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Come questi giovani vignaioli stanno cambiando le cose sui colli vicentini

Rilanciare un territorio con biodinamica e svecchiando il linguaggio del vino. Sta succedendo con la new wave di vignaioli naturali che sta ricostruendo l'identità dei colli vicentini.

di Diletta Sereni
26 luglio 2018, 8:30am

Foto dell'autrice 

Colline di Breganze, Veneto. Dopo due ore di cammino per le vigne, ho sete di acqua, la pelle mi brucia e sto arrancando dietro al produttore che mi ha trascinato in questo tour de force. Lui invece non dà segni di stanchezza, è magro e spigoloso, ciuffo asimmetrico, cammina a grandi passi e intanto racconta, con la voce roca da sigaretta e le parole giuste, se non ipnotiche, di uno appassionato a quello che fa.

Davide Andreatta, Il Ceo. Foto dell'autrice.

Si chiama Davide Andreatta, ma tutti lo conoscono come Il Ceo, che poi è anche il nome della sua azienda. L’ho incontrato qualche mese fa a una fiera dove i suoi vini e la sua faccia mi hanno convinto a fare un giro da queste parti.

Dobbiamo recuperare quello che la generazione prima di noi ha dimenticato. L’ondata di benessere in Veneto è andata di pari passo con una viticultura che non teneva conto del suolo e della salute delle persone.

Siamo a Breganze, dicevo, e quando l’ho cercata sulla mappa ho pensato che fosse perfetta. L'insieme di colline che gira intorno a Vicenza, da Breganze (a nord) ai Colli Berici (a sud) passando per i Lessini è popolata da cantine che stavo iniziando a conoscere e apprezzare, per poi scoprire che sono tutte in qualche modo collegate tra loro: Il Ceo, Tenuta l’Armonia, Il Moralizzatore, Matervi, Yeasteria.

Aziende con alcuni tratti in comune: vignaioli under 40, di prima generazione, fissati col rilancio di un territorio che vive nell’ombra dei potenti vini veneti (Prosecco, Amarone…) e fissati che questo rilancio passi attraverso un ripensamento radicale dei metodi agricoli che hanno dominato gli ultimi venti, trent’anni. Tutti producono vino naturale, tutti stanno fuori dalle Doc. Per conoscerli mi sono messa in viaggio e sono finita in questa scarpinata per le vigne del Ceo.

La prima annata del Ceo è stata il 2014 e oggi coltiva 3 ettari sparsi in piccole parcelle nei dintorni di Breganze, ad altezze comprese tra i 150 e i 350 metri. “Vedi – mi fa – lì c’è l’Altopiano di Asiago che porta aria di montagna e sbalzo termico. Il terreno poi è prevalentemente vulcanico, ricco di basalto, ferro, silice. Buone premesse per il vino.”

Mi parla a lungo del suo lavoro per recuperare le uve autoctone della zona, in particolare vespaiola e groppella, e magari in futuro fare vino solo con quelle: “sono uve ormai rare, soppiantate negli anni dai vitigni internazionali (pinot grigio, cabernet, chardonnay…) per andare dietro al gusto del mercato. Che è assurdo perché le varietà locali si sono adattate a questi luoghi nel tempo e si prestano meglio a una viticultura senza concimi e pesticidi.”

Per adesso con la vespaiola fa un fermo macerato e un rifermentato in bottiglia, il Vespri. Con la groppella uscirà a breve la prima etichetta e sta anche preparando il terreno per piantare una vigna dedicata. E poi fa un rosso di merlot, il Merloq. Tutti i suoi vini sono senza solforosa.


Un modello di imprenditoria agricola esterna alle doc, ai consorzi, che parte dalla fertilità del suolo per ripensare il territorio da capo..

Andrea Dalla grana ed Enrico Frisone, Moralizzatore. Foto di Lorenzo Rui per gentile concessione del Moralizzatore.

Prima di aprire la sua azienda il Ceo ha lavorato qualche anno dal Moralizzatore. Un’altra azienda giovane, fondata nel 2012 da Andrea Dalla Grana e Enrico Frisone, farmacista e veterinario, che proprio sulla loro preparazione chimico-fisica hanno fatto leva per impostare sin da subito un metodo poco invasivo, lo stesso che ha imparato il Ceo lavorando da loro: “usiamo i preparati biodinamici, ma anche propoli, olio essenziale di arancio e batteri selettivi per contrastare le muffe. E poi rame e zolfo, cercando di ridurli sempre di più.”

