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Il fascismo nascosto nel black metal italiano

Il black metal è legato al rifiuto della vita e di ogni regola, ma in Italia questo a volte si trasforma in fascismo—e io che ci sono dentro penso sia una enorme cazzata.

di Andrea Bosetti
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29 luglio 2019, 11:07am

Foto via Wikimedia Commons | CC BY SA 4.0, modificata da Juta 

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La storia del black metal italiano è assolutamente disomogenea e frastagliata. Lo avevo detto la prima volta che provai a dare uno sguardo d’insieme alla “scena” e adesso, a qualche anno di distanza, lo ripeto. È troppo difficile parlare delle ragioni che hanno reso noi metallari italiani così poco coesi e così tanto squinternati, ce ne sono tante e sono tutte molto complicate. In questo articolo però voglio affrontare solo uno degli aspetti che hanno a che fare con la musica del diavolo da queste parti, ossia la sua tendenza al nero sbagliato: quello politico.

Nelle scorse settimane mi è capitato di imbattermi in un paio di situazioni poco piacevoli, entrambe nate online, entrambe collegate allo stesso fatto di cronaca: la faccenda della Sea Watch. Sia su Metalitalia, il portale di riferimento per qualsiasi cosa riguardi il metal in Italia, che sulla pagina Facebook della mia webzine, la microscopica Aristocrazia, è stato condiviso il post di un gruppo metal tedesco piuttosto famoso, gli Heaven Shall Burn. Qui c’è il post del gruppo, qui la traduzione su Metalitalia e qui la condivisione di Aristocrazia. Questo singolo esempio ha dato inizio ad una serie infinita di commenti, ma a farsi notare in particolare sono state due prese di posizione particolarmente nette.

Una è stata quella di chi è convinto che un sito di musica non possa e non debba permettersi di collegare la musica a nient’altro, nemmeno condividendo i post di una band. L'altra, quella di chi è semplicemente fascista e condanna qualunque presa di posizione anche solo lontanamente progressista, figuriamoci una espressamente pro-immigrazione. I primi sono personaggi che ascoltano tutto perché “mi piace la musica, la politica non mi interessa”, ed è più che normale non dare particolare peso ai testi dei Cannibal Corpse, ma se sei di destra e ascolti gruppi dichiaratamente di sinistra, che fanno del messaggio politico un fondamento della propria musica (è il caso dei Napalm Death o, guarda un po’, proprio degli Heaven Shall Burn, che stavano dalla parte di chi arrivava dall’Africa già nel 2006), forse qualche problema ce l’hai. I secondi, invece, sono spesso dei veri e propri militanti di gruppi come CasaPound o Forza Nuova.

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Il fenomeno del black metal “politicizzato”, dove politicizzato è un eufemismo per dire fascista, in realtà non nasce certo con i migranti libici, ma è ormai tristemente noto e consolidato ed esistono frange di suprematisti ariani che si dedicano a scream e blast beat più o meno in tutto il mondo. Insomma, che molti blackster abbiano una tendenza a destra è un fatto, al di là del caro vecchio zio Burzum (che comunque, formalmente, non ha mai fatto politica in musica). Si tratta di una sotto-scena frammentata e poco coerente, spesso in contraddizione con se stessa e nata principalmente attorno a un manipolo di pochissimi gruppi in ciascun Paese. Dalla Grecia alla Finlandia agli Stati Uniti, però, da anni si riconosce l’esistenza di un NSBM, cioè di un Black Metal Nazional Socialista.

Fare ordine nel caos di questo ambiente è pressoché impossibile, vista l’illegalità delle iniziative che comprendono svastiche e saluti romani gli interessati tendono a pubblicare ben poco materiale e di solito diffondono le informazioni relative a eventi o concerti tramite passaparola o poco di più. C’è anche chi ha tentato di fare un punto della situazione, e si tratta peraltro di due autori nostrani: per chi volesse approfondire il rapporto tra black metal ed estrema destra in modo rigorosamente asettico e senza alcun giudizio a priori esiste addirittura un libro, Come Lupi Tra Le Pecore, di Davide Maspero e Max Ribaric. Non è casuale che gli autori dell’unico libro sul NSBM siano italiani: anche da noi ci sono gruppi apertamente neonazi che non fanno nulla per nasconderlo.

