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Lazza (foto di Vincenzo Ligresti)

Lazza è l'anima rap della Nuova Scuola

Speriamo che le barre non tornino di moda altrimenti a Lazza, come ci ha detto in quest'intervista, "toccherà fare più soldi di tutti gli altri rapper".
01 marzo 2019, 1:38pm

Quando entro in uno studio Machete completamente rivoluzionato dalla costruzione di una sala adibita al gaming, manca ancora qualche giorno all’uscita di Re Mida. È la terza volta che entro qui per incontrarmi con Lazza, la prima fu qualche giorno dopo la firma con la 333 MOB, proprio per farmi spiegare cos’avesse in mente. Era un periodo di grande cambiamento, in cui non si capiva che strada avrebbe preso né lui né la scena che gli stava attorno.

Oggi, due anni dopo, il percorso di Lazza è così chiaro che può permettersi di tornare con un singolo estivo ("Porto Cervo"), riconfermarsi con una cafonata come “Gucci Ski Mask” e poi ingannare l’attesa del disco con un pezzo aperto come “Netflix”. Ed è proprio da qui che iniziamo a parlare.

Noisey: Come sono stati recepiti i due singoli usciti più recentemente?
Lazza: Data l'impronta personale che ho sempre voluto dare rappando, speravo meglio. Il pezzo con Gué è andato bene comunque: una roba mega rap, che sembra una versione 2.0 delle mie solite cose. Il mio pubblico un po’ più grande ha recepito bene. Solo mi aspettavo che anche i piccoli si gasassero un bel po’. Comunque a livello di numeri è andato benissimo.

Sì, però lo sappiamo che in Italia le cafonate…
Sì, ma tanto sarà sempre così. Quando proponi un pezzo con un certo mood, ne vogliono un altro, quando proponi un altro mood ne vogliono un altro ancora. Se rappi vogliono l’autotune, se metti l’autotune ti chiedono perché non rappi con la tua bella voce. Non sono mai tutti d’accordo. Comunque alla fine la stragrande maggioranza per il pezzo con Gué mi ha dato ragione, per me poi è una soddisfazione personale non da niente. La strofa di Cosimo è una bella ciliegina sulla torta. "Netflix", invece, che è un pezzo un po’ più aperto, mi sta dando dei bei frutti.

E la gente capisce la citazione di Drake?
C’è qualcuno che urla al plagio, ci sono molti che si espongono per spiegare la differenza tra plagio e citazione. Anche perché io sono un artista con una bella visibilità, sarebbe anche controproducente per me copiare Drake, no? Quando scrivo sono molto istintivo, mi è venuta da fare quella cosa lì, e mi sono detto: “perché no?”. Fine.

Poi questa volta, a differenza di Zzala, ho voluto fare un disco molto vario. Il primo era mega compatto, ora c’è di tutto e secondo me ha tre pezzi (se consideriamo anche “Porto Cervo”) molto spiazzanti.

La differenza tra Zzala e Re Mida si vede anche nelle collaborazioni. Dopo un bel biglietto da visita personale, sei andato a pescare quelli che credo essere le tue ispirazioni e gli amici di una vita.
Tu che mi conosci sai del mio periodo a Genova, del mio rapporto con Izi e Tedua, sai quanto sognassi di fare questi pezzi e finalmente ci siamo riusciti. Aspettavo da tempo di fare delle cose con loro, è stato un piacere ospitarli in studio, c’è stato un rispetto e una velocità incredibile. Il featuring poi è valido se c’è un rispetto reciproco. L’artista se è felice di collaborare con te ti dà un bel feedback, e infatti i due pezzi sono due cannoni, ognuno a modo loro.

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Lazza (foto di Vincenzo Ligresti)

Ma queste sono le differenze per gli ascoltatori, per te quali sono le differenze tra i due lavori?
Sicuramente c’è una crescita mia personale, sia a livello di età che a livello di bagaglio culturale che di esperienze. Il primo disco mi ha fatto ingranare molto, sono stato dal posto importante a Milano, al club da 300 persone in un paesino sperduto. E se prima avevo l’impellenza di uscire per farmi conoscere, con questo ho preferito prendermi del tempo: è molto più riflessivo, ho voluto cercare i mood giusti, i featuring giusti. Volevo dare qualcosa di nuovo ai fan, volevo essere contento. Non ho aspettative, ma ho la speranza di andare sopra il mio primo lavoro.

