Foto Mariano Herrera per gentile concessione di Kilombo Producciones SL

Il vignaiolo fuori di testa a cui il vino costoso che produce neanche piace

Erik Rosdahl produce in Spagna bottiglie di vino naturale abbastanza costose, ma di vino non vuole saperne nulla e sul naturale ha un paio di cose da ridire.

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21 settembre 2018, 8:34am

Foto Mariano Herrera per gentile concessione di Kilombo Producciones SL

Il vino naturale è un inganno, una mafia di persone che non mi piacciono

Preferirei aver assaggiato i suoi vini prima di intervistarlo. O meglio: prima di aver passato due ore a cercare (invano) di tenere insieme una conversazione frammentaria, di mettere in fila i pezzi di un’esistenza (la sua) e del mestiere che si è temporaneamente scelto (il vignaiolo). Solo che lui non aveva voglia di mettere in fila proprio niente. L’ho rincorso a lungo con le domande di rito – perché hai scelto di fare il vino? che vitigni sono? come li vinifichi? – finché non ho sentito di aver oltrepassato il limite del ridicolo. Ho creduto alle sue storie strampalate senza poterle verificare, ho registrato alcune contraddizioni palesi, ho realizzato troppo tardi la lucidità delle sue affermazioni. Questa è la storia della mia intervista fallita a Erik Rosdahl.

Erik Rosdahl dietro il bancone di Champagne Socialist a Milano. Foto dell'autrice.

Come tutti i fallimenti, insegna molto più che un buon successo. E credo che su questo lui sarebbe d’accordo con me, perché una delle prime frasi che mi fa smettere di prendere appunti per guardarlo negli occhi è: “la vita è un cambiamento molto piccolo da un secondo all’altro; e sono tutti errori”. Non è l’unica che mi riprometto di citare alla prima occasione, però forse è quella che riassume meglio quello (non abbastanza) che ho capito di lui.

Parla italiano come uno che sa varie lingue e ha tanti pensieri alla volta. Un volto che passa dallo svogliato all’entusiasta in pochi secondi. Origini svedesi, un passato da artista, pittore, vagabondo, dice lui: in Francia, in Italia. Poi il cinema o meglio dei piccoli film sperimentali senza capo né coda, li ha definiti così: “piccoli prodotti con cui cercavo di andare in profondità senza seguire regole”. “Come faccio oggi col vino” dirà più tardi.

Poi Los Angeles, frequentazioni col jet set di Hollywood: soldi, feste, bottiglie di Champagne. All’improvviso, il senso di vuoto, di insofferenza nel sentirsi appartenere a un mondo vacuo e decadente: “se un’artista è in grado di pagare mille euro una bottiglia di vino, per me non è più artista. Quelle feste, quelle tavolate, per me erano tavolate di morti”.

“Oggi faccio vino ma è la stessa cosa che faccio da sempre: il tentativo dell’arte”.

Decide allora di andare nel posto più lontano possibile da lì. Riassumo la sua logica: siccome la vita è dolore, siccome c’è la morte, l’unica cosa sensata è andarsi a cercare il rischio. Bisogna entrare nel bosco, dice, e rende davvero l’idea, non so se siete d’accordo. Il bosco in questo caso non è nemmeno figurato, perché si sceglie proprio una foresta delle Filippine. “Stavo in un posto orribile, dove la gente si accoltellava per nulla, selvaggi. Donne giovanissime sfatte da troppe gravidanze, persone senza denti.”

È qui, in fondo al mondo, che nasce suo figlio Hal. Però vederlo crescere là è insopportabile e allora ripartono insieme, tornano al sicuro. Prima a Londra, ospiti da un amico ricco, e poi in quello che a lui sembra il luogo più difficile d’Europa: il sud della Spagna, tra Murcia e Valencia, sul Monte Arabí, mille metri, terra arida e poverissima, dove occupano una casa in vendita mezza distrutta, quella dove abitano ancora oggi.

Foto per gentile concessione di Erik Rosdahl

“Siamo due personaggi in bianco e nero io e Hal, due figure del neorealismo italiano, due uccellacci”, ancora una volta la migliore descrizione possibile. Hal ha dieci anni e per tutto il tempo che cerco di strappare racconti coerenti a suo padre, resta seduto assorto a scrivere o disegnare per conto suo, eppure ci ascolta.

Sul Monte Arabí, Erik inizia a fare vino. Siamo nel 2011. Trova un luogo dove facevano vino duecento anni fa, vigne semi-abbandonate tutto intorno. Raccoglie le uve su terreni non suoi, da chi gliele lascia prendere. Compra qualche anfora, due secchi, e diventa vignaiolo.

Faccio un salto in avanti: settembre 2018, con gli stessi strumenti Erik produce 1500-2000 bottiglie, 10-15 etichette diverse sotto il nome Laboratorio Rupestre e le vende a cifre molto salate a locali molto elitari di Giappone, Francia, Spagna. Oggi siamo seduti a un tavolo di Champagne Socialist, unico locale italiano ad avere i suoi vini, dove una bottiglia di Erik costa dai 90 ai 170 euro. Il prezzo proibitivo delle bottiglie non provoca nessun imbarazzo a Erik mentre afferma: “io non so niente di vino, non so come si fa. E in generale il vino non mi piace neanche”. E rincara la dose: “non ho nessun piacere a venderlo, anzi mi sembra ridicolo”.

