti sembra insormontabile e gigantesco si riduce. I pensieri che ti tengono sveglio lasciano il posto a un ronzio di fondo.

Purtroppo le benzodiazepine non sono una cura, ma un rimedio. I farmaci come questo vengono prescritti come terapia per periodi circoscritti—di solito dalle due settimane al mese—particolarmente faticosi per la stabilità mentale di un individuo, o magari mentre si aspetta che la psicoterapia o altri farmaci (come gli antidepressivi o gli stabilizzanti dell’umore, che fanno effetto dopo qualche settimana) comincino a funzionare. In seguito, di solito restano nel prontuario del paziente per le ‘emergenze’.

A quel punto, con pochi stentati mesi di psicoterapia che mi davano l'illusione di essere più tranquilla, ho lasciato il lavoro e deciso di andare a vivere a Edimburgo, dove avrei passato infiniti pomeriggi nelle aule surriscaldate dell’università a scrivere sceneggiature di corti mai realizzati e fare esami di lingua per uso tecnico e sviluppo in camera oscura. Ma dopo altri eventi particolarmente infausti e altre amenità che a loro volta peggioravano la situazione e portavano ad altri down, mi servivano delle “pillole per far smettere la testa.” Ho provato il lorazepam. Era San Valentino del 2014.

Per tutto l’anno successivo ho tenuto botta tranquillamente con magari un bicchiere di vino post o pre-lavoro (lavoravo in una casa di produzione e per qualche tempo abbiamo girato in notturna). Niente grande depressione, niente stare a letto tutto il giorno. Ho cambiato svariati lavori diventando presto insofferente a qualsiasi compito mi venisse assegnato, ho portato avanti una relazione morbosa e punitiva. Quando a posteriori uno racconta un periodo così sembra sempre terribile e doloroso, ma in realtà i miei vent'anni hanno letteralmente spaccato, con giorni positivi come sempre, giorni più felici del solito, giorni tristi. Solo, c’era sottesa a questa normalità una sensazione di vuoto e di allerta.

Ho sempre pensato (lo penso ancora!) che andare avanti a tutti i costi fosse la cosa giusta da fare; poi telefonare a uno specialista, farmi tirar su con i mezzi pesanti, ricominciare come prima. Ed ecco qui un'altra costante della storia: gli antidepressivi prescritti dallo specialista a cui mi sono rivolta in quella fase non li ho mai presi—per tutti quei motivi per cui la gente che pur dovrebbe essere colta, e informata, e civile non prende gli antidepressivi: perché non sente le parole dello specialista che dice che un periodo di depressione capita a tutti, perché ha paura di ingrassare, perché pensa di non averne bisogno.

Da allora però non è passato un giorno senza che uscissi di casa con gli ansiolitici, che per un paio d'anni ho preso non solo quando ne avevo effettivamente bisogno ma anche quando, siamo onesti, semplicemente mi servivano per stare meglio: per esempio se provavo rabbia o soffrivo o non avevo voglia di stare dove stavo, ovvero tutti i giorni alcuni settimane, diverse volte al giorno altre.

Tra il 2016 e la fine del 2017 a volte ho esagerato. Una volta ero a cena a casa di persone che conoscevo appena e ho cominciato a sentirmi così sola e persa, nonostante tutti fossero gentili con me, da diventare incapace di parlare e alzare lo sguardo dal bicchiere—è una cosa davvero imbarazzante in una cena a quattro—per poi scoppiare a piangere silenziosamente mentre continuavo a far finta di ascoltare e interagire normalmente, e rimanere infine a ciondolare sul marciapiede davanti a casa mia dimentica del fatto di dover entrare. Durante un'altra cena con altre persone mi è venuto un attacco di allergia ai gatti che vagavano tra la moquette che ricopriva pavimenti e pareti, e dato che non avevo antistaminici ho preso uno Xanax. Sono stata trasportata talora in motorino davanti al guidatore.

A giugno del 2017, mentre un nuovo medico di base mi prescriveva un'altra visita da uno psichiatra, mia sorella, che oltre a essere un medico a sua volta ha buonsenso e mi vuole bene, tre caratteristiche che insieme potrebbero curare tutte le malattie del mondo, mi ha seduto a tavola in un ristorante (la mia vita è piena di cene significative) e mi ha detto che dovevo prendere quello che mi dicevano i medici, non—parafraso, perché mia sorella non parla sporco come me—il cazzo che volevo. Soprattutto perché uno degli effetti collaterali delle benzodiazepine è di indurre la depressione—che è ironico, no?

Aveva ragione ma le cose non sono andate così, perché semplicemente non sono mai stata razionale nel mio rapporto con i farmaci: quindi ho continuato finché a un certo punto, senza quasi accorgermene, sono tornata in piedi (cresciuta? rafforzata? in un momento benedetto? la psicoterapia nel mentre aveva funzionato?) e mi sono annoiata dal farmaco. È arrivato il momento in cui ho pensato di essere forte abbastanza da dare un po' di respiro al mio corpo e vedere come me la cavavo senza. Ho così iniziato ogni volta che il mio riflesso iniziale era "presto datemi dello Xanax" a pensare "ok, posso provare a stare dentro a questa sensazione di merda, e vedere dove mi porta."

Come tutte le persone abbastanza fortunate da non essere rimaste intrappolate in una dipendenza forse per motivi su cui non ho potere, il processo di allontanamento è andato abbastanza liscio: non l'ho preso un giorno e da lì mi è scocciato prenderlo il giorno dopo. La cosa più ironica di tutte è che questo pensiero mi è venuto dopo che avevo lasciato anche l'ultima terapeuta della mia lunga storia, una tizia simpatica e permissiva che si faceva portare a spasso dalla mia confusione e che forse mi ha aiutato più di quanto io voglia concederle.

Ed eccoci qui all'ottobre del 2018: sono nove mesi che non prendo Xanax se non quando mi serve (tre-quattro volte in tutto, perché continuo ad avere una prescrizione per un motivo) e non so bene perché. So che la mia storia dimostra che sono molto brava a fare tutto il giro come i rapper di cui sopra e poi ricominciare uguale a prima, e che potrebbe essere solo un momento positivo. Ma mi piace pensare di avere un po' più di fiducia nelle mie capacità di coping coi miei problemi, quando si manifestano. Detto questo, per ora non smetterò di portarmelo in borsa e non esiste quasi cappotto o paio di jeans in cui non rischi di trovare un blister vuoto o pieno, ma mi piace pensare che quello che dice "io adoro lo Xanax" sia ormai solo il mio personaggio.

Progetto Itaca è un’associazione di volontari per la salute mentale. Se hai bisogno di aiuto o vuoi entrare in contatto con loro, chiama il numero verde 800 274 274 (02 29007166 da cellulare) o scrivi una mail a info@progettoitaca.org.

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