Un’altra cosa che mi ha colpito è che nonostante le sonorità più pop, se così vogliamo definirle, tu non abbia perso il tuo interesse per la parola, per la punchline. E soprattutto che, nonostante anagraficamente tu sia nuova scuola, con i featuring si percepisce che il tuo modo di essere e di rappare sia un link tra le mentalità dei vari Luché, Fibra, Gué e quella di Tedua Izi, ecc.
Non sei il primo a dirmi questa cosa. Io sono coetaneo dei ragazzi della trap a livelli di età, una sonorità che piace anche a me, eh, ma io a livello di background vengo dal rap duro e puro. Ho grande rispetto per chi c’è stato prima, sono fan di molti, da chi c’è nel disco, fino a Salmo, Bassi Maestro, Jake… Ce n’è veramente una sfilza. Mi sono sempre piaciute le rime, mi ha sempre stupito la rima fica, originale. Questa cosa ormai un po’ si è persa, conta molto più la vibe del pezzo.

Tu hai molta attenzione alla vibe, ma appunto quello che cercavo di dire è che questo non sacrifica la punch.
Sì, ma ho anche capito che non dev’essere forzata. Una cosa che ho imparato rispetto a quando avevo 16/17 anni, quando la punch doveva esserci per forza, è dosare le rime fiche. La punch deve arrivare al momento giusto.

Com’è cambiato il tuo approccio al lavoro, dunque?
Uno si autovaluta, se è in grado di farlo. Un artista deve saper riconsocere cosa non va nel proprio lavoro e migliorarlo. Io ho dovuto cercare la via di mezzo tra l’impressionare e l’essere immediato, semplice. Scontato mai, perché non mi piace, non mi appartiene, ma potenzialmente intellegibile a tutti. Non sono ancora arrivato al top, se oggi una nonna si ascolta il mio pezzo per lei è ancora ostico. Poi, non è necessariamente un mio obiettivo, ma se senza snaturarmi riuscissi ad arrivare a farmi capire persino dalle nonne, be’, vorrebbe dire che ho vinto.

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Lazza (foto di Vincenzo Ligresti)

A livello di melodie come hai ragionato?
Da musicista mi viene abbastanza spontaneo pensare al rap come melodia. Tante melodie comunque le vedo proprio come melodie, non è che sono cose fatte con l’autotune a caso. Ne parlavo con Low Kidd qualche giorno fa: la gente è convinta che usi l’autotune se non sai cantare. Io l’autotune non lo sto neanche più usando come un correttore di voce, perché io sono anche abbastanza intonato: io uso l’autotune proprio come uno strumento. Se tu senti una take di voce cantata intonata, ma senza autotune, magari non capisci neanche cosa dica, perché l’ho proprio pensata con quello strumento specifico. La gente non capisce una cosa: l’artista sono io, mi fate fare il cazzo che voglio?

Mi sembra il riassunto più efficace.
Torniamo a Gué, per farti capire. C’è gente che mi ha scritto: “Gué è più forte di te”. E grazie al cazzo, lo so anche io, la sfida è proprio arrivare dov’è lui. Il featuring è anche competizione, se competessi con gli scarsi che senso avrebbe? Poi sembra che sia andato male da quanto ne parlo, ma sono solo molto autocritico.

Secondo te è vero che sta tornando il rap? Cioè che le melodie e la roba happy sono tutte cose molto belle, ma siamo a un punto in cui le barre tornano a prendere il sopravvento?
Io mi auguro per gli altri di no, perché in quel momento vorrà dire che mi tocca fare più soldi di tutti.

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Vincenzo è Junior Editor di VICE e fotogafo. Seguilo su Instagram.

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