Foto di Lorenzo Rui per gentile concessione del Moralizzatore.

Andrea mi parla dell’importanza delle basse rese (40 quintali a ettaro, contro i 120 massimi previsti dalle Doc) e di assecondare il vino nella sua spontanea evoluzione: “noi ci siamo sfilati dalla Doc perché ci chiedeva di rispettare dei parametri non compatibili col vino naturale. Ad esempio il colore: dipende dall’annata, io non posso deciderlo a priori e non ho intenzione di correggerlo nella fase di vinificazione.”

Il nome e gli inizi dell’azienda sono legati ad Angiolino Maule, punto di riferimento per tutti i produttori che sto incontrando, che ha adottato metodi naturali sin dagli anni Novanta, a Gambellara. “È stato lui a spronarci, a dirci ‘fate il vostro vino’ e a prestarci un attrezzo per la potatura che noi abbiamo ribattezzato il moralizzatore. Che poi è diventato il nome dell’azienda.”

Fanno 12mila bottiglie e anche loro in prospettiva vogliono concentrarsi sulle uve autoctone: piantare groppella ed esplorare la versatilità della vespaiola: ferma, rifermentata o in appassimento, come è nella tradizione locale del Torcolato.

Andrea insiste sull’aspetto agricolo: “Dobbiamo recuperare quello che la generazione prima di noi ha dimenticato. L’ondata di benessere in Veneto è andata di pari passo con una viticultura che non teneva conto del suolo e della salute delle persone. Piano piano stiamo lavorando per riportare equilibrio e fertilità nel suolo, ci vuole tempo, anni, ma vale la pena.”

La pena sarebbe l’investimento, ‘ i schei, come dicono da queste parti, perché lavorare così vuol dire spendere il doppio, il triplo, per trattamenti e manodopera, e spiega in gran parte perché un vino naturale costa più di un vino convenzionale.

Questa lenta rivalsa del territorio torna anche nelle parole di Davide Xodo, un enologo vicentino che mi aiuta a dare un po’ di prospettiva: “il declino vinicolo di questa zona inizia negli anni Ottanta, quando i produttori si mettono a inseguire la moda di vini fatti altrove: Toscana, Piemonte, Francia. A inseguire quelle strutture, quelle potenze, dimenticandosi che l’identità e la forza dei vini locali stava nel contrario, cioè freschezza, mineralità. Nel frattempo le tecniche tradizionali venivano sostituite da metodi industriali, orientati alla quantità. In questo le cantine sociali hanno avuto e continuano ad avere un ruolo: i produttori sottoscrivono contratti a vita e si vincolano a consegne retribuite a peso, dove quel che conta è solo spremere piante e terreno. In questo modo si sono persi i vigneti migliori, i nostri cru.”

“Negli ultimi dieci anni – prosegue – c’è stata una specie di rimbalzo, grazie al movimento dei vini naturali e a produttori come Angiolino Maule che hanno dato l’esempio. Per fortuna sono nate tante giovani cantine che stanno lavorando per recuperare l’identità del territorio. Però è ancora difficile trovare terreni, perché i vecchi produttori non li mollano e continuano a preferire metodi industriali e cantine sociali.”

Tenuta l'Armonia. Foto dell'autrice.

La lotta per sfilare la terra alle logiche industriali è l’argomento preferito di Andrea Pendin, produttore di Tenuta l’Armonia. È una delle prime cose che mi dice: “abbiamo appena firmato un affitto per 10 ettari in zona Breganze, un grosso investimento di cui vedremo i frutti fra anni, perché ci vogliono anni prima che la terra recuperi equilibrio e salute, ma intanto sono 10 ettari in meno trattati con la chimica.”

Andrea Pendin.

Per incontrare Pendin mi spingo più a sud: l’azienda è a Montecchio Maggiore ma i vigneti sono sparsi fino ai colli Berici. Andrea prima ancora che vignaiolo si definisce un “promotore di territorio” e da come parla capisco che (1) è sinceramente incazzato per la sorte vinicola delle colline vicentine e (2) non ha paura di stare sulle palle alla gente.

