Food by VICE

Ho trasformato i piatti pronti del supermercato in cibi (quasi) gourmet

Avete presente la pizza surgelata o i noodles a cui aggiungere l'acqua calda? Ecco ho hackerato questi, e altri, piatti pronti del supermercato e li ho trasformati in delizie quasi gourmet.

di Marco Giarratana; foto di Alice Gemignani
11 giugno 2018, 9:52am

Tutte le foto di Alice Gemignani per MUNCHIES Italia

Io agli amici di Munchies Italia voglio un bene dell’anima ma a volte mi trascinano al cospetto di sfide che, mannaggia, rischiano di liquefarmi le meningi, oltre alla flora intestinale.

In una delle mie tante vite parallele a quella di assaggiatore coraggioso in giro per il globo, faccio il cuoco. Il cuoco a domicilio. Cioè, cucino a casa vostra, dall’Abbacchio alle Zuppe.

Avendo quindi familiarità col fornello, cosa m’hanno chiesto gli amici di Munchies, a cui voglio un bene dell’anima-fatevi-abbracciare-forte-forte? “Perché non hackeri il cibo pronto?”.

Hackero? Cazzo devo hackerare?
“Nel senso di fare un piatto nuovo da uno già pronto. O quasi”.

Il bottino di piatti pronti da modificare.

Pfff, ho rischiato di perdere i capelli per le notti insonne trascorse a rimuginare su come avrei ribaltato gli angusti risvolti palatali di un caciucco pret-a-manger o di una frittata in busta (esiste anche questa, giovani). Mentre cercavo la quadra, mi arrivavano i vincoli. No piatti troppo difficili. Niente cagate tipo spume (già stavo meditando di farne una). Ok modificarne il sapore ma non in maniera radicale. Insomma, “si deve sentire” che è quella cosa lì.

Io chiaramente sotto stess.

Lo so che voi lettori bastardi ve la ghignate già sotto i baffi sporchi di Coppa Malù, ma sappiate bene che un cuoco a domicilio ha 14 vite, come i tonni. Alla fine quattro piatti li ho tirati fuori.

Prendete appunti, gente, che la prossima volta vi hackero la lasagna di nonna.

HUMMUS DI CONDIRISO SU CROSTINO DI PANE CASERECCIO, STRACCIATELLA, PAPRIKA AFFUMICATA

Quante insalate di riso tristi, con quei cetriolini avvizziti che sonnecchiavano accanto a una rotellina di wurstel dal chimico incarnato e qualche sparuto sfilaccio di tonno in scatola del discount in cui si potrebbero rintracciare anche tracce di delfini vi siete pappati nella vostra vita? Non è necessario che mi diate un numero fittizio, era una domanda retorica.

Ho pensato bene di decontestualizzare il condimento per l’insalata di riso e farci un hummus. Avendo già l’acidità di aceto di vino e acido citrico (succo di limone) tra gli ingredienti, non devo far altro che scolare le verdure (tra cui spiccano prestigiosi esponenti del regno vegetale come peperoni, carciofi, piselli, finocchi, funghi carote e via di compagnia ortofrutticola) in uno scolapasta per eliminare un po’ d’olio, dato che lì stanno immerse.

Per avvicinarmi al sapore dell’hummus, in una padella rosolo un po’ di carvi, ovvero del cumino, e quattro spicchi d’aglio ridotti in purea con uno schiaccia-aglio (togliendo prima il germoglio interno). Appena gli odori svolazzano, verso verdure e cumino-aglio nel bicchiere del mini-pimer e frullo senza pietà.

Una volta ottenuta una crema densa della stessa consistenza dell’hummus di ceci, sebbene il colore abbia una vaga sfumatura emetica, metto da parte in una ciotola e spargo sopra una lauta presa di paprika ungherese.

Faccio un crostino. Devo dirvi come si abbrustoliscono due fette di pane casereccio su una padella calda? Evitiamo.

Schiaffo quindi l’hummus sul pane bello abbronzato, poi ci metto un cucchiaio di stracciatella di burrata che passava casualmente da qui e un altro po’ di paprika, perché si lavora e si fatica per il pane e la paprìka.

PIZZA SURGELATA CON PEPERONI, NDUJA E MOZZARELLA DI BUFALA

La pizza surgelata mi infonde sempre un agghiacciante senso di disperazione ogni volta che la vedo viaggiare pigra sul rullo della cassa, soprattutto se a piazzarcela lì è qualche avvenente signorina con cui magari mi sono scambiato due occhiate fugaci mentre fingevo interesse verso quella mozzarella di bufala campana prodotta a Dusseldorf. Immaginate quindi la mestizia con cui ho poggiato io, stavolta, il pacco di pizze surgelate sul rullo della cassa, sperando che nessun conoscente mi vedesse. Missione compiuta.

La pizza surgelata c’ha un difetto, almeno nel mio forno. La mozzarella si rattrappisce in due secondi e resta pallida alla base. Tutto ciò mi rompe il cazzo. Così l’alternativa secreta dal mio fecondo cervello è di farla in padella, così la base s’imbrunisce e mi diventa pure croccante.

Ma non basta una cottura diversa per hackerarla. Ci vuole robbabbella da deporre ‘ncoppa. Scelgo peperoni, nduja di Spilinga e mozzarella di bufala campana, ma non quella prodotta a Dusseldorf.