Escombro 2011. Foto dell'autrice

Pausa. Che sia la verità o una provocazione, non lo so. Però so che basta molto meno di questo per innervosire qualsiasi vignaiolo che ha investito tutto, che studia, impara anno dopo anno, che rischia, che difende il territorio, che fatica, che ama quello che fa. E certo fa agitare anche me, che proprio per incontrare quei vignaioli starei sempre in giro, per raccontare la loro umiltà e la loro tenacia.

Il punto è: Erik non sembra avere l’umiltà e la tenacia in testa alla scala delle priorità. Lui, che si definisce un eccentrico, ha trovato nel vino un mezzo di espressione, un modo per convogliare emozioni sparse e ingestibili, per dire la sofferenza senza doverla spiegare con le parole o con le immagini.

“Oggi faccio vino ma è la stessa cosa che faccio da sempre: il tentativo dell’arte”. Definisce il vino come il suo dubbio, il suo specchio, il suo autoritratto, la sua rivincita. Ecco perché – mi dice mentre sorseggia birra – non riesce a berlo con leggerezza. E i vini che gli piacciono, 3 o 4 in tutto, sono sempre vini fatti da persone complicatissime (immagino stia includendo anche se stesso), persone che se non facessero vino sarebbero matte. Persone che il vino è quello che le mantiene vive e in equilibrio.

È chiaro che vorrei sapere qualcosa in più, qualcosa di più preciso, di concreto. Ma lui mi aveva avvertito: “divento violento con chi mi chiede delle vigne, del tipo di uva, delle tecniche. Per me è tutta pubblicità, come se ti chiedessi che shampoo usi per lavarti i capelli”. Con me non diventa violento affatto, opta semplicemente per non rispondere o evadere parlando d’altro. Ci sono due possibilità: (1) lui non sa fare vino, io non so fare interviste e finiremo la serata a cantare la bellezza degli errori e della fragilità. Oppure (2) lo fa per proteggere la sua singolarità da chi la vuole copiare, conservare il mistero, costruirlo, non so dirlo con certezza.

Ma anche se mi rispondesse, come potrei verificare? E come posso verificare ogni volta che un vignaiolo mi snocciola le sue tecniche o l’assenza di additivi? Non posso farlo se non diventando una poliziotta del vino, quindi nella maggior parte dei casi mi devo fidare di quello che vedo e del mio istinto. Che non è quasi nulla. Non così diverso dalla pubblicità, ora che ci penso.

Sono vini da esperienza complessa, quello che puoi fare è sederti in silenzio da qualche parte, anche un marciapiede, e affacciarti al bicchiere con gli occhi, il naso, la bocca, l’orecchio.

Escombro 2017. Foto dell'autrice.

Tornando a noi: quello che so sui vini di Erik lo so in gran parte da Marco Rizzolo, che cura la selezione di Champagne Socialist. Insieme assaggiamo l’Escombro 2017, un rosso profondo e vibrante da uve di alicante bouschet; il Tea Monk 2014, sempre alicante bouschet ma vendemmia leggermente precoce, per avere un gusto più acerbo e meno zuccherino; l’Autoritratto 2016, che Erik non fa più anche se – mi spiega Marco – era forse il suo vino per eccellenza; e l’Artificio, un rifermentato in bottiglia la cui apertura lascia tracce sulle pareti del Socialist e sulle magliette bianche di tutta la prima fila al bancone, me compresa.

Tea Monk 2014. Foto dell'autrice

Il punto è: ogni descrizione dei vini di Erik suona forzata e in questo senso capisco in parte la sua insofferenza a parlare di vino. Quello che posso dire senza paura di suonare particolarmente ingenua è che sono vini potenti, di una intensità fuori dal comune. E che non mi viene voglia di mangiarci sopra. Anzi condivido l’immagine di Marco quando mi dice: “sono vini da esperienza complessa, quello che puoi fare è sederti in silenzio da qualche parte, anche un marciapiede, e affacciarti al bicchiere con gli occhi, il naso, la bocca, l’orecchio.”

Ma il vero problema tra me ed Erik è la differenza di vedute sui vini naturali. È su questo che dice le cose più cattive: è un inganno, una mafia di persone che non mi piacciono. Sta parlando di me, del luogo dove ci troviamo anche, il tempio hip del vino naturale a Milano, mi chiedo se ne sia consapevole, immagino di sì. E per quanto lui rifiuti con forza l’etichetta “naturale”, i suoi vini, per come li descrive, rispondono alla definizione: nessun intervento agricolo, nessuna correzione o additivo in fase di vinificazione. Però allo stesso tempo non coltiva le uve, non ama il vino. È ancora vino naturale, per quello che – popolo di nerd, appassionati, tecnici – abbiamo deciso essere degno di tale nome? O fa crollare tutto nel relativismo più totale?

Quanto lui è insofferente all’etichetta “naturale”, io lo sono all’etichetta “artista”. Allo stesso tempo mi chiedo: non è la forma più alta e utile di arte quella che mostra le fragilità di una cultura, le sue zone d’ombra, le sue contraddizioni? Fare vino con niente, renderlo unico, farlo pagare moltissimo, farsi desiderare da un pubblico preciso e a quel pubblico sputare in faccia (è un’iperbole, ma ci siamo capiti).

Per cui, ora che qualcuna delle sue bottiglie è a portata di mano a Milano, quel poco che mi sento di consigliare a chi può permettersele è: se ai suoi vini ci credi, goditi la loro intensità, se non ci credi, goditi il dubbio. In ogni caso, scuotersi dalle certezze non può che far bene.

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