Tenuta l’Armonia nasce nel 2008 come azienda agricola di olio e cereali, poi è arrivato il vino. Oggi fa sei etichette, tre “cru”, uve classiche della zona vinificate in purezza (cioè 100% della stessa uva), e tre “pop”: uvaggi misti, vini più beverini. Camminiamo in mezzo ad alcune delle sue duecento galline che scorrazzano libere, alcune, come la padovana, osano pettinature anni Ottanta. Intanto lui racconta:

A me interessa dimostrare in pochi anni il valore di questa zona, l’identità che ha dimenticato per rincorrere i vini di Verona e Treviso. Ancora oggi il potere di mercato ce l’hanno loro e stanno ancora distruggendo il nostro territorio, coi vecchi vigneti di garganega e durella reinnestati a pinot grigio e glera, per fare tutti lo stesso vino, fa paura eh.”

Come gli altri, anche lui lavora in vigna con i preparati biodinamici, con le basse rese, col lento faticoso recupero delle varietà locali, come la durella appunto, della quale è particolarmente fan. Ma c’è dell’altro, ed è la cosa che rende Tenuta l’Armonia diversa da ogni altra azienda che abbia visitato: da alcuni anni ormai funziona come una specie di “incubatore” per altri produttori naturali che non hanno i mezzi da investire per farsi una cantina o pagarsi un consulente.

“Io gli offro spazi e consulenza – dice Andrea – loro fanno i loro vini, che non devono somigliare ai miei. Non gli chiedo soldi, stimiamo le spese per l’azienda e me le ricambiano in ore di lavoro. Nel frattempo ci confrontiamo, facciamo rete, facciamo dei vini insieme, sperimentiamo.”

“E tu che ci guadagni?” chiedo. “Economicamente nulla. Però intanto sono produttori nuovi che non vanno a imparare il vino dalle cantine convenzionali. Ci guadagna il territorio, quindi anche io."

Alberto Rigon e Andrea Pendin.

MaterVi e Yeasteria sono due di queste aziende. Alberto Rigon (MaterVi) ha 27 anni ma fa il vino da che ne aveva 16, nella cantina di casa, sbagliando tutto, dice lui, ma avere dieci anni di errori alle spalle lo fa essere molto lucido su quello che vuole e che può fare. I suoi vigneti sono a Breganze, circa due ettari da cui fa il Tainot (tocai, pinot bianco, vespaiola) e il Vesplicito (vespaiola macerata). “Oggi faccio 5000 bottiglie e anche vendendole tutte è difficile stare in piedi, se avessi dovuto investire in una cantina mia, non avrei neanche iniziato”.

Yeasteria è il progetto più estremo della rete Armonia, così me lo racconta il suo fondatore, Jacopo Nardi, che insieme a Esmeralda Spitalieri ha creato l’azienda un paio di anni fa: “i vini vengono da piante anziane, poco produttive; hanno bassissime percentuali di solforosa, che col tempo vorrei portare a zero. E sono il risultato della nostra creatività a briglia sciolta: quella di Andrea insieme alla mia (Jacopo è enologo) e di Esmeralda (che arriva dal mondo della birra e della panificazione)”. Creatività che si riflette anche nei nomi (Barracuda e Pinky Punk) e nelle etichette, ispirate al Medioevo Giapponese.

I Vini di Fare Cibo.

Oggi Tenuta l’Armonia, comprese le aziende “incubate”, copre 24 ettari e produce 120 mila bottiglie. Anche se, mi dice Andrea, in zona parlano ancora di loro come: “quei xè matti, xè biologici”. Oltre a questo Pendin ha aperto anche un ristorante (insieme al socio Alessandro Schiavo), si chiama Fare Cibo ed è specializzato in lievitati. Del resto il pane è stata la sua prima passione, prima ancora del vino, grazie all’incontro e agli insegnamenti di uno mica a caso: Eugenio Pol.

la pizza di Fare Cibo.

Tra tutti i produttori che ho citato (ma in questa zona ce ne sono altrettanto
interessanti che non ho citato: Menti, Volcanalia, Insolente, Davide Spillare,
Siemàn…) circolano idee, consigli, condivisione di strumenti e tecniche: una logica di rete, di mutualismo tra aziende “aperte”.

Un modello di imprenditoria agricola esterna alle doc, ai consorzi, che parte dalla fertilità del suolo per ripensare il territorio da capo.

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