Fino alla metà degli anni ‘90 il black metal italiano era limitato a Mortuary Drape, Opera IX, Necromass, Inchiuvatu e pochi altri: band sparse per il territorio, che tra loro non avevano in comune altro che la passione per il doppio pedale di batteria, le chitarre zanzarose e le urla. Tutti suonavano in modo diverso, ciascuno per i fatti propri, e qualsiasi ideologia politica era ben lontana. Poi, più o meno in sordina, tra la metà e la fine del decennio nacquero alcuni gruppi cardine del movimento italiano, principalmente nel nordovest, sull’asse Genova-Torino: Tronus Abyss, Spite Extreme Wing, Hiems, Frangar, sono alcuni dei nomi che avrebbero poi dato origine alla cosiddetta Black Metal Invitta Armata.

La copertina di Signvm Martis, l'unica uscita ufficiale della Black Metal Invitta Armata, cliccaci sopra per ascoltarlo su YouTube

La BMIA fu un movimento relativamente breve, che il fondatore degli Janus descrisse come concepito “sia alla nascita che negli anni, sotto punti di vista molto differenti e spesso non esattamente comunicanti” da ognuno degli artisti coinvolti, e sebbene non si sia mai trattato di un insieme di band di estrema destra, certamente è una delle radici più chiaramente riconoscibili della scena destroide italiana. Probabilmente molti dei gruppi che ne facevano parte non avevano nemmeno in mente un vero risultato da raggiungere, ma fu la loro ripresa dell’estetica dannunziana, del concetto di uomo forte e di tutta una serie di altri dettagli che andavano forte quando c’era Lvi, su tutti l’idea che gli Spite Extreme Wing definirono “personalità italica”, a sdoganare un certo modo di sentire e di concepire il black metal.

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Questo detto, quasi vent’anni dopo quelli della BMIA sono ancora i migliori album black metal mai partoriti nel nostro Paese, ma non è questo il punto; il punto è che la BMIA sdoganò tutto il carrozzone della patria, dell’onore, del rivendicare l’italianità e di quelle cose là. Gli diede accettabilità e risonanza, una risonanza che gente come i Via Dolorosa, il più noto e longevo gruppo NSBM italiano, da sempre estremamente schierato, non ha mai voluto né potuto raggiungere—ed è difficile essere accettati quando dichiari espressamente di amare Hitler come un figlio devoto ama il proprio padre. Tantissimi degli artisti coinvolti si sono allontanati dalle scene da anni, ma è per il retaggio della Invitta Armata che oggi in Italia esiste l’Hot Shower Fest, un rinomato festival di estrema destra che nonostante già diverse volte sia stato oggetto di contestazioni rimane un appuntamento fisso dell’agenda concertistica: tutti sanno chi lo organizza, tutti sanno chi ci va, tutti sanno che non si possono fare riprese durante l’evento perché croci, bandiere e saluti è meglio che non finiscano su Facebook.

Eppure, al netto di braccia tese e svastiche, la questione che mi turba è un’altra: a darmi più da pensare è che ultimamente sembra che essere destroidi nel metal estremo, e soprattutto nel black metal, italiano, sia diventata l’unica opzione. Ai concerti, nei pochi punti di ritrovo per metallari ancora esistenti a Milano e soprattutto nelle paludi flatulente dei social network sono sempre più evidenti questi rigurgiti di fascismo che, se da un lato danno un’istantanea implacabile di cosa stia diventando il nostro Paese, dall’altro finiscono per insozzare anche un ambiente, quello metallaro, noto per essere un ghetto autogenerato a tenuta particolarmente stagna.