Per togliere la pelle al peperone, anziché ficcarlo in forno o metterlo su una fiamma, lo spello col pelapatate, così da mantenerlo intatto senza fargli perdere una goccia d’acqua. Ovviamente prima tolgo semi e la costa bianca interna. Taglio poi à la julienne (ho sempre sognato di poterlo scrivere su Munchies).

Rapido e indolore, ungo una padella abbastanza larga con dell’olio di semi d’arachide, ne basta pochissimo. Quando è caldo, ci poggio la pizza ancora surgelata già provvista di peperone e la copro con un coperchio (nel mio caso una teglietta scrausa) per creare una cappa di calore che la cuocia anche sopra, altrimenti non abbiamo fatto niente.

A metà cottura – che stabilisco “a occhio” – aggiungo la nduja precedentemente tagliata a tocchetti. Siccome è fatta di porco, il grasso lentamente si scioglie ma non troppo. Sto per avere un’erezione.

Giunto all’acme del piacere, ehm no, scusate, a cottura quasi ultimata, aggiungo la mozzarella di bufala tagliata a fette il più imperfette possibile, mi raccomando.

Si serve calda, tagliata a spicchi equidistanti come ogni pizza gurmé che si rispetti.

NOODLES CON ACCIUGA, POMODORO E PARMIGIANO

Questa è la ricetta più difficile di tutte. Non tanto nella preparazione quanto nel concepimento. Non avendo nessun Arcangelo Gabriele pronto a inseminarmi una divina idea, ho dovuto ricercare nel serbatoio della memoria.

I protagonisti sono i noodles al, dice la confezione, manzo. Il suddetto manzo è ridotto a cubettini disidratati dall’aspetto un po’ inquietante. Mi faccio coraggio.

Uno dei tratti peculiari dei noodles in brodo, quindi del ramen, è l’umami, ovvero il quinto sapore che è, per farla spiccia, un mix tra dolce, salato e acido.

L’umami si percepisce grazie alla presenza del glutammato monosodico. Oddio, apriti cielo! Il demonio prima che piombasse sulla scena l’olio di palma. In verità non ci sono basi scientifiche che il glutammato sia dannoso alla salute – la famigerata sindrome da ristorante cinese con mal di testa e gonfiori, per intenderci – e si trova in un sacco di alimenti insospettabili: olive, capperi, pomodoro, acciughe, parmigiano reggiano. Proprio questi tre ultimi ingredienti fanno parte di un piatto che improvvisò mia madre un giorno in cui non sapeva cosa cucinare e che io, da marmocchio sbarbato e con occhiali a mo’ di Telefunken, ribattezzai in uno slancio di creatività fanciullesca: Pasta Squisitezza. Non ingiuriatemi.

Mi scuso con mia madre in anticipo se violenterò questa sua creazione.

In padella, con un fondo d’olio, soffriggo l’acciuga fino a discioglierla. L’ho prima dissalata e ho ricavato dei filetti che spezzetto con le mani. Aggiungo due cucchiai di passata di pomodorino, che ha una bella carica di dolcezza, e riduco fino a ottenere un sughetto abbastanza denso.

Nel frattempo, seguendo le istruzioni, preparo i noodles, ovvero li faccio rinvenire dato che sono disidratati. Verso nel bicchiere acqua calda, attendo tre minuti, scolo e aggiungo una misteriosa salsina scura che dovrebbe essere, secondo le mie culinarie previsioni, un’interpretazione del fondo bruno. Vabbè, quello che è.

Mescolo per bene e tiro via i noodles che hanno ancora appiccicati verdurine e qualche dadino di Ei Fu Manzo. Non ho mai osservato così da vicino una riproduzione in micro-scala dell’Apocalisse.

Scaglio senza pietà i noodles in padella saltandoli con il sughetto di pomodorini e acciuga, catapulto due pugni di parmigiano grattugiato senza che ciò generi grumi ed è pronto. Dimenticavo, un po’ di origano che fa sempre rustico.

BASTONCINI AL SUGO

Anche questa leccornia che non ti dico me la preparava spesso mia madre quando ero marmocchio. È talmente facile che mi vergogno pure a trascriverne il procedimento.

Avete due possibilità, se volete riprodurla nei vostri nidi domestici: o friggete prima i bastoncini o glieli calate ancora congelati nel sugo. Io vado di seconda opzione.

Preparo la salsa con la cipolla rossa affetta grossolanamente e qualche rametto di timo fresco rosolati in olio extravergine d’oliva.

Aggiungo la passata di pomodorini, quella di prima, regolo di sale, e quando ogni cerimoniale è pronto per accoglierli, eccoli lì, ergersi dalla collinetta, mettere fuori il musetto, sniff sniff, guardarsi intorno nella speranza che non ci siano predatori nei paraggi, avanzano guardinghi avvicinandosi sempre di più alla riva del sugo, i bastoncini con ancora i cristalli traslucidi del congelamento, splash, si tuffano e sghignazzano, pronti per una cottura lenta che ne ammorbidirà la superficie e si faranno estrarre da lì dentro solo quando saranno al confine dello sfaldamento, ma non si sfaldano, non ora, non oggi.

Così è. Per sempre.

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