Il 'Disruption Network Lab' vuole sovvertire i sistemi dall'interno

Abbiamo parlato con Tatiana Bazzichelli dell'importanza di creare reti umane, contro la mercificazione dei rapporti personali.
14.2.18
Keep Fighting, proiezione video del Chelsea Manning Network durante
il Disruption Network Lab "STUNTS". Foto: Nadine Nelken.

Tatiana Bazzichelli è una ricercatrice e curatrice italiana di base a Berlino che, oltre ad aver curato tre edizioni del transmediale festival nel 2014, ha fondato il Disruption Network Lab, una piattaforma di eventi e ricerche su hacking, pratiche artistiche e politiche di rete, attivismo e disruption. Insieme a Valerio Mattioli, Salvatore Iaconesi, Oriana Persico e Agnese Trocchi, Tatiana ha partecipato come speaker al primo incontro di Simposio, la serie di eventi a tema arte e tecnologia organizzati dal collettivo romano None, di cui Motherboard è partner.

La cosa più importante che l’attività del Disruption Network Lab dovrebbe insegnarci è che se internet è uno strumento, bisogna usarlo soprattutto per incontrarsi e conoscersi di persona. Solo così si può pensare di contrastarne davvero gli aspetti più dannosi, e di costruire una visione alternativa e critica dalla giusta distanza.

“Disruption vuol dire interferire e sovvertire i sistemi dall’interno, ed è quello che tentiamo di fare tutti i giorni costruendo un nostro network, una rete di persone che possa dare vita a una nuova consapevolezza su temi politici e sociali legati al futuro e al digitale,” ha detto Tatiana a Motherboard per telefono. “Io mi occupo di queste tematiche da vent’anni, ma oggi la tecnologia è diventata la nostra realtà, quindi è un territorio di azione e di controllo ancora più vasto e potente di quanto non fosse in passato. Non si combatte più contro le multinazionali del software come Microsoft, ma contro la NSA.”

“La nostra sfida è creare una sfera di influenza positiva, includendo sia il grande pubblico che noi stessi come individui. Oggi, nel 2018, il problema è parlare di come la rete agisce sulle relazioni: con i social network il mercato le assimila e cerca in ogni modo di mercificarle” ha continuato. “Gli algoritmi lavorano sul sistema relazionale, e di conseguenza anche il marketing. I social si basano proprio su quello: sul capitalizzare le relazioni in base alla pubblicità mirata. La questione è creare relazioni autentiche, non-mercificate.”

Se è vero che, dal lato dell’utente, commentare, fare like, condividere contenuti e foto su Facebook o Instagram non equivale ad avere dei rapporti falsi o mercificati — io lo uso davvero per sentire gli amici, come credo tutti — è sempre necessario che la nostra coscienza critica abbia ben presente il luogo virtuale in cui ci si trova. Usare i social è un po’ come andare al Mc Donald’s: si sceglie di alimentare un certo mercato, che lo si voglia o no. È in tutto e per tutto un atto politico, e va vissuto in quanto tale.

Il nostro compito come operatori culturali, curatori ed esperti di tecnologia è creare consapevolezza, capire come funziona il mercato e il business della tecnologia e adattarlo strategicamente alle nostre esigenze senza diventare vittime.

“Ovviamente c’è stato un grosso cambiamento rispetto alle utopie degli anni Novanta. Perché se è vero che un business sul digitale c’è sempre stato, oggi è cresciuto a dismisura,” ha aggiunto Tatiana. “Attualmente forse i tempi sono maturi perché accada davvero qualcosa, ma c’è bisogno degli strumenti adatti. Noi lavoriamo nel nostro piccolo, nell’ambito relazionale, per creare il cambiamento, ricercando situazioni autentiche con un impatto nel sociale.”

Al Disruption Network Lab vengono invitate persone che attuano una critica costruttiva di sistemi politici, tecnologici e culturali dall’interno. Finora sono state organizzate 12 conferenze in tre anni, ognuna con un tema specifico: dall'ISIS ai droni, passando per il porno e il dissenso politico. Le due prossime conferenze, pianificate per Maggio e Settembre 2018, si focalizzeranno sul tema dell’alt-right, estremismo di destra e del populismo, e sulla creazione deliberata di disinformazione e di odio online.

“Organizziamo incontri che prevedono un keynote, un panel e momenti di socializzazione. Come dicevo, ci interessa privilegiare i rapporti umani, perché la creazione di una rete di relazioni parallele a quelle sui social è fondamentale.”

Uno dei temi collegati a questa prospettiva è, ovviamente, il whistleblowing. Il caso di Chelsea Manning, condannata inizialmente a 35 anni di carcere, ricorda Tatiana, è emblematico di quanto rivelare informazioni scomode per un governo possa portare a conseguenze disastrose. "Il whistleblowing è a sua volta un modo di sovvertire dall’interno sistemi molto potenti, capovolgerli per creare consapevolezza in un pubblico più allargato. Da Snowden in poi è stato avviato un discorso molto importante sulla trasparenza e sulla sorveglianza che altrimenti non ci sarebbe stato.”

Il tema del whistleblowing evidenzia ancora una volta la necessità di poter fare affidamento su un certo network of trust, una rete di relazioni alternative a cui appoggiarsi. Ed è proprio questo il tipo di socialità promosso dal Disruption Network Lab, fatto di rapporti di fiducia e di riflessione sulla realtà. Allo stesso tempo, però, se lo scopo è quello di promuovere un discorso sull’arte e sulla tecnica e di avere un impatto sulla vita culturale cittadina, per quanto in una prospettiva radicale, bisogna passare per le istituzioni pubbliche.

"Abbiamo costruito un dialogo con le istituzioni, creando un gruppo di lavoro con cui fare lobby con il senato culturale cittadino. Digitalizzazione, per alcuni, equivale ancora alla creazione di app, è un concetto estrapolato da qualsiasi ambito critico e culturale. Anche la prospettiva critica alle istituzioni va trasmessa dal basso, se necessario. Per ora abbiamo ricevuto dei feedback positivi, ovviamente creare relazioni autentiche è sempre un processo lento," ha spiegato.

Il lavoro da fare però è ancora lungo, a Berlino come in Italia e nel resto del mondo. Ma qualcuno deve pur farlo, ha concluso Tatiana. "Ho l’impressione che la nostra scena post-digital stia vivendo una condizione di 'strozzamento'. Molti di noi hanno vissuto le utopie digitali degli anni Novanta, e in qualche modo hanno lavorato per applicarle. Adesso ci rendiamo conto tutti che il digitale non è quello che ci immaginavamo. Ma proprio in questo momento il nostro compito come operatori culturali, curatori ed esperti di tecnologia è creare consapevolezza — capire come funziona il mercato e il business della tecnologia e adattarlo strategicamente alle nostre esigenze senza diventare vittime, ma cercando di ispirare nuovi immaginari e pratiche critiche. "