Una locandina di un'edizione passata dello Hot Shower Fest

La tesi di partenza di questo ragionamento, espressa in diverse occasioni e in diversi contesti da vari elementi all’interno della nicchia metallara, è che il metal è un genere “esclusivo” ed “elitarista”, che quindi si contrappone al pensiero della sinistra, per ipotesi “inclusivo” e per ciò stesso (?) “buonista”, aggettivo che tanto va di moda in questi tempi bui. Per corroborare questo pensiero, nei vari commenti di accusa quando non di plateale insulto a Carola Rackete (giusto per rimanere in un esempio recente), viene fatto riferimento a una serie infinita di “fonti”, prevalentemente materiali che arrivano dalla cosiddetta “seconda ondata” del black metal, quella norvegese di fine anni ‘80 e primi ‘90.

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Si va dal logo della Deathlike Silence, l’etichetta di Euronymous, che riporta una foto sbarrata di Anton LaVey e le scritte “no fun, no core, no trends, no mosh”, al celebre slogan “anti human - anti life - True Norwegian Black Metal”, all’ancor più celebre intolleranza religiosa del genere. Questi e mille altri esempi fanno del black metal un genere senza alcuna regola, elitario nel senso più esclusivo del termine, per pochi. Tutti esempi sacrosanti, il fatto è che proprio in ragione di questi il black metal è un genere (e una sottocultura) che non può avere alcun colore politico.

Facciamo un passo indietro, al 1994, quando i Darkthrone scrissero NORSK ARISK BLACK METAL sul retro della copertina di Transilvanian Hunger. Black metal ariano norvegese non è certo un’uscita di buon gusto (e infatti nelle ristampe successive la scritta venne prontamente rimossa e i Darkthrone presero le distanze da qualunque posizione politica), per le implicazioni razziali e storiche che una posizione antigiudaica porta con sé, ma da questa considerazione vale la pena di ampliare il discorso. Cosa, nel black metal, è di buon gusto? Quale aspetto di un genere che si basa su odio, violenza, rifiuto, diniego, nichilismo, isolamento, sofferenza e negatività può dirsi comunemente accettabile dal grande pubblico? Appunto. Nessuno.

Il retro del CD di Transilvanian Hunger dei Darkthrone con la scritta "Norsk Arisk Black Metal", cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Da qui è evidente come qualsiasi tipo di premessa politica non appena entrata in contatto con il black metal vada in cenere come una chiesa norvegese al passaggio di Burzum. Come può in questo genere anche solo esistere una politica, un’ideologia, quando la premessa stessa del genere è la negazione di tutto e di tutti? Di nuovo, non può. Poi, per fortuna di tutti, da quando Euronymous se ne uscì con il logo della DSP sono passati più di trent’anni e il black metal non è rimasto a stagnare nel suo cantuccio. Anzi, quella del diavolo è una delle più duttili e malleabili forme della musica popolare, e il black metal——proprio perché negazione di tutto—è territorio fertile, e si è imbastardito in ogni modo. E quindi puntuale, sul finire degli anni ‘90, è arrivato il NSBM. Così come sono arrivati il viking, il black atmosferico a tinte naturalistiche ed ecologiste, il blackgaze, il cosmic black metal, eccetera.

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Già questa varietà sarebbe sufficiente per dire una cosa: il black metal è aperto a tutti. O meglio, è un luogo aperto al pubblico. Tutti possono entrare, ma a determinate condizioni, e queste di solito sono una mole imponderabile di disagio esistenziale e schifo nei confronti della vita. In altre parole il black metal non è “un luogo” per tutti: è elitario, ma è potenzialmente aperto a tutti, e i suoi confini non possono certo essere razziali. Religiosi sì, perché la religione, specie in un contesto occidentale contemporaneo, è una scelta (poco importa se di avvicinamento o di allontanamento), ma non razziali.

C’è poi un punto ulteriore di completa incompatibilità tra approccio conservatore e black metal. Il conservatorismo, quantomeno quello classicamente inteso in Italia, si basa sui tre famosi pilastri di Dio, patria e famiglia. Dei tre, il concetto di patria è l’unico che si può vagamente assimilare al black metal, o quantomeno alla sua formulazione più vicina al paganesimo, che sia il viking metal dei Bathory o la formula più progressiva degli Enslaved. E già questa è un’assimilazione piuttosto stiracchiata, visto che i vichinghi sono passati alla storia come razziatori e navigatori, certo non urbanisti attenti allo sviluppo della propria terra d’origine.

Il logo della Deathlike Silence Productions.

Ma anche evitando di addentrarsi in questo discorso, il recupero delle tradizioni, la ricerca delle origini, gli usi e i costumi perduti riportati in vita in forma musicale dai blackster non sono proprio la concezione colonialista e sovranista che hanno di solito i regimi del concetto di patria, ma diamo per buona questa convivenza. Rimangono i problemi di Dio e della famiglia. Quest’ultima, evidentemente, non può conciliarsi con uno slogan come “anti human - anti life”, così come un trve blackster non può accettare di legarsi per sempre a un altro essere umano, perché legarsi implica una limitazione per se stessi, e se il black è negazione di tutto a fronte di un’affermazione suprema del sé, beh, allora abbiamo un problema. Arriviamo così a Dio. Al netto di band come i già citati Via Dolorosa, che rintracciano le origini della spiritualità nell’induismo, solitamente per Dio il mondo conservatore intende il Dio cristiano. E sul serio dobbiamo parlare di come Dio non possa conciliarsi con il black metal?

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L’ultima idea farlocca che vale la pena di confutare è quella che il black metal abbia qualche attinenza con il militarismo e il regime. Non c’è un un reale motivo che dovrebbe conciliare un regime dittatoriale con un genere musicale, per quanto questo faccia della guerra contro tutto e tutti la propria condizione perpetua. Andare contro qualsiasi regola è molto black metal, perché il black metal rifiuta le regole. Eppure la regolamentazione è proprio una delle peculiarità del regime, e capita di imbattersi in interviste come questa, rilasciata dai Frangar a Black Metal Ist Krieg, in cui si parla di onore, fierezza e di morire per la propria patria. Fun fact: l’intervista in questione risale al 2007 e dimostra come in certi ambienti il termine buonista sia sempre andato di moda. Come si può essere contro, se si supporta un regime? Anche in questo caso, non si può.

La quadratura del cerchio finale quindi è più o meno la seguente: un blackster non dovrebbe avere regole, non dovrebbe avere famiglia, non dovrebbe avere un dio (nemmeno pagano, non dovrebbe proprio avere alcuna spiritualità), non dovrebbe avere amici, non dovrebbe avere una vita. Dovrebbe distruggere, negare, odiare, rifiutare e nient’altro. Chiunque non aderisca a questa precisa, oltranzista linea di condotta è un poser. Questo rende la schiera dei true blackster piuttosto sguarnita, limitandola fondamentalmente a Dead e Jon Nödtveidt, due geni musicali morti suicidi rispettivamente a 22 e 31 anni, e qualche altro. Un approccio decisamente poco sostenibile, per cui, forse, è meglio viversela come il buon Gaahl, e no, non intendo con un bicchiere di vino e Satana nel cuore.

Gaahl e il suo ragazzo nel 2011, fotografia di Inma Varandela per VICE

All’anagrafe Kristian Espedal, Gaahl è una vera e propria icona del genere da oltre vent’anni: ex-cantante dei Gorgoroth e mente dei Trelldom, ha interpretato nel miglior modo possibile la “filosofia” black, ossia esprimendosi come persona senza alcun confine. Vicende giudiziarie di natura personale e artistica, una dichiarata omosessualità, gruppi di culto passati e presenti e pure una playlist per il Pride di quest’anno sono solo alcune delle voci nel suo curriculum vitae. Perché alla fine di tutto il black metal è stato concepito trent’anni fa da ragazzi che non avevano proprio chiarissimo cosa stessero facendo, e vivere oggi secondo quei dettami non è la scelta più furba che si possa fare. Ma soprattutto, per citare un amico che di questa roba ci campa da un quarto di secolo: “Il black metal va preso per quello che è, un genere musicale; altrimenti dovresti vergognarti ad ascoltarlo superati i diciotto anni”.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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